– So che posso salvarla in un solo modo. È questo quello che vuole.
Così dicendo premette il rasoio alla base del collo, fino a lasciare un piccolo segno sulla pelle, che cominciò subito a sanguinare. Non mi era chiaro ciò che significasse, finché non ripeté il gesto, e il simbolo insanguinato della Crux Inversa apparve sotto la lama.
– Lei si sbaglia! Non è questo il modo di aiutarla!
Temetti che volesse togliersi la vita, ma restò in piedi a fissare la malata, come inebetito dal dolore. La donna ricambiava il suo sguardo con un’espressione di disprezzo; ero in dubbio se ancora lo riconoscesse, e se il gesto violento di poco prima avesse messo fine alle sue ultime energie.
L’emorragia che aveva alle orecchie era stata tamponata, e non mi pareva che ci fossero rischi per la sua vita; al contrario dalla ferita del marito continuava a scorrere il sangue nero, che impregnava il fazzoletto stretto al collo.
– Ma che crede di fare? Tamponi la ferita!
Cercai di lanciargli una pezzuola, ma quando si accorse di me mi scansò il braccio rischiando di slogarmi il polso.
– È l’unico modo, le dico! Ero io che non volevo crederla, non ho voluto cedere, pensavo ai nostri figli, a tutto quello che avrebbe comportato entrare in una…
– In una setta? Nell’eresia?
Lui chinò il capo. La moglie represse un gemito, chiuse gli occhi e pareva stesse sognando. Forse era un’allucinazione piacevole, perché mugolava strane parole, come in una concitazione amorosa.
– Lei sa più cose di quanto riveli, dottore. – disse il signor Maugham avvicinandosi alla donna e carezzandole i capelli radi incollati alla fronte. Mi pareva impossibile che tra due esseri umani così provati e infelici, ridotti allo stremo della sofferenza fisica e morale, potesse esserci ancora dell’affetto. Lo sguardo che lui riservava alla donna, protettivo e allo stesso tempo di supplica, mi metteva a disagio.
– So che sua moglie ne faceva parte, ad esempio. È il segno che ha lei sul collo, non è vero? E’ una specie di rito? Perché non permette che l’aiuti!
– Mi lasci in pace! Non è in grado di fare nulla! So io come comportarmi!
Mi puntò contro il rasoio, ma il fatto che non smettesse di carezzare il volto esangue della moglie mi dava la speranza che un’aggressione non era al momento quello che premeditava. Avevo ancora in mente la scena raccapricciante di padre Ephraim, le mani enormi di Rudolph che mi bloccavano mentre io stesso, meno di una settimana prima, stavo per essere coinvolto in quel rito demoniaco.
Ero sul punto chiedere all’uomo di allontanarsi per permettermi di terminare la medicazione della signora Maugham, quando mi accorsi che la donna aveva aperto gli occhi, e lo stava fissando con aria del tutto cosciente. Nondimeno, continuava a sorridergli, sussurrandogli qualcosa che non riuscii a capire.
– Tutti, tutti – acconsentì il marito.
– Becky sarà la prima, anche lei. – continuò la voce roca e cupa, quasi maschile, di Barbara Maugham.
– Io, acconsento.
Con un bacio raccapricciante i due suggellarono quella sorta di promessa, poi la malata attirò di nuovo a sé il collo del marito, e sembrò nutrirsi del sangue che sgorgava ancora fresco dai due tagli.
– Ma che fa, non deve assecondarla! Ha bisogno di cure… non l’appoggi nel delirio! – lo richiamai invano.
Ma durò un attimo; la donna riprese la sua espressione estatica, riappoggiò il capo scarno sul guanciale, e guardò il soffitto scossa di tanto in tanto da qualche tremito di febbre.
Mai avevo assistito fino ad allora ad una scena così singolare e spaventosa. Forse in vecchi studi sulla stregoneria, o sul vampirismo. Non avrei pensato che leggende del genere potessero riprodursi una mattina, proprio davanti ai miei occhi.
Ora anche il signor Maugham sembrava essersi calmato, e mentre tornava alla sua seggiola all’estremità del letto, ne approfittai per riproporgli il mio consiglio.
– Non l’ascolti. Qualunque cosa le abbia chiesto riguardo a Becky, non gliela conceda. È il delirio che parla per lei. Sua figlia è solo una ragazzina, chi baderà ai fratellini se sua moglie non fosse in grado…
– E lei crede che dipenda da me? Non posso fare niente! – esplose lui sbattendo i pugni sulle ginocchia. Fu sul punto di alzarsi, ma ricadde sulla sedia che scricchiolò sotto il suo peso. Il livido alla base del collo era già diventato più scuro; pareva avesse perso abbastanza sangue, al punto di esserne già indebolito.
- La vuole il nostro signore, è la vittima designata per il sacrificio. Perché pensa che stiamo soffrendo così? Crede che non ci abbia già provato, a sottrarmi alla legge? E guardi, guardi come me l’ha ridotta! Io l’amavo! Prima che me la riducesse così! Prima che me la violasse!
Non sapevo di che parlasse precisamente. Ma a quelle parole la signora Maugham sollevò la schiena, come tirata per le braccia da una forza invisibile.
– E ora, non mi ami? Amore? – chiese al marito che la fissava terrorizzato ai piedi del letto. Aveva una voce dolce che contrastava col sorriso nero e sdentato.
Gli tese una mano livida e lunga, come per prendersi una risposta.
– Ti amo…
– Anche ora, mi ami?
– Anche ora…
– Più di Becky, e dei miei piccolini?
– Più di loro.
All’ultima replica, la donna schizzò in piedi sul letto, come una furia, col doppio dell’energia con qui poco prima aveva intrappolato suo marito tra le braccia.
– Allora che prenda anche lei! Siamo tutti potenti, liberi! Ci prenderemo tutto! Pezzente! Uomo putrido!
Mi indicava sogghignando come in preda a una crisi, mentre le bende le pendevano da dietro il collo, e si confondevano con le poche ciocche di capelli arruffati. Avevo bisogno di aiuto, perché si calmasse e mi fosse permesso di somministrarle qualche unguento sedante. Ma non c’era speranza che il marito mi aiutasse; era caduto in ginocchio, e si grattava il capo come per mortificarsi.
– Cosa prenderà? Si stenda, la prego. Andrà peggio se non si calma, signora Maugham, Barbara Maugham, mi ascolta?
Per tutta risposta quella furia prese a saltare sul letto, a sollevare e a far scivolare via le coperte, alzandosi fino a toccare il soffitto con le dita simili ad uncini. Dalla bocca vomitò un liquido nerastro che non potei definire come sangue, sebbene non fossi nelle condizioni ideali per studiarlo da vicino. L’olezzo era terribile, e rimpiansi che la porta della stanza si trovasse proprio di fronte a me, al di là dell’indemoniata. Sperai di tutto cuore che Becky e i suoi fratellini non fossero in ascolto, o avrebbero perso per sempre l’immagine della madre che senza dubbio li aveva allevati amorevolmente fino ad allora. Cosa poteva spingerla ora a voler sacrificare a degli eretici la sua primogenita? Eppure solo il marito aveva trovato la forza sufficiente per opporsi…
Con un ultimo slancio, la donna rimbalzò sul letto e si attaccò al soffitto, dove cominciò a strisciare con un gigantesco animale. Di sicuro non era più la donna moribonda di poco prima; in lei si era prodotta una spaventosa metamorfosi che non aveva nulla a che fare con i tipi più bizzarri di disturbi sui quali avevo avuto la possibilità di documentarmi fino ad allora.
– Mi aiuti, la prego… – mi rivolsi al signor Maugham, nell’estremo tentativo di farla distrarre perché mi permettesse di arrivare alla porta.
Neanche lui aveva il coraggio di affrontare l’essere che sogghignava sul soffitto.
– Spiritus Veneni… – disse solamente. E restò impietrito di fronte all’ultimo getto nerastro che esplose dalla gola della moglie, spegnendo definitivamente le sue ultime energie.
La creatura restò per un momento immobile, con le unghie conficcate in una trave del soffitto, come un curioso animale impagliato. Ancora si contorceva in preda agli spasmi, e sembrava sul punto di lasciarsi cadere da un momento all’altro. Rinunciai alla mia insperata possibilità di fuga per l’insopprimibile istinto di salvarle la vita, ancora una volta.
Ero sul punto di trascinare l’ampio materasso sul pavimento con le mie sole forze, per attutire la caduta, ma un grido straziante mi lacerò il cuore.
– Mamma!
Becky era apparsa sulla soglia della porta spalancata, e portava le mani alla gola come per reprimere un attacco di nausea. Un’ombra gigantesca attraversò la stanza, come una nuvola improvvisa che ostacolò la poca luce che filtrava dalle tende a brandelli.
– Sei stata scelta! Tu! – tuonò una voce che non apparteneva più alla donna, né a qualcuno di umano.
Il corpo di Barbara Maugham si staccò in quel momento dal soffitto e rotolò sul materasso che non avevo avuto il tempo di posizionare correttamente. Fui almeno grato che la fanciulla avesse trovato il coraggio di scappare senza assistere a tutta la scena. Sentimmo la porta dell’ampio salone sbattere, tra i pianti isterici dei bambini che forse avevano tentato di seguire la sorella.
Inaspettatamente, il padre si alzò e anziché preoccuparsi per la donna esanime, fece un debole tentativo di fermare la figlia:
– Becky! È inutile! Becky!
Ma non lasciò neanche la stanza. Mi aiutò a sistemare il corpo della moglie solo una volta che a fatica fui riuscito a riportarlo a letto. Respirava ancora; sembrava incredibile che dopo un simile sforzo fosse riuscita a recuperare quello stato di dormiveglia in cui l’avevo trovata al mio arrivo.
– Mi dispiace, signor Maugham, ma sua moglie deve essere ricoverata al più presto. Non c’è nulla che io possa fare qui, da solo con lei. Pensi anche ai suoi bambini.
Lui mi fissò pallido; sembrò ricordarsi solo allora degli altri tre piccolini, che infatti uno dopo l’altro fecero capolino dalla soglia, ancora impauriti dopo l’urlo e la fuga di Becky.
– Crede che non lo sappia? Io ho fatto il possibile, mi creda. E non è possibile neanche più fuggire. Loro ci troveranno. Ci porteranno via i nostri figli, uno dopo l’altro.
– Chiederò personalmente al governatore di aprire un’indagine.
– Il governatore. Non c’è stato mai nessun governatore a Quartiere Vecchio.
– Ma a Dhursindam la legge…
Ebbi l’impressione che fosse stato sul punto di ridere divertito, se la situazione in cui ci trovavamo non gliel’avesse impedito
– Troveranno Becky, come hanno trovato Barbara. E se non troveranno lei…
Fece un gesto verso i suoi tre figlioletti, che si precipitarono singhiozzando tra le sue enormi braccia, tornate paterne e affettuose.
– Perché soffre così, signor Maugham? Avremo la possibilità di curare sua moglie. Lei è il solo che può mantenere la calma, di fronte alla sua malattia. Si prenda cura di loro, nel frattempo, e di sua figlia.
– Dove la porterete? – chiese ancora, indicando la moglie, che respirava appena emettendo sibili rochi e forzati.
– Lasci che mi metta in contatto con l’ospedale. Arriveranno probabilmente questo pomeriggio. Per fortuna questo è un caso isolato. Se tutto procederà per il meglio, potrebbe non trattarsi di un’epidemia.
L’uomo non rispose. Dall’ultimo sguardo che mi rivolse ebbi l’impressione che stavolta fosse lui a non rivelarmi fino in fondo i suoi pensieri. Sembrava rassegnato a qualcosa a lungo represso, che finalmente stava venendo alla luce, e che prima o poi avrebbe coinvolto l’intera città sotto la sua maledizione.
Lo lasciai ancora stretto ai suoi figli, che non si voltarono mai verso il corpo martoriato della madre.
Comunicai le mie impressioni al direttore del piccolo ospedale di Dhursindam, un uomo onesto con cui tuttavia era raro che avessi a che fare. Aveva senza dubbio più esperienza di me nel trattare così epidemici, e non mi restò altra scelta che condividere la sua opinione.
– Peste, quasi sicuramente. Qualcosa di infettivo, comunque, da cui occorre mettere in guardia tutti i cittadini.
Non assistetti allo sfratto a cui furono forzati tutti i residenti del palazzo dove vivevano i Maugham, al rogo che ne seguì, al trasferimento della malata in una sorta di lazzaretto improvvisato vicino alle mura più esterne. Mi accertai che almeno i bambini rimanessero col padre, che forse avrebbe conservato la costanza necessaria per accudirli.
Avrei voluto restare vicino a quella famiglia ormai spezzata, ma gli eventi successivi me lo impedirono. Tornando a casa da quella dura giornata, ebbi modo di ripensare alle parole che Mrs. Gershwin mi aveva riferito cinque giorni prima.
“Dicono che a Dhursindam ci sarà la peste”.
Chi aveva diffuso una simile diceria, e soprattutto come avevano fatto a prevederla? A meno che qualcuno non si stesse servendo della superstizione della Spina per creare caos e delirio nella nostra città. In quel caso si sarebbe dovuta scatenare una vera e propria caccia agli untori, a fantomatici eretici, che forse non erano altro che cittadini spaventati dalla loro stessa credulità.
C’era poi un’altra strana coincidenza: il signor Maugham aveva nominato lo Spiritus Veneni. Esattamente come quello invocato da padre Ephraim al rintocco della campana, quello di cui tutti aspettavano l’arrivo.
Possibile che la folle leggenda dell’oste dei Quattro Diavoli avesse tanti seguaci? Davvero credevano che il quarto demonio fosse in procinto di gettare sulla città una nuova ondata di panico e morte?
Non mi rendevo ancora conto di quanto i miei presentimenti fossero vicini alla realtà. La campana di Dhursindam suonò ancora, e quella notte stessa i suoi rintocchi furono talmente acuti che Mrs. Gershwin giurò di averli sentiti distintamente, quando corse a svegliarmi alla luce di una candela che le illuminava il viso paralizzato dal terrore.
– La sente, dottore? Sente la campana?
Non ebbi il coraggio di mostrarle ancora il mio sangue freddo. Ero troppo scosso per la visita di quella mattina, e per la certezza che da qualche parte c’erano persone interessate a diffondere un culto orribile tra la popolazione.
– Aveva ragione, Mrs. Gershwin. La gente è spaventata, potrebbe trattarsi di peste. È questo ciò di cui dobbiamo preoccuparci. Non di una campana.
– Ma era quello che dicevano, Gesù mio… era quello di cui avevano paura. La campana ha risvegliato anche il quarto.
Mi tirai giù dal letto, al colmo dell’impazienza, e forzai la governante a posare la candela che rischiava di scivolarle dalla mano:
– Chi le parla di queste cose? Da chi ha avuto queste informazioni?
– Se ne parla… anche in chiesa…
– Crede anche lei a quel prete! Mi meraviglio di lei! Questa è follia pura!
Non riuscii a trattenermi, e mi meritai la sorpresa un po’ imbarazzata con cui la donna accolse il mio sfogo.
– Dottore, non dovrebbe parlare così di un sant’uomo…
– Io giudico da quello che vedo. E se non vuole che questa eresia faccia altre vittime, mi aiuti almeno a non diffonderla. Almeno non in questa casa.
Lei mi guardò come se non capisse, o come se non volesse ammettere che ci fosse un legame tra padre Ephraim e l’eresia della Crusversa.
Molti anni trascorsi da allora, a tormentarmi per non essere stato chiaro fin da subito con Mrs. Gershwin, e per non averla aiutata a liberarsi dalle catene che le si stavano stringendo intorno, già in quei primi giorni.
Agli inizi di dicembre, AD 18**, la peste arrivò a Dhursindam, e ogni giorno drappelli di guardie con proclami percorrevano le strade e le piazze per raccomandare la massima igiene, soprattutto nei quartieri popolari e centrali.
In quel periodo, comunque, Quartiere Vecchio risentì ancor più il declino che l’aveva accompagnato negli ultimi decenni. Molti associavano l’infezione al cattivo influsso della campana, così la maggior parte dei vecchi abitanti traslocarono, altri si barricarono in qualche locanda abbandonata ma abbastanza distante dall’ombra del campanile. Stranamente furono pochi quelli che decisero di abbandonare la città. Sembrava che tra gli abitanti di Dhursindam corresse uno stretto patto di sangue tra le mura delle case, la sabbia delle strade e le vite di tanti uomini e bambini, il cui senso sarebbe stato perduto fuori dai confini della città.
Era amata e odiata, la nostra Dhursindam. Ma in quel periodo ne avevamo più paura, tutti noi. C’era qualcosa nell’aria, e questo qualcosa non aveva nulla a che fare con la propagazione di una malattia nera, con la caccia a presunti avvelenatori, o con la povertà che facilitava il contagio. Si temeva e si venerava una causa concreta e allo stesso tempo incredibile, un signore che possedeva il destino di migliaia di abitanti tra le sue mani, e che decideva delle loro vite senza alcuno scrupolo o logica apparente. A meno che non gli si mostrasse un’aperta e sfacciata riconoscenza. Scrivo questo col senno di poi, alla luce degli eventi che mutarono radicalmente la mia vecchia concezione del mondo, della medicina e della vita umana in genere.
Dal primo manifestarsi dei sintomi della malattia nella signora Maugham, seppi che la scienza non è una base sicura su cui fare affidamento, quando le cause degli eventi più grandi esulano dalle sue leggi. Quale medicina può guarire l’anima di una donna che ha offerto se stessa al male, anche a costo di sacrificare i suoi quattro figli? E pure questa convinzione irrazionale l’aveva dominata a tal punto da alterarne l’aspetto fisico, da sconvolgere le leggi di natura e trascinare addirittura altre vite alla perdizione, dietro la sua.
Quando quella notte Mrs. Gershwin mi lasciò finalmente solo nella mia stanza, mi chiesi per la prima volta se tutte le teorie che avevano sostenuto la mia fede fino ad allora, sarebbero state sufficienti a proteggermi in una prova che forse andava al di là delle mie forze e delle stesse possibilità terapeutiche della medicina. Era forse destino dell’irrazionale, vedersi compresso a poco a poco tra le salde mura della ragione, fino a ridursi a un barlume nell’anima dei credenti? E anche questo, disciplinato e sezionato dai dottori della nostra Chiesa?
Provai a stare in assoluto silenzio per un minuto, l’orecchio teso a qualche eco della campana. Il suono che mi aveva salvato la vita nella sacrestia di padre Ephraim, e che tante altre ne aveva strappate secondo la credenza popolare, aveva dentro la risposta. Metteva il sospetto che fuori dalle pareti di uno studio o di una chiesa, c’è sempre un’ombra dove si nasconde qualcosa di sconosciuto, e che proprio per questo ci fa paura. E può spingere menti deboli come quelle di Maugham al delirio.
Presto la maggior parte delle mie visite quotidiane fu diretta verso casi del tutto simili al primo. E non tutti nel quartiere centrale: l’epidemia aveva una diffusione alquanto singolare.
Pareva si fossero creati svariati ceppi in ogni angolo della città, ma in ogni strada o vicolo non si raggiunse mai un numero maggiore di cinque o sei casi. Spesso la “peste viola” lasciava incolumi i fratelli, i coniugi, i vicini di casa, dividendo le famiglie e portandosi via vite che apparentemente avrebbero destato più speranze di altre lasciate incolumi e miserabili. Il colore che era attribuito alla malattia, per distinguerla da altri casi che pure avevano colpito la zona nei secoli precedenti, era derivato dalla particolare viscosità violacea dell’escreato, che i malati di solito espellevano attraverso naso, bocca, occhi, e altri orifizi, naturali e non.
Non trovai segni simili a quelli di Barbara Maugham, cicatrici particolari o indizi che potessero dimostrare appartenenza a qualche particolare setta o eresia. Evidentemente non c’era alcuna correlazione provata, anche se doveva essere molto forte la tentazione, da parte della Crusversa, di attribuire quella sciagura a qualche vendetta demoniaca con lo scopo di conquistare più adepti.
Ormai gli ammalati delle famiglie più povere erano trasferiti nelle tende allestite ai confini della città, dove per di più morivano senza che venisse offerta loro alcuna cura. Io stesso non potevo essere ovunque allo stesso tempo; così, più volte accompagnato da Mrs. Gershwin, mi recavo solo dove assieme ai soliti sintomi di “avvelenamento” mi venivano riportati casi più curiosi, come comportamento insolito delle vittime, strani discorsi, allucinazioni che più di una volta coinvolgevano i familiari più stretti.
Non c’era tempo per studiare un antidoto, per consultare colleghi, o anche per fare una panoramica sulla propagazione della peste violacea. I dottori in città si contavano sulla punta delle dita, e se davvero il fenomeno avesse continuato ad estendersi a macchia d’olio, non oso pensare di quale inutile carneficina saremmo stati spettatori impotenti. Di un caso, conservo un ricordo ancora nitido e amaro, forse perché la mia paziente non era una sconosciuta. Faceva parte del gruppo di donne che, all’indomani del secondo rintocco del campanile, si era radunato alla porta della mia abitazione per chiedere il mio aiuto.
Viveva sola in casa, era incinta, e suo marito era quel Thomas Cecil che era scampato all’agguato misterioso di quella notte. Dopo il suo ricovero in ospedale, la moglie era rimasta sola, nelle sue condizioni. Fu lei a scrivermi un breve biglietto in cui mi chiedeva di recarmi a farle visita, con estrema urgenza. Non aggiungeva altri dettagli riguardo a qualche malattia o all’infezione che mi preoccupava. L’avevo conosciuta, e non mi sembrava una donna che scomodasse un dottore in un periodo così difficile se non avesse qualche giusta ragione.
Quando congedai il ragazzo che mi aveva lasciato il messaggio, mi chiesi se avrei avuto anche l’opportunità di chiederle qualche notizia sul povero Tom. Ricordavo le parole che lui aveva usato nel suo delirio; era ovvio che aveva visto qualcosa, quella notte. Forse un animale, o una creatura che qualcuno poteva ancora scatenare per gettare il panico in città.
Raggiunsi il centro a piedi, perché non c’erano carrozze disposte ad affrontare a buon prezzo un breve tragitto verso il centro dell’orrore. La signora Cecil viveva ancora a Quartiere Vecchio, nonostante le autorità avessero scoraggiato in tutti i modi i residenti a rimanere nelle proprie case, e a chiedere ospitalità ad amici e parenti di altre zone più lontane. Anche allora, molti dei nostri concittadini erano restii a mutare le loro tradizioni, e la moglie di Thomas era una di loro.
Era già un tardo, freddo pomeriggio, e la pioggia continuava a cadere fitta da un paio di giorni. Verso il centro l’odore di fango e legno marcio non riusciva a coprire quello di bruciato, mentre un denso pulviscolo di cenere continuava a impregnare tutto lo spazio intorno alle case ormai bruciate degli appestati.
Quartiere Vecchio pareva ormai una zona fantasma, un’area dimenticata di Dhursindam, nonostante fosse quella da cui era fiorita tutta la nostra storia. Qualche volta sentivo ancora ante che sbattevano alle finestre, o porte socchiuse con prudenza di fronte al mio passaggio, come se i pochi rimasti fossero in costante allerta per la paura che ogni sconosciuto rappresentasse una minaccia. Avevo fatto molta attenzione a non essere riconoscibile, perché ero sicuro di non avere molti amici in quelle strade melmose.
La casa dei Cecil era poco oltre la piazza della Spina. A differenza di pochi giorni prima, anche quel luogo ora era silenzioso e deserto. Scorsi solo da lontano la sagoma del campanile, ma fu abbastanza per notare che finalmente la porta era stata murata, e ogni drappello di sorveglianza era stato ritenuto superfluo.
Bussai alla porta della donna con qualche premura, perché sentivo due distinte voci all’interno. Mi aprì infatti una donna molto alta e corpulenta, coi capelli raccolti in un fazzoletto turchese di cui mi ricordai immediatamente.
– Ci siamo già visti… – mi accertai dopo le prime presentazioni.
– Siete stato al capezzale di mio marito, dottor Calvert. Poco prima che spirasse.
– Lo ricordo… mi dispiace.
– Dottore, fate qualcosa per Maria, vi prego. Non lasciate che si portino via proprio lei. È rimasta sola… e ha ancora quella creatura che non ha visto la luce… l’unica cosa che le ricordi suo padre…
La pregai di condurmi dalla malata, che dalla stanza attigua si sforzava di guidarmi con una voce sofferente ma non ancora troppo debole.
– Dottore, e così è venuto, sia ringraziato Iddio.
La trovai distesa sul letto duro e basso dove avevo assistito suo marito, e immediatamente sentii montarmi dentro una compassione infinita per quella donna pallida, magrissima, tenuta in vita solo dalla volontà di salvare la vita al figlio che portava in grembo. Non aveva coperte che le nascondessero la pancia gonfia, così si carezzava il ventre come per darsi coraggio.
Gli occhi, velati di scuro, parevano muoversi autonomamente, cercandomi alla cieca in giro per la camera. Non c’era speranza che la diagnosi fosse diversa. Era peste, ancora una volta.
– Signora Cecil, sono venuto appena ho saputo… Come si sente?
Alludevo al bambino, ovviamente. Era implicito che tutto quello che la donna mi chiedeva era mantenerla in vita un tempo appena sufficiente a permetterle di strappare lui alla morte.
– L’ombra ha raggiunto anche me, dottore. Come Tom. Ma lui, non lo prenderà. Non è vero? Non lo prenderà il mio bambino, dottore.
Allungò le braccia e cercò la mia mano, che posi nelle sue sperando di darle qualche conforto.
– Purtroppo è un momento terribile per la nostra città, signora. Io stesso mi trovo quasi impreparato di fronte a un’epidemia così diversa dal solito…
– Non ci sono cure?
Ammisi la mia impotenza. Lei mi strinse la mano fino a scaldarmela con la febbre che le coloriva le guance.
– Io so che devo morire, al posto di mio marito. Ma lui…
– Signora Cecil, mi permetta di dirle che nessuno sa quando la morte subentra, in questi casi. Dobbiamo sperare, soprattutto quando la medicina non può aiutarci. E lei ha una ragione in più. Suo marito…
– Mio marito è in manicomio, dottore. Gli ha portato via il senno, ci ha distrutto la vita… il suo futuro…
Sgorgarono dai suoi occhi due lacrime, grosse e nere, di cui lei stessa sembrò accorgersi con imbarazzo. Attirò l’attenzione dell’altra in modo che questa le offrisse un fazzoletto già macchiato, e tamponò quelle scie come d’inchiostro.
Chiesi alla donna che l’accompagnava di aiutarmi a spogliarla, ma potei solo constatare che la malattia era in stato già avanzato. Grosse chiazze violacee coprivano le braccia, i piedi, ampie zone dell’addome e della schiena.
– Quanti mesi ha il feto? – mi informai, aiutandola a ristendersi.
– Quasi otto.
Restai in silenzio, senza trovare altre parole. Ma fu sufficiente perché capisse.
– Un solo mese… devo farcela. Mi aiuti, la prego.
– La malattia ha un andamento irregolare, signora Cecil. Nulla è certo. Posso lasciarle una polvere che la aiuterà a far scendere la febbre, e qualche unguento per le macchie. Purtroppo una cura diretta non è stata ancora trovata…
– Ma sarà sufficiente? Ce la farò?
– Continuiamo a sperare… le ho spiegato che non ci sono casi accertati in passato. Ci sono alcuni sopravvissuti nei lazzaretti…
La signora Cecil si alzò di scatto, e non faticò a trovare un mio braccio al quale si aggrappò con tutte le sue forze:
– Non lo dica a nessuno, dottor Calvert. La prego! Non dica a nessuno che sono qui, malata. O mi porteranno via. Non lo dica… così lo uccideranno!
Le diedi la mia parola, anche se per me fu molto più difficile mentirle sul suo stato. Era improbabile che resistesse a lungo in quelle condizioni, e ancor meno che riuscisse a portare a termine la gravidanza.
Rimasi ancora qualche minuto per spiegare alla sua amica le dosi e il tempo di somministrazione delle droghe che le lasciai. Fu solo di ritorno nella prima stanza che la donna corpulenta ebbe il coraggio di chiedermi la verità:
– Ha davvero così poco tempo?
– Temo di sì. – confessai.
– Ma ce la farà…
– È da escludere. Mi dispiace.
Si morse le labbra per evitare di scoppiare in lacrime. Sarebbe stato inutile, d’altronde, illudere proprio lei che avrebbe dovuto assistere la moribonda alla fine delle proprie speranze.
– Negli ultimi momenti, datele questo. La aiuterà a non pensare troppo a questa disgrazia.
Le avevo appena passato la busta con del composto di valeriana, quando dalla camera della signora Cecil giunse un suono innaturale, disumano. Sembrava una risata, troppo simile a quella che avevo udito a casa dei Maugham.
– È meglio che vada via… – sussurrò in fretta la donna che mi stava di fronte, gettando occhiate preoccupate verso la porta alle sue spalle.
– Che succede?
Ma non ebbe il tempo di rispondere. La risata continuò e assunse toni così alti da assomigliare a un grido straziante. La donna si precipitò nella stanza con un bacile di acqua e delle bende.
– Vattene via! Lascialo venire! Lo voglio! Lo amo!
Ero a un passo dall’ingresso, ma quelle urla mi trattennero, e decisi di dare un’occhiata a quello che stava succedendo. Non era la prima volta che assistevo a simili comportamenti da parte degli appestati. Questa era dopotutto una delle ragioni per cui io personalmente non ero affatto propenso a classificare quella epidemia come una comune forma di peste.
Ciononostante, quello che vidi nella camera di Maria Cecil durante quei pochi secondi mi gelò il sangue nelle vene.
Mentre la sua assistente faticava a legarle i polsi alla testiera del letto, le gambe e il busto della donna erano completamente sollevati verso l’altro, come tirati da funi invisibili verso il soffitto. Il ventre premeva verso l’alto in una posa quasi grottesca e deforme; pareva che fosse scosso da brividi come una cosa a sé stante.
– Introibo ad altare Domini Inferi! Ave Spiritus Veneni!
Fu quello che riuscii a ricordare delle sua urla animali. Se fossi stato certo di essere loro utile in qualche modo, avrei offerto il mio aiuto, nonostante avessi avuto l’impressione che per nulla al mondo le due donne avrebbero accettato una mia intromissione.
Dal ventre gonfio di Maria Cecil esplose un fiotto di liquido nerastro che colpì la parete di fronte, tra le urla della donna che la teneva stretta e la risata sghignazzante della vittima, che aveva perso ogni freno. Prima che il corpo teso si rilassasse e ricadesse sul letto ormai lercio, un tuono assordante colpì i vetri della finestra, provocando uno scoppio di schegge di vetro nella stanza.
La vedova urlò e corse a nascondersi in un angolo, mentre alla luce di in altro lampo l’ombra della signora Cecil sembrò mutarsi in quella lunga e affusolata di un rettile. Non mi diedi la possibilità di osservare meglio qualsiasi altro fenomeno. Scappai in preda al terrore, senza neanche lo scrupolo di accostare piano la porta d’ingresso.
La notizia della morte di Maria Cecil mi raggiunse solo qualche giorno più tardi, ma non furono riportate altre informazioni riguardo allo stato in cui fu seppellito il suo corpo. Io stesso, d’altronde, mi astenni dal fare alcuna indagine.
Troppo forti erano state, in quella circostanza, le affinità col caso di Barbara Maugham, nonostante durante la visita dell’ultima vittima non avessi trovato alcun segno che tradisse un’appartenenza dei Cecil alla Crusversa.
Perché allora era stato fatto ancora una volta il nome del quarto spirito? Una spiegazione che rientrasse nei tradizionali canoni scientifici appariva ormai insufficiente.
– Questa sera ci sarà una breve processione, dalla chiesa alle mura, dottore. Mi chiedevo se lei volesse partecipare. Pregheremo insieme… – mi raccontava una sera Mrs. Gershwin, mentre congedavo l’ultimo paziente.
Il bambino che mi stava appollaiato su una gamba doveva aver fatto di corsa tutta la strada da casa, e con la scusa di un mal di pancia mi aveva chiesto delle medicine per qualche parente ammalato.
– Ti ho già detto che devi pagare. Non posso comprarne altre se ti do tutto senza denaro… – cercavo di spiegare al moccioso, che pretendeva di non capire mentre fingeva il più assurdo dei mal di pancia.
Mrs. Gershwin sbuffava con le braccia incrociate:
– Gli dia almeno qualcosina… è da stamattina che gira qui intorno.
– Un’altra trovata di quel sacerdote? – chiesi alla mia governante mentre il bambino veniva liquidato con un paio di pasticche per la cattiva digestione.
– È per invocare la grazia di Dio. Dovremmo andarci tutti. L’ha detto lei stesso che la medicina non può fare quasi niente in questo caso.
– La medicina può fare poco, e la superstizione ancor meno. – le risposi riappendendo il camice e apprestandomi a chiudere lo studio per quella sera.
– Ma lei è credente, dottore. Voglio sperare…
– Non sono sicuro che credente sia quel padre Ephraim che tutti volete seguire a ogni costo, ultimamente.
– Dottor Calvert! – esplose lei come se avesse sentito una bestemmia.
Era vero, non le avevo raccontato tutto sul mio incontro col sacerdote e il suo sacrestano. Non volevo che quelle notizie circolassero ancora liberamente, perché in quei momenti così delicati sarebbe stato rischioso compromettere la fede di tante persone, e ancor più la fiducia in valori millenari che purtroppo la maggior parte dei cittadini confondevano ancora con le persone che la rappresentavano.
E ciononostante, il pensiero che proprio quell’uomo organizzasse una processione “canonica” per supplicare il Signore Iddio di purificarci dalla peste, mi lasciava dentro un senso di nausea. Era completamente lusingato dalle false leggende del campanile, dalla storia dei demoni e dalle promesse di quella menzogna; e benché io avessi scelto di essere prudente nel mio giudizio, mi pesava molto che la mia governante potesse essere così attratta dalla sua figura.
– Lo ammetto, ho esagerato. Ma quell’uomo non mi ha mai ispirato fiducia. Cosa la spinge a fare quasi ogni giorno tutta quella strada per ascoltare le sue omelie? Potrebbe ritornare alle sue vecchie abitudini, e qui vicino c’è l’altra chiesa…
– Forse lei lo disprezza perché è stato uno dei pochi a mantenere una fermezza straordinaria di fronte alle piaghe che ci hanno colpito di recente. Lui conosce i voleri di Dio, e ha detto che finirà tutto, presto.
– Lui lo dice? Sembra sicuro di sé…
– Lo siamo tutti noi! – continuò la donna, che si interruppe a malincuore a causa di alcuni colpi alla porta. Corse ad aprire ancora rossa in volto per l’agitazione.
– Il dottore non riceve più visite. Se non è un caso molto grave, la prego di tornare domani, grazie. – la sentii sbraitare dall’ingresso.
Ma la porta non si chiuse. Ci fu qualche contrattempo, perché dai bisbigli che mi arrivavano il misterioso ospite doveva avere una ragione valida per togliermi al mio riposo serale. Stavo già per andare a prendere la borsa, rassegnato a seguire chicchessia al capezzale di un ammalato, quando una voce familiare mi fece tornare sui miei passi.
– Dottor Calvert, conosce un certo signor Joel Maugham? – corse a dirmi Mrs. Gershwin, abbastanza confusa.
– Lo faccia entrare, subito.
Non mi aspettavo davvero di ricevere la visita di quell’uomo, non a così pochi giorni di distanza dalla nostra discussione davanti ai suoi figli. Ripensai al delirio terrificante della moglie, e rabbrividii mio malgrado.
– Dottor Calvert, mi scusi. Ho riflettuto molto se dovessi chiedere anche a lei. Dopotutto…
– È per sua moglie? – chiesi sforzandomi di sembrare il più freddo possibile, mentre gli offrivo un posto a sedere accanto al camino. Sembrava infreddolito e straordinariamente pallido.
– No… mia moglie è rinchiusa in uno di quei capanni. Non la vediamo più da quel giorno. Sono solo io, e i miei bambini.
– E Becky?
Colsi nel segno. Si alzò in piedi, incapace di trattenere l’agitazione, e mi si avvicinò aprendo e serrando a scatti i pugni enormi.
– È questo il motivo, dottore. Sono venuto per lei, per Becky! Non è più tornata a casa, dallo stesso giorno in cui sua madre è stata portata via.
– Ma sono passate più di due settimane!
– Lo so bene. Li ho cercati a lungo… Lei è la mia ultima speranza. Io so che lei l’ha vista, che lei è venuta qui!
Esitai nella risposta, perché la sua figura enorme mi torreggiava davanti come una montagna pronta a franarmi addosso. Riuscii a spostarmi verso le fiamme con una certa disinvoltura, mentre cercavo di riacquistare la lucidità:
– Becky è stata qui lo stesso giorno in cui mi ha accompagnato a casa sua, signor Maugham. Dopo non ho avuto più occasione di incontrarla.
– Ma qualcuno le avrà detto… Lei conosce tanta gente. Conosce i Davies!
– I Davies?
Chiamai Mrs. Gershwin per una tazza di tè, e non accettai di aiutarlo finché il mio interlocutore non mi avesse raccontato tutto di quella faccenda. Lui non volle entrare nei particolari, ma mi parlò di una sorta di relazione sentimentale tra Becky Maugham e il primo figlio dei Davies, Alexis.
– È stato lui a rapirla! Si è sempre creduto così superiore, il pezzente! Ha approfittato della situazione disperata in cui ci troviamo… Ora che sono rimasto solo…
Per la rabbia incrinò la tazza che gli riversò addosso la bevanda bollente, ma lui non parve nemmeno accorgersene. Mi guardava con gli occhi scuri, incavati come quelli di un insonne.
– Che certezze ha che l’abbia portata via con la forza?
– Perché è un delinquente! Un mercenario! Si crede migliore, ma è solo il peggiore dei farabutti! Lei dovrebbe saperlo!
Faticai a calmarlo ancora una volta, ma in segreto riuscivo a capire parte del suo risentimento. Alexis… non avevo mai sentito quel nome, eppure credevo di sapere chi fosse quel giovane. E il ricordo non era nient’affatto piacevole. Rividi il ragazzo all’ombra della torre, la sera stessa in cui ero riuscito a sfuggire alle grinfie di padre Ephraim. Le campane suonavano, e tra un gruppo di rivoltosi che sfidavano le guardie per introdursi nel campanile c’era lui. Alexis Davies.
Il ragazzo che un attimo dopo aveva rischiato di uccidermi per un colpo di randello alla testa. Benché evidentemente agitato, il mio disagio non sfuggì a Joel.
– Dovrebbero tenerlo chiuso in cella. È un violento, un assassino.
– Non credo che abbia ucciso nessuno. Ho scelto io stesso di non denunciarlo.
– E ha sbagliato! Ha fatto un errore imperdonabile!
Di nuovo minacciava di perdere il controllo. La tazzina gli sfrigolò tra le dita finendo in pezzi, e fu solo perché quel gesto inconsulto lo distolse dalla sua ira, che forse evitai un’aggressione diretta.
– Lei cosa avrebbe fatto? Suo padre è morto da poco, e la vedova Davies ha parecchi figli a cui badare. Se gli togliessimo anche lui per portarlo in prigione… che fine farebbero tutti?
– E a me non pensa? I bambini sono soli, senza madre e senza sorella. Chi vuole che badi a loro!
– Signor Maugham, le ripeto che non credo affatto che Becky sia stata rapita!
Lui sembrò scurirsi in volto, e rimuginò a lungo qualcosa di qui colsi solo le ultime parole:
– Lo costringerò a venire allo scoperto.
– Che intende?
– So dove abita, la sua cara famiglia…
La sua minaccia mi sbalordì, nonostante avessi dovuto aspettarmela da un carattere come il suo. C’era una grande differenza tra l’uomo collerico che avevo di fronte, e il padre affettuoso che avevo lasciato l’ultima volta, circondato dai suoi figlioletti accanto al letto della moglie.
– Lasci che parli io ai Davies. Domattina presto. Le prometto che farò di tutto per avere informazioni su Becky, se è fuggita con lui.
All’istante la sua espressione mutò, e sparì il cipiglio di minaccia con qui mi aveva estorto la promessa. Forse aveva pensato a tutta la messa in scena per arrivare a quella conclusione, ma ormai era troppo tardi per tornare sui miei passi.
– Parlerà con la vedova? La avverto che troverà solo lei. Le guardie lo stanno già cercando… a quanto pare si è dato alla macchia…
– Come? Fuggito? Ma per quale accusa?
Lo stato d’animo del signor Maugham era così mutato che la sua risata tuonò per tutta la casa:
– Tentato omicidio, dottore.
– Ma io… non l’ho affatto denunciato…
– Ci avrà pensato qualcun altro. Tanto tipi come lui, andranno in galera lo stesso, prima o poi.
Rimase a fissarmi con un’aria di sfida, come per invitarmi a tenere fede al mio impegno il prima possibile. Lo rassicurai ancora e lo lasciai andare via senza togliermi di mente quell’ultima rivelazione. Se sapeva che Alexis era già ricercato per causa mia, perché aveva lasciato che gli confermassi che non gli volevo alcun male? Se alcuni avevano usato la mia aggressione come pretesto per una vendetta, si sarebbe fatta giustizia prima o poi. Dovevo trovare Becky anche per questo; e di sicuro sarebbe bastata la mia testimonianza per scagionare il giovane.
L’istintiva simpatia che da quel giorno nutrii per Alexis Davies non era solo legata alla mia ostilità per Maugham, ma anche alla breve preghiera che il giorno dopo l’aggressione mi rivolse la piccola Sarah, sua sorella:
“Dottore, non fare niente a mio fratello, non voleva farti male. Non voleva.”
Il giorno dopo partii di buonora verso casa Davies, a non più di cinque minuti di distanza da quella dei Maugham. Per qualche strana coincidenza, anche i Davies avevano scelto di non allontanarsi da Quartiere Vecchio; forse sua madre aspettava ancora che il figlio tornasse a casa, da un giorno all’altro. Anche di nascosto.
Quando la donna mi chiese di entrare, sembrava si aspettasse si vedermi da un momento all’altro. E dalla sua espressione capii che non sarebbe stata lieta di aiutarmi come l’ultima volta.
– Ce ne stiamo in casa tutto il giorno, dottore. Uscire è pericoloso, e al contrario degli altri che se ne sono andati, noi non abbiamo un altro posto dove stare. – mi disse allontanando un ragazzino capriccioso dalla sedia che mi offrì senza molte cerimonie.
– Se anche voleste spostarvi, nessun luogo è completamente libero dal contagio, signora. Credo che abbiate fatto la scelta giusta.
– La ringrazio… se siete venuto solo per complimentarvi della nostra decisione, allora sarete ancora il benvenuto.
Mi guardò tradendo il sospetto con cui già mi aveva accolto qualche minuto prima, poi prese a imboccare a forza il monello che mi stava accanto, con del pane duro che il bambino sembrava pronto a sputare da un momento all’altro.
Mi accorsi solo allora che Sarah era entrata nella stanza, e mi osservava coi suoi occhioni tristi, quasi nascosti dalla sua caratteristica nuvola di capelli rossi.
Le offrii un pezzo di pan di zucchero che avevo portato apposta per lei, ma aspettò il consenso di sua madre per avvicinarsi.
– Dov’è mio fratello? – mi sussurrò quando strinse la manina intorno al dolce.
– Che vuoi che ne sappia il dottore? Ti ho già detto che è col papà. E non se ne deve parlare!
Dopo il rimbrotto della madre, la bambina riprese la sua aria costernata e si ritirò nella stanza accanto. Mi sorprese che fosse già abituata a considerare suo fratello come morto. Se non lo era ancora…
– Come se non fosse già abbastanza difficile… – continuò la signora Davies scostandosi alcune ciocche disordinate dalla fronte. Ebbi l’impressione che cercasse di nascondere una lacrima, ma un attimo dopo urlò all’altro bimbo di raggiungere la sorella, e riprese la pulizia del focolare che evidentemente avevo interrotto col mio arrivo.
– Mi dispiace… so che lo stanno cercando. – cominciai, sperando che la gravità della situazione le fosse abbastanza chiara.
– Se vuole sapere dove si trova, ho già parlato con le guardie del governatore. Non ne ho idea.
– Quando l’ha incontrato l’ultima volta?
– Quando… è successo quell’incidente. Gli ho detto che non doveva preoccuparsi, che lei, dottore, stava bene. Ho forse sbagliato? C’era motivo di denunciarlo?
– Io non mai parlato con le autorità, signora Davies. Non ho mai neanche pensato a denunciare suo figlio.
La donna restò immobile per un secondo, evitando il mio sguardo. Poi alzò le spalle e si riscosse, come per cancellare quel banale imprevisto.
– Non importa. Lo vogliono morto, e se il governatore è d’accordo, lo manderanno… alla forca.
– Ha qualche idea di chi lo stia cercando?
La scosse qualche singhiozzo, prima che riuscisse a dominarsi, e a rispondermi semplicemente:
– È stato uno stupido. Si è messo contro di loro. Voleva che la smettessero con quelle cerimonie… e solo perché volevano costringere quella ragazzina a prendervi parte…
– Becky Maugham?
– Lei. È lei la causa delle nostre sventure… e se io sono rimasta sola, adesso. Da sola!
Non poté più frenarsi, e scoppiò a piangere lasciandosi cadere su uno sgabello, il volto coperto con un grembiule. Entrò un altro figlio, di poco più giovane di Alexis, che prese a consolarla, come di fronte a una scena già troppo comune.
– Io… se me lo permettete, vorrei aiutarla. Ho visto il signor Maugham…
Non appena feci quel nome, il ragazzo mi rivolse uno sguardo d’ira, mentre sua madre alzò il capo, impreparata a una notizia del genere.
– Che voleva da lei? Perché…?
Dopo che ebbe ascoltato la breve storia che avevo da raccontarle, sembrò che la consolasse il solo fatto che anche Joel provasse in quel momento la sua stessa sofferenza, la perdita degli affetti più cari a causa della Crusversa:
– Se la portasse pure via, quella zingarella. Ma se vuole il mio parere, avrebbe fatto meglio a sacrificarla subito al loro demonio. Avrebbe lasciato libero anche Alexis, era il solo modo.
Non risposi alla sua provocazione, ma per la mia ricerca ebbi la fortuna di poter contare su un indizio che mi offrì lo stesso fratello di Alexis. Ostacolato da sua madre nella sua volontà di mettersi sulle tracce del fratello maggiore, mi suggerì di provare a chiedere informazioni alla locanda dei Quattro Diavoli.
– Ci bazzica gente strana… e Alexis incontrò quella ragazza proprio là… Ma dottore… – mi chiamò mentre stavo per ringraziarlo e congedarmi.
– C’è qualcos’altro?
– Non si mostri mai contrario alle loro idee, in quell’ambiente…
E mi sorrise in modo alquanto malizioso. Davvero non capii se si trattasse di un avvertimento o piuttosto di un’altra grossolana istigazione.
Mettermi sulle tracce di un ricercato non rientrava nelle mie abitudini, tanto più che a quell’ora avrei dovuto compiere il mio dovere di medico. Salvare vite umane, però, era un pretesto più che legittimo per proseguire su quella strada, nella speranza di trovare i due ragazzi il prima possibile.
Se il signor Maugham avesse avuto il minimo pretesto per vendicarsi della fuga di Becky, avrebbe pagato quella donna, o anche suo figlio, e non me lo sarei mai perdonato. Certo l’idea di fermarmi ancora in quella locanda non mi allettava, e cercai di girare ancora per un po’ per il quartiere deserto, aspettando che il sole fosse abbastanza alto per non trovarmi seduto da solo al bancone, di fronte all’oste indiscreto.
La via principale del nucleo storico, quella rimasta quasi immutata nei secoli e che correva in linea retta dalla piazza della Spina al vecchio municipio, aveva perso le tinte vivaci e il vocio chiassoso da cui era stata animata per secoli. Le botteghe erano chiuse, le porte sprangate, solo qualche trattoria era ancora aperta, per ospitare i piccoli drappelli di guardie che occasionalmente ancora pattugliavano la zona.
All’entrata di un modesto giardino, circondato da un muro quasi sgretolato, stava seduto un vecchio cieco, uno dei miei pochi pazienti che vivevano in quella zona. Lieto del piacevole diversivo, mi fermai per chiedergli notizie sulla sua salute. Era quasi del tutto cieco, ma potrei dire con certezza che mi aveva riconosciuto dal rumore dei passi e dal bastone che avevo portato con me quel giorno.
– Ha nostalgia di questo luogo dimenticato da Dio, dottore? – mi chiese a mo’ di benvenuto. Mostrò le gengive nude per sorridermi, e il suo viso, prima impassibile e coperto di rughe profonde, acquistò una giovialità inaspettata che mi contagiò subito.
– Forse sono qui per rendermi conto di che sta succedendo, Manuele. Sembra che questa malattia abbia fatto più vittime di quanto ce ne siano negli ospedali.
– Le vittime siamo tutti noi, qui dentro, – rispose senza perdere l’allegria, e segnandosi il petto.
– Nel cuore?
– Nell’anima. Abbiamo perso la fede, dottore.
Sospirò, e notai la piega amara nel suo sorriso. Adoravo parlare con il vecchio Manuele; prima che l’artrite gli immobilizzasse quasi del tutto le gambe, trascorrevamo ore intere a parlare nel mio studio, tutte le volte che veniva a farmi visita.
– Se non ascoltassimo le voci sbagliate, non la perderemmo. Credo che la fede non va presa dall’esterno… mi sbaglio?
Il vecchio scosse il capo affermativamente, e girò il capo nella mia direzione, come per osservarmi attraverso la nebbia:
– Sbagliano quelli che hanno chiamato i monaci neri di Oberhof. Presto arriveranno a Dhursindam, e porteranno la loro Inquisizione.
Inutile chiedergli spiegazioni. Avevo già letto i proclami del governatore e del vescovo di Torrevega, capo della nostra diocesi. Le notizie della rinascita dell’eresia della Crux Inversa avevano oltrepassato i confini di Dhursindam, e presto gli esponenti di un nuovo clero, più rigido e senza dubbio più agguerrito, sarebbero giunti a riportare l’ordine tra i fedeli impauriti.
– Arriveranno presto?
– Hanno paura della peste. Aspetteranno. – disse riprendendo il suo tabacco da fiuto, e assaggiandolo come fosse una leccornia.
Mentre risalivo la strada deserta, ripensai a quello che avrebbero trovato i monaci forestieri. Ci sarebbero stati ancora cristiani disposti a seguire il dogma ufficiale? O la peste avrebbe minato quel che restava della loro osservanza? Ripensai a Mrs. Gershwin, una delle donne più devote che avessi mai conosciuto, e ora in procinto di affidarsi completamente alla follia di un visionario…
Già in vista dell’insegna dei Quattro Diavoli, fui sorpassato da una figura minuta e curva, un’anziana donna senza dubbio, che s’introdusse nella locanda girandosi appena per squadrarmi. Mi sembrò di riconoscere i suoi occhi velati, quasi sicuramente neri un tempo, e le ciocche bianche tirate sulle tempie.
Mi ero scontrato con lei l’ultima volta che ero venuto in quel posto, e poi l’avevo incontrata ancora dopo, di fronte alla torre, circondata dal sangue di decine di vittime di quella superstizione.
Sperai di incontrarla dentro, ma quando varcai la soglia mi accolsero solo i soliti avventori, vestiti di stracci e con un’espressione già alticcia, accasciati sui tavoli di fronte ai loro boccali di birra. Già vuoti, stavolta.
Data l’assenza dell’oste, intuii che la donna doveva essere entrata per lui, così mi avvicinai incuriosito al bancone, per cercare di scoprire qualcosa dalla porticina che dava alla cucina.
Il silenzio era ancora più profondo e inquietante della scorsa volta. Ora che l’epidemia si era portata via i rumori delle strade intorno, in quella sala semibuia regnava un’atmosfera cupa e minacciosa. Ero sicuro che a uno dei tavoli, quello più vicino alla finestra (di sicuro mi aveva visto arrivare), ci fosse seduto lo stesso uomo misterioso dell’ultima volta, quello che si era alzato senza pagare durante la mia discussione con il proprietario.
Portava una sorta di berretto floscio che gli nascondeva gli occhi, e una sciarpa dietro la quale masticava qualcosa, ma non dubitai un solo istante che in quel momento io ero la cosa che lo interessava maggiormente. Temendo si avvicinasse o tentasse qualche approccio da un momento all’altro, mi sedetti all’estremità più lontana del bancone, e aspettai l’arrivo dell’oste.
– Ti dico che devi. Stupido! Ti dico che devi! Sei un idiota! Una bestia!
Dalla cucina giunsero all’improvviso delle grida così distinte che nessuno dei clienti doveva aver fatto fatica ad ascoltare. Era una donna che urlava, forse la stessa anziana che era entrata poco prima.
Un attimo dopo l’oste in persona, ancor più grasso e rubicondo, sfondò quasi la porticina e si riposò esausto con le mani sul banco. Aveva le maniche della camicia tirate su fino ai gomiti, e respirava forte come se avesse appena litigato furiosamente. Strano che non avessi neanche percepito la sua voce, che ricordavo così fastidiosa.
Si guardò attentamente intorno come se cercasse qualcosa, poi i suoi occhi miopi mi incrociarono appena a qualche passo da lui, e si illuminarono all’istante:
– Dottor Calvert! Lei qui! che gioia! L’aspettavo, la stavano aspettando tutti!
Mi strinse la mano con una stretta un po’ troppo energica, e non mi lasciò quasi il tempo di replicare:
– Mi aspettavano? Chi? Non ne avevo idea…
– Lasci prima che le offra qualcosa…. Dopo un così lungo viaggio…
– Sapeva che sono arrivato a piedi?
Lui mi fissò con un lampo di diffidenza mentre mi versava del vino nuovo da un’enorme caraffa.
– Ci sono rimaste più persone di quello che pensa, dottore, in questa zona E sa com’è, ci si dice tutto.
– In tempo brevissimo…
Non raccolse la mia ironia e gettò un’altra occhiata preoccupata alla cucina. Ero lieto di condurre io la conversazione, stavolta.
– Saprà anche da dove vengo, allora.
– Io… ma non posso sapere tutto. So che ultimamente ha molto da andare in giro, con questi malati, e la piaga della peste, e tutto il resto… – balbettò, sempre più a disagio.
– Sono stato dalla vedova Davies. Siamo tutti preoccupati per il giovane Alexis.
Come mi aspettavo, non batté ciglio:
– Alexis Davies… mi hanno già chiesto di lui.
– Le guardie cittadine?
– Loro. Lo stanno cercando… e vuole il mio parere? Farebbero bene a mettergli le mani addosso il prima possibile. Se chiederanno la mia testimonianza, aggiungerò una bella accusa di rissa. Qui, nel mio locale. E più volte…
Mi versò un altro bicchiere, colmo come il primo, con aria offesa.
– Frequentava questo posto, allora? Per via di una certa Becky? Becky Maugham?
Finalmente rischiò di strozzarsi a forza di deglutire, e si lanciò in una serie di giustificazioni un po’ troppo energiche.
– Qui non entrano ragazzine, signor Calvert. Non possono, è vietato. Ci sarà capitata col padre, ma i Maugham non sono più accetti, può chiedere qui intorno se vuole, lo dico io….
– Il dottore è già stato messo al corrente, deficiente! – gli strillò contro la stessa voce di prima. Era quasi troppo squillante e chiara per appartenere a una vecchia, ma proprio lei, dopo qualche secondo, apparve alle spalle dell’oste intimorito.
– È mia madre, – bofonchiò lui scusandosi, – forse le potrà spiegare meglio. Io bado soltanto alla locanda, lo sa bene…
– Tamara Nordlingen, sono felice di incontrarla. – si presentò lei, ignorando completamente il figlio che si dileguò ancora una volta senza fiatare.
– Credo di aver già avuto occasione di incontrarla…
– Oh, certamente, mi perdoni, ma i miei poveri occhi fanno fatica a distinguere tanti visi, ogni giorno. Soprattutto in questi momenti difficili, in cui dobbiamo adoperarci per il meglio… di tutti.
Portava ora lo scialle appoggiato sulle spalle esili e curve, e il collo sottile, la pelle del viso avvizzita ma straordinariamente chiara, parevano essere appartenuti a una donna straordinariamente bella in giovane età. I capelli, raccolti a onde fino a una grossa crocchia sul capo, erano sistemati con perfetta minuzia.
Restava ancora un mistero il motivo per cui mostrasse per il figlio un disprezzo così marcato.
– Segue anche lei le processioni di padre Ephraim? – chiesi con estrema naturalezza, ricordandomi di averla vista tra le donne che frequentavano spesso la vecchia chiesa accanto al campanile.
Lei prese un po’ di tempo per riflettere, poi sospirò con un sorriso così apparentemente innocente da farmi pentire di esser stato appena malizioso.
– Chi non segue la Chiesa, di questi tempi? A noi povere donne non resta che pregare, e aspettare che il cielo torni chiaro di nuovo…
– Lei sa perché sono qui, mi pare?
– Ma certo. Mio figlio è troppo precipitoso, e non ha saputo spiegarle quanto noi tutti teniamo alla sua salute, dottore.
– Ma la mia salute…
– Il signor Davies è pericoloso, dottor Calvert. Da quando suo padre è morto si è messo in testa strane idee.
Il tono della sua voce si era fatto duro, e aveva ripreso a fissarmi con la strana crudeltà negli occhi che mi aveva colpito la prima volta, più di un mese prima.
– Se andare contro una setta demoniaca si chiama essere pericolosi, signora…
Inaspettatamente scoppiò a ridere. Era una risata cristallina, come venuta da lontano, per nulla sgradevole. Paragonata a quella di Maria Cecil, poteva dirsi addirittura un suono angelico.
– Demoniaci… Ma le sembra che siamo cultori del diavolo, noi?
– Voi?
Stavolta fui io a fissarla e a ritrarmi in preda alla costernazione. Ci doveva essere un segno, un aspetto particolare, qualcosa insomma che avrebbe dovuto mettermi in guardia… O forse ero ancora troppo ingenuo per sapere che non sempre gli adepti della Crusversa erano così fanatici e boriosi come padre Ephraim. Cosa nascondeva questa donna serena e dall’aspetto così innocuo?
– Facciamo il possibile per non lasciarci andare alla disperazione, tutto qui. Non facciamo del male a nessuno. Cerchiamo… altre strade.
Ricollegai solo a tratti il lungo discorso che mi fece l’oste a proposito dell’eresia, le leggende, la superstizione… Non era stato lui a suggerirmi di tenermi alla larga da tutta questa storia? Come se fosse una cosa estremamente pericolosa?
– Mio figlio è un tonto, purtroppo. – rispose alle mie osservazioni, – È riuscito a tenere il segreto per tutti questi anni, e siamo lieti che almeno non abbia fatto troppi errori… Anche se ora qualsiasi segreto sarebbe inutile. Il tempo è vicino, ormai.
Sospirò ancora, ma stavolta si voltò verso l’angolo in cui era seduto ancora il misterioso avventore. Strano che avesse potuto origliare tutto da quella distanza. Non sembrò sorpreso, tuttavia, quando la signora Nordlingen gli fece un cenno, e lo invitò ad avvicinarsi.
L’uomo si alzò lentamente, si levò il cappello che lasciò sul tavolo e ci raggiunse in pochi passi. Quando si sedette accanto a me, al banco, notai la barba che portava pettinata accuratamente a punta, le sopracciglia folte e due occhi dal taglio obliquo, che davano un’espressione raggelante al suo sguardo. Abbassai istintivamente il mio per evitare di osservarlo più del necessario. Sono ancora oggi convinto che sopra il capo di quell’uomo pendesse un’aura malvagia, che tuttora mi perseguita in sogno, o quando ripenso a quei giorni.
– Utreg Levi, dottore. Aspettavo da tempo di fare la sua conoscenza. Tamara mi ha convinto a illuminarla riguardo a… alcuni errori in cui pare che lei si sia lasciato trascinare…
Cominciava ad essermi chiaro che a quelle persone non interessava affatto che io stessi cercando Alexis, o che potessi salvare la vita a una ragazza. Ero caduto di nuovo in trappola… loro cercavano me.
– Riguardo a cosa? Io sto solo chiedendo qualche informazione… per conto della signora Davies. – lo interruppi, disperando ormai di trovare una qualsiasi via di fuga. Le poche persone che restavano nella locanda parevano completamente disinteressate a noi, e dell’oste non c’era traccia. L’avvertimento del fratello di Alexis era molto più realistico di quanto supponessi.
– E io sono qui per risponderle. Noi non abbiamo nulla contro il povero Alexis. Gli chiediamo solo di non confrontarsi… con persone che non hanno tempo da dedicare a lui.
– E di non immischiarsi con la nostra gente. – aggiunse la signora Nordlingen, che si era spostata accanto a Utreg per ascoltarci.
– Non credo di capire. Quindi considerate Becky Maugham parte della vostra confraternita?
– Lo è sempre stato, come sua madre. – assentì l’uomo, spostando i suoi occhi obliqui dal mio volto alle mani che nascondevo in grembo, per paura che mi tremassero.
– Ma non credo che lo volesse… suo padre l’avrebbe lasciata andare, se non fosse stato per l’insistenza di qualcuno… Io…
Utreg represse a stento un sorriso che gli increspò le labbra vermiglie.
– Dottore, perché trae conclusioni affrettate? Becky è stata solo plagiata. Esiste uno stretto patto tra di noi, e nessuno lo viola se prima non è stato avvertito, e non ha preso le sue responsabilità. Proprio ora, poi, sarebbe un atto estremamente avventato abbandonare la confraternita della Crux Inversa. Se ne renderà conto, molto presto.
Associai la sua minaccia col presentimento che qualcosa di orribile fosse in serbo per chi come Becky avesse abbandonato la setta, per qualsiasi ragione. Non ero per nulla convinto dal tono rassicurante che aveva assunto il mio interlocutore.
– Perché non possiamo lasciare che gli eventi seguano il loro corso? La peste finirà, prima o poi. Stiamo prendendo tutte le precauzioni necessarie. Il fenomeno è già sotto controllo… – ribattei ingenuamente.
– Se è convinto che finirà, si sbaglia. Se lei avesse accettato di divenire uno di noi di sua spontanea volontà, forse sarebbe stato già al sicuro, dalla vendetta.
Borbottai qualcosa, supplicando in silenzio la vecchia madre dell’oste di lasciarmi andare. Dunque sapevano del tentativo fallito di padre Ephraim, della mia ribellione, della scelta di non denunciarli?
– Io mi limito solo ad aiutare persone innocenti, che a mio parere non meritano di soffrire per le devianze altrui. – trovai il coraggio di aggiungere. Anche se quelle persone mi intimorivano, avevano pure avuto mille occasioni di uccidermi. Forse il signor Levi aveva ragione. Non volevano passare per assassini. Non ancora, almeno.
– Innocenti… ma dottore… – sospirò lui scoprendo i denti lunghi e bianchi, la cui perfezione strideva con il difetto degli occhi.
Continuò versandosi del vino dalla bottiglia lasciata dall’oste, assaporandolo a lungo prima di deglutire:
– Non ci sono innocenti né colpevoli, qui a Dhursindam. Ci sono quelli che vanno avanti per la propria strada, e chi invece cerca di fuggire. Nessuno sa chi sia il più buono, o il più giusto. È così che va il mondo. Ci sono predatori, e conigli.
Sorrise ancora e mi fissò per qualche secondo alzando il bicchiere come per brindare a qualcosa. Non avendo io avvicinato il mio, concluse il brindisi con la vecchia, che però non bagnò neanche le labbra.
– E chi sarebbero, per lei, i conigli? – chiesi, stuzzicato. “Sarei io?”, avrei voluto aggiungere, ma per il momento giudicai opportuno non provocarlo. Almeno fino a quando mi fosse stato più chiaro quale era il suo ruolo all’interno della setta. Conosceva padre Ephraim, la maggior parte degli adepti, e persino la vecchia Nordlingen faceva affidamento su di lui come se fosse un capo, o qualcuno di potente.
– Il coniglio è chi scappa, o colui che aspetta di essere preso. Vede, dottore, si può scegliere di essere dentro o fuori, ma alla fine il giudizio ci sarà comunque.
– Questo è certo…
Ma di che giudizio parlava? Quello dei condannati in base alla fede, o una sorta di punizione molto più completa, come quella che aveva colpito Herbert Davies e le vittime delle altre stragi?
– Maugham è un coniglio.
– Se è per causa di sua figlia… le assicuro che è stato proprio lui che mi ha pregato di aiutarlo a ritrovarla…
– Rivolgendosi a lei? Lui voleva coprirla! Voleva portarcela via, impedire che compissimo il sacrificio!
Sbatté il boccale sul banco e si prese la fronte tra le mani, in preda a un attacco d’ira che la donna frenò solo accarezzandogli la nuca, e facendo degli strani gesti con le dita. Le sue labbra si muovevano in silenzio, ma non potei capire cosa stesse cercando di dire. Notai per la prima volta che il collo di Utreg era coperto di piccole chiazze violacee, che ora, dato il pulsare violento delle vene del collo, stavano prendendo colore, diventando simili a grossi lividi. Erano i segni che avevo riscontrato nella maggior parte dei pazienti che avevo assistito in quei giorni.
– Lei è ammalato! – gridai alzandomi in piedi, e cercando di allontanare la vecchia, – Eviti di toccarlo, per favore. Dovrebbe…
– Malato? Io lo sono sempre stato, prima che le campane iniziassero a muoversi. E la ruota a girare. – disse senza scostarsi le mani dagli occhi. Parlava con un certo sforzo, inspirando a fatica.
– Sta delirando. Non dovrebbe essere in giro.
– Moriranno tutti, uno dopo l’altro. E dopo il Velenoso la ruota ricomincerà a girare, di nuovo. Finché non saranno tutti purificati, e la sua sete estinta.
Quando rialzò il capo il suo volto aveva qualcosa di diverso. Si era raggrinzito, il colorito era completamente violaceo, e gli occhi avevano un unico colore bianco spento, come quelli di un cieco.
– Posso sapere chi è lei? Che cosa vuole da me, e da Becky!
Lui scoppiò a ridere, stavolta senza più trattenersi, e scoprì ancora la fila di lunghi denti candidi.
– È il campanaro che vi chiama! Il campanaro!
La vecchia Tamara, che si era fatta indietro quando l’avevo respinta, annuì gravemente, e la sua serietà contrastava con l’ilarità immotivata dell’altro.
Persi il sangue freddo che ancora mi rimaneva, e mi voltai per raggiungere l’uscita. Le sue parole mi seguirono anche quando respirai finalmente l’aria pura, in strada.
– Non è convinto, dottore? Non è convinto?
Fuori era già pomeriggio inoltrato, ma il sole sembrava essere velato da uno strato invisibile di nubi. Tra i palazzi lugubri e abbandonati, il cielo si era fatto livido, e benché cominciasse a fare molto freddo, si era fermato anche il vento.
“Non li hanno ancora trovati.”, mi dicevo, “Forse fanno ancora in tempo a fuggire. È molto meglio se riusciranno ad allontanarsi da qui, per sempre”. E facevo di tutto per allontanare il pensiero dall’ultima minaccia dell’uomo.
La ruota ricomincerà a girare…
Il pazzo, la bestia, il macinatore… il velenoso. E già fino ad allora, le vittime erano aumentate in modo esponenziale ad ogni rintocco. Cosa avevano in mente? Cacciare le prede? Uccidere finché tutti non avrebbero abbracciato la loro assurda fede?
Avevo appena imboccato la strada principale del nucleo antico, quando il cielo si oscurò ancora e l’aria divenne irrespirabile: ancora il fumo che le finestre buie e senza imposte soffiavano fuori, e le esalazioni di corpi senza vita che i familiari avevano abbandonato nelle loro case prima della fuga.
La mia ombra, curva e tremolante, mi precedeva sulla polvere secca della via, insolitamente lunga e delineata per quell’ora del giorno. C’era qualcuno alle mie spalle. O qualcosa.
Forse mi aveva seguito dalla locanda, ma ne dubitavo perché non avevo sentito alcun rumore di passi. Avevo quasi timore di voltarmi, e scoprire di non essere solo in quel posto desolato. Tutto, dal silenzio assoluto alla luce fioca che illuminava a stento i vicoli più stretti, cominciava a mettermi ansia. Avrei quasi voluto cominciare a correre, in qualunque direzione, purché via da Quartiere Vecchio.
Raggiunsi le vecchie mura del giardino di Manuele, ma lui non era più seduto fuori. C’era ancora la sua seggiola vuota, e il cancello socchiuso del giardino. Picchiai a lungo col bastone alla porta della sua abitazione.
– Vattene via! Questa casa è benedetta! Non c’è posto per te! – rispose una voce familiare.
– Manuele? Apri, ti prego. Sono il dottor Calvert.
Urlavo più del dovuto, e mi resi conto di aver paura. Per la prima volta stavo fuggendo da qualcosa che mi rifiutavo di comprendere, o di accettare.
– Dottore! Non deve più stare qui. Lui è là fuori. È uscito dal nascondiglio.
– Chi? Chi è uscito?
Ma non ebbi il tempo di aspettare una risposta. Accanto alla mia era apparsa un’altra ombra. Allungata, serpentina, esattamente come quella che avevo visto proiettata nella camera della signora Cecil.
Il panico ebbe il sopravvento, e gettai a terra il bastone senza guardarmi indietro. Iniziò una corsa folle contro un’ombra che rimase a lungo accanto alla mia. Come se l’avessi attaccata addosso, e avesse deciso di perseguitarmi. Ricordo che chiusi gli occhi alla fine, e continuai a correre con la sola idea di sfuggire a un mostro.
Rischiai infine di essere investito da una carrozza che sbucò a velocità folle da una delle strade laterali, e che per fortuna udii appena in tempo. Mi slanciai di lato scivolando sulla ghiaia aguzza, e il dolore per le escoriazioni alle mani mi permise di ignorare le imprecazioni del vetturino.
Riaprii gli occhi; ero inaspettatamente fuori dalla “zona maledetta”. Finanche la luce era tornata quella di un qualsiasi freddo pomeriggio di dicembre; il cielo era limpido e sgombro dal fumo. Arrossii vergognandomi della mia codardia, e attribuii alla suggestione quello che un attimo prima mi aveva fatto temere per la mia vita.
Mrs. Gershwin fu la sola con cui condivisi quell’assurda esperienza. Sarebbe stato impossibile nasconderle l’accaduto, quando mi trovò nello studio, rovesciato sulla poltrona dove facevo stendere i pazienti.
– Cosa le è successo? Dove è stato fino a così tardi?
– Ho visto delle persone. Qualcuno che ha a che fare con questa storia di… di demoni.
Lei mi lasciò continuare, e mi risparmiò una delle scenate di panico che mi sarei aspettato.
– Conosce una certa Tamara Nordlingen?
– Tamara? – ripeté lei come se quel nome non le fosse affatto nuovo. Restò un attimo in silenzio, come in dubbio.
– Se la consoce, farebbe meglio a dirmi tutto quello che sa su di lei. L’ho vista oggi, e credo che lei e suo figlio frequentino persone pericolose.
– Tamara è una brava donna, dottore. Non farebbe mai qualcosa che potesse andare contro i voleri di padre Ephraim…
– E questo le sembra rassicurante?! Non vuole capire cosa nasconde quella gente? Che progetti ha per tutti noi?
Avrei voluto parlarle di Utreg, della sua classificazione in predatori e conigli. Di quale categoria faceva parte Mrs. Gershwin? Avrebbe mai potuto diventare una di loro? O sarebbe stata solo una preda da sacrificare?
– Capisco quello che prova, dottore. È un periodo duro per tutti. Per noi fedeli, per la Chiesa, e anche per le anime… deboli, me lo permetta, come la sua.
– Debole a tal punto da non distinguere il bene dal male? Un assassino dalla sua vittima?
– Tamara aiuta i poveri che sono rimasti senza casa, dopo che i soldati gliel’hanno bruciata. Lei aiuta a diffondere la Parola, guida chi ha perso la fede…
– Con le parole, Mrs. Gershwin? Con lo strumento più ambiguo e inutile di cui si dispone in questi casi?
Lei gettò un sospiro di rassegnazione e fece per ritirarsi. Ma subito tornò indietro, e mi disse in tono più pacato:
– È venuta qui una ragazza, stamane.
– Mi dispiace. Credo che per oggi dovrò interrompere il mio giro di visite. Non credo…
– Penso che la conosca. È già stata qui una settimana fa. Diceva di chiamarsi Maugham.
– Becky! – gridai, rovesciando quasi la poltrona per lo scatto.
– Che le prende? Le avrei detto di aspettare, ma sembrava fosse troppo agitata. Ha chiesto di lei, poi è andata via.
– C’era qualcuno con lei? Un ragazzo?
– Era sola. Purtroppo non ha voluto darmi nessuna informazione. Neanche perché fosse venuta.
– Non avrebbe dovuto lasciarla andar via… Quella ragazza è in pericolo.
Non badai alla sorpresa e alle altre domande che mi rivolse la governante. La cosa che mi stava più a cuore era riuscire a immaginare cosa avesse spinto Becky a chiedermi aiuto. A cercare proprio me che ero sulle sue tracce. Sapeva che qualcuno la stava inseguendo, perché non era restata con suo padre. Ma perché il giovane Davies non era con lei, a proteggerla? Ripensai alle parole di Utreg Levi, e rabbrividii. Se la ragazza avesse continuato ad andare in giro, da sola, avrebbe corso il serio rischio di finire ancora tra le grinfie degli eretici.
I giorni seguenti cercai di restare nel mio studio il più possibile, ricevendo i pazienti e mandando Mrs. Gershwin a sbrigare le commissioni più urgenti, nella speranza di ricevere un messaggio, o la visita di qualcuno dei Maugham. Di sera, dopo che la governante era tornata da quelle che chiamava “funzioni religiose”, mi permettevo di svolgere alcune visite a domicilio. Di solito erano casi estremi di peste violacea, ma già una settimana dopo i morti divennero più rari.
In breve, già sotto controllo, i focolai epidemici si restrinsero fino a scomparire. Il Natale fu più malinconico degli anni precedenti, ma ci accompagnò almeno la speranza, per noi sopravvissuti, che le cose finalmente potessero tornare alla normalità.
Neanche le oscure minacce di Levi potevano scalfire l’ottimismo di gente leale, abituata ad una quotidianità fatta di lavoro e fiducia in ideali semplici e onesti. Pian piano le botteghe riaprirono, i locali rimanevano aperti fino a tarda ora, e le strade della maggior parte dei quartieri ripresero la vita e il brusio antichi.
Solo a Quartiere Vecchio molte delle strade rimasero senza nome, e nessuno tornò più alle case degli appestati, miseri scheletri bruciati che non furono più ricostruiti. La sorveglianza della zona rimase stretta, e fu solo grazie a questo che si venne a conoscenza di un ritrovamento che, a metà gennaio, gettò di nuovo una vecchia ombra nel cuore della maggior parte di noi.
Il corpo senza vita di Joel Maugham fu rinvenuto inchiodato alla porta murata del campanile, a testa in giù, simulando la posizione di un crocefisso. Quattro chiodi trapassavano le caviglie e ciascuno dei polsi, ma non furono riscontrate altre lesioni o ferite. L’uomo pareva essere spirato dopo ore di agonia, dissanguato o spaventato fino a farsi scoppiare il cuore, come lasciava immaginare l’espressione terrorizzata del suo viso, impietrito dalla morte.
Quando mi giunse la notizia, pensai immediatamente a una vendetta della setta di sua moglie. Evidentemente non erano riusciti a mettere le mani su Becky, e avevano voluto fargliela pagare. Una parte di me fu persino sollevata perché Joel era stato fermato prima che potesse vendicarsi, in qualche modo, sulla vedova Davies.
Il lavoro non mi permise di visitare il luogo del ritrovamento fino al giorno dopo, quando ormai il cadavere era stato seppellito. Non si avevano più notizie della signora Maugham, e non pare che avesse neanche partecipato al funerale. Lei e i suoi tre bambini erano barricati in qualche abitazione nelle vicinanze, che purtroppo mi fu impossibile individuare.
Raggiunsi il vecchio campanile senza timore di essere fermato dalle guardie. C’era finanche una piccola folla di curiosi che esaminava i fori sul muro, a debita distanza. Quello che più attirava la loro attenzione non erano però i segni dei chiodi. In corrispondenza dei piedi del crocefisso, c’era infatti una scritta, a caratteri grandi, rosso sangue: i tuoi fratelli, dopo di me.
Perché non ero arrivato prima? Mi ero sbagliato ancora una volta. Quella non era una vendetta, ma un ultimo, estremo tentativo per ritrovare Becky. Avevano ucciso pubblicamente suo padre per minacciarla; se non fosse uscita allo scoperto, avrebbero usato anche i suoi fratellini, i bambini che durante la malattia di Barbara aveva accudito come una seconda mamma. Forse era ancora in colpa per averli abbandonati.
Ritornai a casa di corsa, col presentimento che Becky potesse avermi cercato ancora. Ma non ci furono più notizie di lei. Fino al suo ultimo, spaventoso giorno.
Il sabato successivo mi scontrai con una Mrs. Gershwin piuttosto nervosa. Era tornata dai suoi raduni spirituali piuttosto presto, e stringeva nelle mani un piccolo crocefisso di legno, lo stesso che usava spesso anche nelle sue orazioni in casa.
– Che succede? – le chiesi mentre posava l’ombrello e si levava lo scialle zuppo di pioggia. Fuori il temporale rombava per le strade, e la sera sembrava esser scesa prima del previsto.
La donna prese in silenzio un asciugamano e se lo premette sul viso senza raggiungere la sua camera. Sembrava fosse combattuta tra il desiderio di comunicarmi ciò che la faceva stare in pensiero, e l’abitudine che da giorni ormai la spingeva a rivolgermi la parola solo per lo stretto necessario.
– È strano… io non so che pensare. Non so che fare. – disse solo, mormorando come a se stessa.
– È andata in chiesa? Come sempre, no?
– Non proprio. È da tempo che la cerimonia non si svolge lì, ormai.
Mi alzai e l’aiutai a prendere dei nuovi asciugamani, sperando di sembrarle gentile e poco indiscreto. Il suo tono misterioso mi aveva incuriosito.
– E dove? Se posso saperlo…
Lei mi guardò, e stranamente notai sul suo viso un’aria affaticata e indecisa. Era evidente che quella sera aveva assistito a qualcosa di forte, a cui non era ancora abituata. Qualcosa che riguardava padre Ephraim e Tamara Nordlingen? Il gruppo di pseudo religiosi che frequentava?
Come in risposta ai miei dubbi, scoppiò a piangere e si afferrò alla mia camicia con le mani ancora umide:
– Dottor Calvert, hanno preso la ragazza! Vogliono farle qualcosa…
– La ragazza?
Conoscevo già il nome che stava per pronunciare. Allora erano riusciti a braccarla, non c’erano più speranze. Senza lasciarmi i polsi, Mrs. Gershwin continuò a balbettare, come sopraffatta da un senso di colpa.
– Durante la preghiera del vespro, padre Ephraim ha mandato via Tamara, perché diceva che doveva prepararci a una svolta, al primo passo verso la liberazione dalle piaghe che ci hanno tormentato fino ad ora. Quando ha fatto riferimento al sacrificio di Nostro Signore per liberarci dal male, ci ha fatto capire che avevamo bisogno di un sacrificio anche noi, qui a Dhursindam… e che dopo…
– Sacrificio! È solo altro sangue, e di un’innocente! – gridai, sopraffatto dalla rabbia. Lei fu costretta ad allontanarsi e a ritirarsi accanto alla porta, impaurita dal gesto con cui avevo minacciato di scansarla.
Il disegno di Utreg Levi si compiva. E così la morte del padre era servita a richiamare la figlia, ad attirarla nella trappola. Cosa le avrebbero fatto? Mi riavvicinai a Mrs, Gershwin: tremava ancora mentre scioglieva la crocchia di capelli grigi che continuavano a gocciolare.
– Mi dica che almeno è ancora viva. Non ha mica osato…
– No, no. – continuò lei senza guardarmi, – Mentre il sacerdote ci spiegava, è entrata Tamara con la giovane. La riconobbi subito, era Becky Maugham, ma in uno stato anche peggiore di quello in cui la vidi la prima volta. Ha guardato a terra tutto il tempo, metteva addosso una pietà, dottore. Una mortificazione…
– Che le hanno fatto?
– Alcuni del gruppo sembravano felici di vederla. La cercavano da tempo. Altri come me si chiedevano perché una ragazzina così insignificante fosse paragonabile alla figura di Cristo, e al suo sacrificio. Padre Ephraim le ha fatto delle domande, ma lei continuava a tacere. Alla fine è stato lui a… condannarla.
– Condannarla! Ma si rende conto che è completamente fuori la legge? Chi è quell’uomo per…
– Non credo sia lui. Forse c’è qualcuno che lo influenza. Il suo sacrestano non mi e mai piaciuto.
– Rudolf è una bestia. Ma non è lui a comandare..
Mi fermai, indeciso. Era prudente mettere Mrs. Gershwin a conoscenza del ruolo di Levi nella setta? Rudolf era solo una pedina, come il suo prete invasato.
– Ad ogni modo, padre Ephraim è riuscito a convincere alcune delle donne più in vista. C’era anche la moglie del governatore con noi. Lei gli ha dato il suo sostegno. E se suo marito chiuderà un occhio…
– Disgustoso! Ma non ha risposto alla mia domanda. Sta bene?
– È lì da qualche parte, rinchiusa. Nel sotterraneo.
– Ma dove vi riunite? Dove si reca ogni sera?
Lei riuscì a fissarmi per un attimo, con un residuo d’orgoglio. Poi si alzò scuotendosi la lunga veste da cui schizzarono gocce di pioggia gelata.
– C’è un passaggio, sotto la chiesa della Spina. Un corridoio buio che alla fine si apre in una sala. È lì che ci riuniamo ultimamente.
– Che motivo c’è di nascondersi? Perché non me ne ha parlato prima?
– Lui ci diceva che è un posto per gli eletti, per essere in salvo dal male che sta invadendo i cuori di tutti! La peste non ci avrebbe toccato… le maledizioni ci avrebbero evitato…
– Lavate col sangue di un’adolescente? – le rinfacciai, desiderando che in quel momento ci fosse padre Ephraim, o lo stesso Levi, di fronte a me.
– Ci ha detto che il sangue di quella ragazza era impuro. Che aveva provocato la morte di suo padre, e la pazzia di sua madre. Era stata promessa al Signore fin dalla nascita, ma si era sottratta al suo destino. Poi l’ha fatta spogliare di fronte a tutti.
– Spogliare? – chiesi incredulo. Avevo quasi paura che continuasse, e che mi rivelasse altri particolari raccapriccianti. Quello che seppi in seguito sconvolse tutte le conclusioni a cui ero giunto un po’ troppo precipitosamente.
– Becky aveva un segno sul ventre, che è cresciuto con lei sin dalla nascita. Una specie di voglia, rosso rubino, che il prete chiamò “la ruota dei demoni”. Se la ruota non viene squarciata, la furia di queste piaghe non abbandonerà la città.
Le feci un segno perché si fermasse, incredulo che l’ignoranza di alcuni uomini potesse spingersi a delle assurdità del genere. Per fortuna la donna che mi stava davanti mostrava di essersi pentita, e il fatto che me ne avesse parlato mi dava una possibilità di fermare un omicidio prima che fosse troppo tardi.
– Mi ascolti, Mrs. Gershwin. Occorre che Becky sia portata via da quella prigione al più presto. Se sua madre è uscita di senno, e Alexis non è più con lei, significa che è completamente sola. Forse nessuno a parte voi sa dove si trova.
– È per domani, alle tre del pomeriggio. Vogliono che assistiamo tutti. – aggiunse lei giungendo le mani, sulla crocetta di legno.
– Potremmo avvisare le guardie. Sono sicuro che…
– Non credo che la moglie del governatore lo permetterà. Se anche suo marito decidesse di intervenire, lei li avviserebbe, ne sono sicuro. E la porterebbero via.
Non aveva tutti i torti. Che restava da fare, allora? Se solo avessi l’opportunità di mettermi in contatto con Davies, o con qualcuno di cui potessi fidarmi. Ma chi restava a Dhursindam, in quel periodo, in cui poter riporre qualche speranza? Forse feci un altro errore, quando decisi di intervenire da solo, senza nessun aiuto.
– Domani verrò con lei, spero che mi diano ascolto.
La governante accettò quasi rincuorata. Forse sperava proprio questo, in qualche modo si era convinta che le mie critiche a padre Ephraim e alle sue superstizioni avevano colto nel segno, ma solo quando quest’ultimo aveva oltrepassato il limite. Finalmente stava uscendo allo scoperto, e avevo ancora troppa fiducia nei cristiani di questa città per dubitare che avrebbero evitato di farsi complici di un assassinio.
Il giorno dopo, approfittando di un minor numero di casi gravi rispetto ai giorni precedenti, bazzicai per ore intorno al quartiere centrale. Non c’erano segni evidenti di qualcosa di strano, o di nuovo. La casa dei Maugham era ridotta a un rudere disabitato, mentre la signora Davies si era persino rifiutata di ricevermi.
– Mio figlio non è qui. Non si è fatto più vedere! Mi lasci in pace. – mi disse socchiudendo appena la porta, e non rispondendo neanche alle notizie che le portavo sul conto di Becky. Certo, era stata proprio lei ad augurarle la morte pochi giorni prima, ma non posso immaginare che facesse sul serio. Ora capivo perché suo padre aveva lasciato che sua moglie impazzisse, purché la primogenita fosse salva. E perché poi avesse ceduto, braccato di fronte all’inevitabile, a qualcosa in cui erano coinvolte troppe persone senza più un’anima.
Quando quel pomeriggio mi recai in chiesa accompagnato da Mrs. Gershwin, sapevo che non sarei passato inosservato. Forse avrei stupito molti, in primo luogo quel padre Ephraim che solo per un soffio non era riuscito a marchiarmi con la sua eresia. Avrebbe tenuto, vedendomi, che smascherassi pubblicamente i suoi piani, proprio davanti alla sua comunità? E poi, sarebbe stato presente il misterioso Levi?
Mentre mi sedevo ancora una volta sotto l’alta navata, tra i banchi poco affollati, tentai più volte di ripetere a memoria i nomi di quei volti. “I seguaci di Ephraim”, li definivo tra me. Quanti avevano già il marchio? Quanti avevano già capito cosa si nascondeva dietro quei riti apparentemente canonici?
La messa si celebrò regolarmente. I soliti chierichetti assistevano il sacerdote che zoppicava, le donne in nero intonavano i canti, e un intenso aroma d’incenso si diffondeva dall’abside.
Quando per la comunione quasi tutti mi sfilarono accanto per ricevere l’ostia benedetta, incrociai lo sguardo per la prima volta con la signora Maugham. La riconobbi immediatamente dagli occhi neri incavati, e le guance sempre scarne che evidenziavano il mento appuntito e un naso adunco, quasi grottesco.
Possibile che non fosse neanche preoccupata per sua figlia? Chissà dove si trovava, in quel momento. Se si preoccupavano di nutrirla. Quel Rudolph non doveva essere affatto un carceriere clemente.
Seduta qualche banco più avanti, intravidi la sagoma paffuta dell’oste, e accanto a lui la signora Nordlingen, completamente coperta dal suo scialle nero. Mi preparavo per l’ultima volta a passare in rassegna tutti i presenti, quando la persona che più cercavo apparve dal nulla e mi si sedette silenziosamente accanto.
– Sono contento che sia venuto. È un giorno molto importante per noi. – mi disse all’orecchio una voce decisa e carezzevole al tempo stesso. Mi voltai temendo di trovarmi di fronte ancora una volta i suoi strani occhi obliqui.
– Signor Levi…
– Oh, mi chiami pure Utreg, come l’ultima volta. – mi pregò con una voce appena percettibile, – Terrei tanto alla sua amicizia.
– Non ci conosciamo. – obiettai.
– Pensavo avesse riflettuto alle mie parole.
– Sa bene perché sono qui. Per la ragazza.
Il suo tono si fece di nuovo freddo.
– La ragazza non la riguarda. Non potrà fare nulla per lei. La avverto solo di non disturbare il rito.
Non risposi a quella minaccia implicita, eppure era scontato che la mia coscienza mi avrebbe obbligato a fare qualcosa. Qualcosa per impedire che tra poco più di un’ora si commettesse un vero e proprio assassino.
Quando ebbi il coraggio di voltarmi ancora per guardarlo negli occhi, Utreg Levi era già scomparso. La messa si stava concludendo, e dopo il canto di chiusura, come mi aspettavo, solo alcuni lasciarono i propri banchi per avviarsi al’uscita. La maggior parte delle vedove in nero, e molte altre persone che già conoscevo, rimasero in silenzio mentre il prete spariva nel passaggio dietro l’altare. L’oste si era voltato già più volte nella mia direzione, e scambiava qualche parola con sua madre, che tuttavia restava impassibile.
Da una porta laterale apparve la figura alta e barbuta del sacrestano. La sola vista dell’uomo che mi aveva tenuto prigioniero qualche mese prima mi fece rabbrividire, e sperai che la mia governante non avesse notato il gemito che mi lasciai sfuggire.
Bastò solo un cenno di Rudolf, e la signora Nordlingen, seguita da suo figlio e le vedove della prima fila, si alzò per avviarsi dietro il sacrestano.
– È il segnale, – mi avvertì Mrs. Gershwin sottovoce, – adesso bisogna che li seguiamo.
In breve si formò una piccola fila che cominciò a incamminarsi per lo stretto passaggio che un tempo avevo percorso per recarmi in sacrestia. Lo stesso corridoio attraverso il quale ero scappato all’annuncio della quarta profezia di Dhursindam. Stavolta la luce era molto più fioca, e notai che era prodotta esclusivamente dalle candele che alcuni dei nostri compagni avevano acceso, come doveva essere loro abitudine.
Udii uno stridore di cardini, e all’estremità del corridoio, molto al di là della porta della sacrestia, si aprì una cavità buia, da cui provenne un soffio di aria gelida: il passaggio sotterraneo.
La temperatura scese notevolmente, e per un quarto d’ora non facemmo altro che camminare. Di tanto in tanto qualcuno inciampava, ma si rialzava senza che gli altri lo sostenessero o lo aspettassero. Nessuno parlò fin tanto che l’oscurità ci avvolgeva, così preferii imitarli, stringendomi al fianco di Mrs. Gershwin.
La sala che infine si aprì davanti a noi fu annunciata da un’esplosione di luci che in un primo momento mi ferì la vista. Era circolare, scavata nella nuda roccia, e le mura irregolari erano coperte di strani simboli esoterici. Non cristiani, e diversi da qualsiasi altra tradizione avessi conosciuto o studiato fino ad allora. In fondo era allestito un altare simile a quello di una chiesa, ma senza alcun paramento sacro.
Tra le panche su cui ci venne chiesto di accomodarci e l’altare, c’era una grossa piattaforma di legno, con delle assi che dapprima non riuscii ad individuare correttamente. Preferii restare indietro, sperando che coloro che mi avevano riconosciuto prima, non prestassero più attenzione a me.
I più parevano nervosi, e anche quando fece il suo ingresso padre Ephraim in persona, non smisero di borbottare, volgendo gli sguardi preoccupati in direzione di una stretta scala a chiocciola seminascosta accanto all’altare, che saliva fino a una sorta di botola nella volta di pietra.
– Sono felice di ritrovarvi tutti qui, oggi, per quest’occasione del tutto particolare. Lieto soprattutto per la presenza di chi si è sottratto a lungo alla fede, e infine ha scelto di credere.
Così esordì il sacerdote, senza la tradizionale veste talare, ma con una strana tunica, lunga e nera, che lo rendeva molto simile al suo fidato sacrestano. Mi accorsi solo allora che sull’altare improvvisato, alla sua destra, stava poggiata una scatola nera. Quella che mi aveva mostrato al nostro appuntamento, quella per cui era pronto a uccidere.
Stavo per attirare l’attenzione di Mrs. Gershwin, incapace di trattenere ancora a lungo l’agitazione, quando mi resi conto che avevo addosso gli occhi del piccolo oste, ancora più insignificante, curvo e sottomesso accanto alla madre. Di nuovo non sapevo cosa volesse da me, e non risposi al suo cenno di saluto.
Lui sembrò non capire la mia irritazione, e arretrò addirittura di qualche posto per potermi parlare indisturbato:
– Non faccia sciocchezze, dottore. Ho parlato con mia madre. Sa che lei non vuole permetterlo.
– Dipende da cosa. Cosa non dovrei permettere, in nome di Cristo? – risposi stizzito.
Un sussulto di Mrs. Gershwin mi vece voltare meccanicamente in direzione della scala a chiocciola. Rudolph scendeva piano, passo dopo passo, portando tra le braccia il corpo inerme di una ragazza. Stentai quasi a riconoscere Becky, dimagrita e quasi nuda. Si guardava intorno, come se conservasse le sue ultime energie negli occhi sbarrati che ci fissavano tutti; impauriti e apparentemente incoscienti di cosa stesse succedendo intorno a lei.
– Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. – l’accolse il prete, che non sembrava per nulla inquietato dal fantasma (a questo si era ridotto il corpo di Becky Maugham) che era lentamente disceso dal soffitto.
– Sicut erat in principo, et nunc, et semper: et in sæcula sæculorum. Amen. – risposero tutti. Mi guardai intorno. Sia la mia governante che l’oste importuno mi incoraggiavano con lo sguardo. Temevano quasi che mi lasciassi andare da un momento all’altro, e lo temevo anch’io. Cosa sarebbe successo se mi fossi alzato, avessi tentato di strappar via la povera ragazza dalle braccia di Rudolf, e fossi scappato via di nuovo, verso la luce?
Poi iniziò il rituale che alcuni temevano, altri accettavano come una cosa indispensabile al bene comune, e pochi addirittura esaltavano, pieni di un macabro entusiasmo per una cerimonia a lungo attesa. Rudolf, aiutato da due altri uomini dal volto coperto (in uno di loro mi sembrò di riconoscere uno degli avventori della locanda) stese adagio il corpo scheletrico di Becky sulla piattaforma. Fu solo quando il silenzio d’attesa, che si era impossessato della piccola assemblea, fu rotto da un grido straziante, che mi resi conto di cosa stava succedendo. Scattai in piedi; non fui l’unico, così ebbi il tempo di osservare il sacrestano nell’atto di inchiodare una mano della giovane all’asse.
Sulla piattaforma era posata una grossa croce di legno, e Becky Maugham, sotto gli occhi indifferenti di sua madre, era in procinto di essere crocifissa per soddisfare le folli credenze di una setta eretica.
– In nome di Dio! Fermatevi! – gridai al colmo dell’orrore. Anziché sostenermi, la maggior parte degli spettatori si voltò verso di me. Mi resi conto che il volto di alcune donne era già rigato di lacrime; Barbara Maugham aveva stampato sulle labbra il suo sorriso inespressivo, una debole eco di quello che l’aveva accompagnata nel suo delirio.
Padre Ephraim mi gettò un’occhiata, ma fece un gesto ai suoi tre aiutanti, perché non intervenissero. L’oste fu l’unico che mi rivolse la parola, sempre mormorando per evitare che lo udissero in fondo:
– Non può evitarlo, le ripeto. Riuscirà solo ad attirarsi la loro persecuzione. Non sarebbe dovuto venire, mi dispiace.
Sentii i singhiozzi di Mrs. Gershwin, che mi tratteneva e cercava di bloccarmi sulla sedia, implorandomi con parole spezzate dal pianto.
– Lei voleva che l’aiutassi… lei voleva che la salvassi… – ripetei, stordito dalle ultime, deboli grida di Becky.
Quando la croce fu innalzata, e l’asse superiore piantato in un foro della piattaforma, il corpo denudato della ragazza fu visibile all’intera assemblea. Come già suo padre, era capovolta, col le mani e i piedi straziati dai chiodi che la bloccavano al legno.
Tentai un ultimo gesto avventato nel momento in cui mi liberai dalla presa di Mrs. Gershwin e cercai di raggiungere il luogo del supplizio. Mi aspettavo di essere bloccato, ma non riuscirono a impedirmi di gridare:
– Siete tutti colpevoli! La state uccidendo voi, assassini!
La moglie del governatore, una donna bruna dai lineamenti forti, non si voltò neanche a guardarmi, ma fissava un punto davanti a sé. Come se tutto quello che stava accadendo non la riguardasse. La signora Maugham, al contrario, scoppiò di nuovo in quel suo riso convulso:
– Lei è il demonio. È incinta del demonio!
Puntò il ventre di Becky, che sembrava aver perso i sensi, perché tutti potessero osservare la strana voglia a forma di cerchio che aveva poco sopra l’ombelico.
– Straziare una ragazza così, solo per un segno… insignificante!
Il pungolo di una lama tra le scapole mi bloccò nel mezzo della frase. Levi era apparso fra gli uomini che mi tenevano fermo, e mi sussurrò a pochi centimetri dall’orecchio:
– Se si rifiuta di essere dei nostri, glielo ripeto, ne stia fuori.
Poi alzò la voce e si staccò da me per raggiungere padre Ephraim dietro l’altare. Visto da quella distanza, il suo aspetto inquietante pareva addirittura magnetizzare l’attenzione comune:
– Fedeli di Dio! È giunto il momento di provarci degni servi di colui che vince, e dà la pace. Il circolo del male sta per spezzarsi, e lo sarà quando sarà distrutto il suo simbolo. Il ventre di Rebecca Maugham è stato profanato dal demonio!
L’eco di decine di esclamazioni d’orrore riempì la sala. La moglie del governatore, con le guance piene e rosse per l’eccitazione, sussurrò qualcosa alla vecchia Tamara che le sedeva accanto, scuotendo il capo.
– Chi più di una madre può capirlo? Chi più di lei che è pronta a superare l’affetto umano per offrire il suo sangue alla volontà divina?
– È dannata! Sia sacrificata al nostro signore! – l’appoggiò la donna con gli occhi sgranati e il viso distorto in una smorfia di rabbia. Non era più neanche la creatura estatica che avevo visitato con suo marito alcune settimane prima. Ai miei occhi aveva abbandonato tutto ciò che di umano ancora le restava.
Utreg continuò raccogliendo consensi con un semplice sguardo:
– Un esterno non potrà mai comprendere la forza delle nostre preghiere, e la potenza dell’urlo che leviamo al Signore, perché accetti il nostro sacrificio!
– Accettalo! – gridarono le donne in nero della prima fila, e subito furono seguite da tutti gli altri, che imporvvisarono un macabro coro d’incitazione.
Mi districai a fatica dalla stretta dei miei sorveglianti, e feci qualche passo indietro per rassicurarli delle miei intenzioni. Ormai ogni tentativo di salvare la vita di Becky sarebbe stato vano. Cercai addirittura di consolarmi in qualche modo, dicendomi che in qualche modo la creatura scheletrica e svenuta che giaceva a testa in giù su quella croce, non era quella che mi aveva chiesto aiuto tanto tempo prima. Forse Becky Maugham era morta nel momento in cui la Crusversa aveva messo le mani su di lei. Forse non c’era mai stata nessuna vita da salvare: quella di Becky Maugham era completamente asservita alla volontà di Utreg e di padre Ephraim sin dalla nascita, e persino a quella corrotta di sua madre.
Cosa potevo mai fare io, un estraneo, solo tra centinaia di persone che stavano gettando il panico a Dhursindam?
Padre Ephraim consegnò a Utreg un astuccio intarsiato, da cui furono estratti un panno rosso e il coltello che un giorno mi vidi puntato contro. Levi si avvicinò alla ragazza, e mostrò a tutti il segno della maledizione sulla sua pelle, un’ultima volta.
Come facevano tutti a non distogliere lo sguardo? Pareva che quell’uomo li costringesse ad assistere alla spaventosa cerimonia con la sola forza del pensiero. Quanto a lungo aveva lavorato sulle loro menti con la forza della persuasione, durante quegli ultimi mesi?
Non resistetti di fronte ai gemiti estremi della ragazza torturata; raggiunsi l’uscita senza trattenere le lacrime, con impressa nella mente l’immagine del coltello che il carnefice avvicinava al ventre scarno della povera ragazza. Cosa sperava di ottenere? Che senso avrebbe avuto quell’omicidio?
– Mi aspetti, la prego… – mi chiamò Mrs. Gershwin quando avevo appena raggiunto l’entrata del corridoio buio. Reggeva una candela che aveva recuperato da qualcuno dei suoi compagni, e mi guardava con tutta l’angosciata mortificazione del giorno precedente, quando mi aveva rivelato il segreto delle macabre riunioni:
– Mi dispiace, non avrei dovuto coinvolgerla. Io non sapevo che fare, se fosse giusto…
Aspettai di introdurmi con lei nella gelida oscurità del passaggio sotterraneo, prima di esternarle le mie intenzioni.
– L’unica cosa che mi sento di fare ora, è denunciare quest’omicidio alle autorità.
– Non sarà facile… Il governatore…
– Prima di essere il marito di una complice, quell’uomo ha delle responsabilità verso la sua città. È l’ora di mettere fine a questa pazzia. – conclusi a malapena, col cuore che mi balzava in petto al pensiero che forse non eravamo liberi ancora; magari qualcuno si era insospettito, ci avrebbe seguito ed eliminato per nascondere il segreto il più a lungo possibile.
Ma la cerimonia aveva turbato troppi cuori. Malgrado la presenza di molti eretici, quell’atto era ancora velato di un’ipocrita giustificazione cristiana, e i più erano rimasti così sbigottiti dalla scena a cui avevano assistito, che la cattura mia o di Mrs. Gershwin avrebbe rischiato di rompere il fragile equilibrio che Utreg era riuscito a creare. Era meglio non forzare troppo la corda, o l’acquisizione di nuovi adepti avrebbe potuto essere compromessa.
Eppure, forse c’era un’altra spiegazione. Allora non immaginavo neanche fino a che punto la Crux Inversa fosse penetrata in città. Non solo erano coinvolte le più diverse classi sociali, ma il potere stesso dava un suo tacito consenso.
Dopo una notte insonne, e ore che mi erano parse secoli, nel timore di qualche visita sgradita, mi decisi a recarmi al palazzo del governatore per fare la mia denuncia alla pubblica autorità. Se come temevo nessuno aveva osato ribellarsi a quel crudele assassinio, e preferivano seguire una superstizione che aveva passato il limite, non mi restava altro che tentare l’ultima strada “legale” a mia disposizione per spostare l’attenzione della giustizia sulla setta di Utreg Levi.
Quando raggiunsi il palazzo del governo, intuii dall’elevato numero di soldati appostati ai cancelli, che l’atmosfera non era delle migliori. C’erano stati scontri in città, e la fine della pestilenza non era servita a tranquillizzare gli animi di coloro che credevano di aver perduto i propri cari, vittime dell’epidemia, per un’assurda storia di punizioni divine e rintocchi di campane.
La carrozza mi fermò all’ingresso della piazza del Governo, gremita di popolani in agitazione. Chiesi in giro il motivo di quella tensione, e un vecchio stalliere mi spiegò che la maggior parte di loro chiedeva la demolizione del vecchio campanile, mentre altri tenevano semplicemente a che venisse rispettato l’ultimo editto di Torrevega, con cui si autorizzava l’ingresso a Dhursindam della nuova inquisizione dei monaci neri.
– Cosa ci si aspetta dai monaci di Oberhof? – chiesi allo stalliere, che masticava e sputava un filo d’erba guardando le guardie con aria di sfida e disprezzo.
– I monaci neri faranno ragionare il governatore. Sembra che abbia paura degli eretici; è loro interesse che le campane non vengano distrutte, e lui non fa niente per opporsi.
Al grido di “Viva l’abate Albino di Oberhof”, un gruppo più audace si staccò dalla calca e tentò di forzare i cancelli, prima di essere respinto dagli spari delle guardie. I più restarono a debita distanza ad aspettare che gli si concedesse udienza.
Passarono un paio d’ore, e disperavo già di portare a termine il mio compito, quando il portone del nuovo edificio di mattoni rossi in cui risiedeva il governatore si spalancò, e un suo portavoce lesse una dichiarazione ufficiale, nel silenzio sbigottito degli astanti:
Nell’attesa della delegazione di Torrevega, e per comune richiesta dei cittadini di Dhursindam, è abolito qualsiasi culto estraneo alla dottrina cristiana cattolica. Qualsiasi eresia sarà punita con la pena capitale, le superstizioni bandite come illegali, e i culti festivi nelle chiese cittadine temporaneamente sospesi.
Si riterrà autorizzato il solo culto nella chiesa di Quartiere Vecchio, prospiciente la piazza della Spina, e celebrato da padre Ephraim Tabasco.
Dette disposizioni resteranno valide sino alla prima settimana di Quaresima.
Questa la parte più importante del proclama, ambigua per la maggior parte dei nostri concittadini, ma sorprendentemente chiara per me che ero a conoscenza delle trame degli eretici nelle più alte sfere sociali.
Sarebbe bastata una condanna formale per tenere a bada la popolazione in tumulto? E chi avrebbe creduto all’estraneità di padre Ephraim ai fatti?
Se addirittura il governatore l’aveva messo momentaneamente a capo del clero cittadino, c’era da sospettare che sua moglie avesse molto più potere su di lui di quanto credevo in principio. Che senso aveva cercare di persuaderlo dell’assassinio di una povera giovane, senza nessuno disposto a testimoniare eccetto la mia povera, paurosa governante?
Proprio in conseguenza della dichiarazione, il mese che seguì segnò l’inizio di un periodo d’attesa per la popolazione. La setta proseguì i suoi culti indisturbata sotto la tacita protezione delle autorità, e per la prima volta l’annosa questione della sopravvivenza della Spina passò in secondo piano.
Si cercava e si temeva un nemico apparentemente invisibile, che solo l’intervento della nuova inquisizione poteva sperare di stanare ed estirpare.
Il martedì prima dell’inizio della Quaresima, giorno di carnevale, le porte di Dhursindam si aprirono all’abate errante Albino e ai monaci neri di Oberhof. I ragazzini e i più curiosi erano corsi ad aspettarli di mattina presto, e si erano spinti fino al ponte sul Tilavento per vederli arrivare dal cammino di Torrevega. La compagnia giunse quando il sole era ormai alto, e pareva un lungo serpente nero, sbucato da un punto imprecisato dell’orizzonte.
La cappa bruna dell’abate Albino precedeva la processione di circa cinquanta monaci, interamente coperti di lunghi sai neri. I più camminavano scalzi; solo l’abate e alcuni dei più anziani indossavano sottili sandali di cuoio.
Quasi soffocato dalla calca, faticai persino a guardare qualche volto. L’anziano Manuele, che si era trovato accanto a me quasi per caso, mi chiedeva tutti i particolari che non poteva distinguere.
– Brutto segno, che siano arrivati oggi. Carnevale non è una festa molto gradita alla Chiesa… – borbottò in risposta a una delle mie brevi descrizioni.
– Beh, ma chi vuoi che ci rinunci? Oggi è un giorno di festa, forse l’arrivo dei monaci servirà a rendere l’atmosfera più gioiosa.
In verità quel giorno l’intera città sembrò aver ritrovato l’antica prosperità, e per la prima volta dopo lungo tempo le campane furono dimenticate. Le uniche che sonarono a festa furono quelle delle chiese della città, che a partire da quel giorno ripresero le proprie celebrazioni liturgiche.
La processione sfilò per le strade principali, diretta al nuovo palazzo municipale, sede del governatore. La precedeva una grande croce d’argento, retta da quattro ragazzi, seguita dall’abate tra due dei monaci più anziani. Il volto di Albino mostrava i segni profondi di una vecchiaia saggia e serena, straordinariamente immune ai timori e alle sofferenze della vita mortale. C’era qualcosa nei suoi occhi celesti quasi sempre socchiusi, che ricordava l’ambiente austero e quieto dell’antico monastero di Oberhof. Lo chiamavano l’errante perché dalla fondazione del libero ordine della Nuova Inquisizione, era spesso in giro per l’Europa con i suoi monaci, salvo i mesi di meditazione che trascorreva nella sua città.
– Non avranno mica fatto a piedi tutto il percorso dalla capitale… – sentivo commentare intorno a me.
– Ma no, hanno lasciato le cavalcature nelle stazioni di posta fuori città. È per fare più impressione che sono entrati scalzi…
Mi voltai verso Manuele per conoscere le sue impressioni, ma lo vidi ridacchiare sottovoce: in tutta quella storia dava l’impressione di vedere molto più chiaramente di tutti noi.
Nelle celebrazioni profane del carnevale, che seguirono quello stesso pomeriggio, le maschere sfilarono per ogni quartiere, e in molti casi cercarono di parodiare la processione dei monaci neri della mattina.
Nessuno avrebbe immaginato che solo un mese prima la peste violacea aveva mietuto quasi un centinaio di vittime. I locali restarono aperti fino a notte fonda servendo vino e birra gratuitamente a tutti i forestieri che erano arrivati dalle campagne intorno per assistere al duplice evento di quel giorno. In molti cortili vennero allestiti veri e propri banchetti, dove decine di commensali brindavano all’inizio di un nuovo periodo per la vecchia Dhursindam.
C’erano giovanotti che indossavano vestiti di cortigiane per burlarsi delle spose, bambini vivaci che si divertivano a rimbrottare i genitori, persino rispettabili devoti che giravano con piviali e stole sacerdotali per imitare una messa improvvisata.
– Introìbo ad altàre Dei. – ripetevano alcuni, quelli che meglio masticavano latino.
– Ad Deum qui laetìficat iuventùtem meam! – rispondeva chi fingeva di seguire il finto prete.
La novità di quel carnevale furono tuttavia le decine di presunti monaci che poco a poco cominciarono a sbucare per tutti i vicoli e le osterie della città, chiedendo elemosine e beffandosi alla fine delle persone di buon cuore che erano cadute nella burla. Era impossibile distinguerli dagli autentici monaci neri, perché il loro saio era perfettamente identico al loro, e chi se li trovava davanti aveva sempre paura di essere villano se provava a svelare la beffa.
Successe anche a me, di ritorno a casa dopo aver accompagnato Manuele al suo giardino. Da un gruppo di maschere che avevo avuto cura di oltrepassare senza dare nell’occhio, si staccò una delle solite figure incappucciate di nero, in perfetto stile Oberhof.
– Il Signore la benedica. – mi disse accelerando il passo per stami dietro.
– Benedica anche lei.
E cercai inutilmente di scrutargli il volto nascosto. Mi preparavo già a dargli qualche spicciolo per togliergli il pretesto di seguirmi ancora, quando la mano di uno scheletro si posò sulla mia, bloccandomi nel mezzo della strada. Pensai a un ridicolo scherzo, anche se ritrovai il sangue freddo solo dopo qualche istante. Rimisi nella giacca la borsa con gli spiccioli e guardai il cappuccio severamente:
– Un vero burlone, non c’è che dire.
– La morte non si burla mai di nessuno. – rispose il monaco con la stessa voce profonda e un po’ ironica.
– E lei rappresenterebbe la morte?
– Non la rappresento, io lo sono.
Originale anche in quella risposta. A quale ragionamento voleva condurmi? Aspettai che continuassi, ma si limitò solo a nascondere le ossa dell’arto sotto l’ampia manica.
– La morte?
– La ruota riprenderà a girare, presto. Dal ventre della donna sono nate altre quattro creature, più forti e affamate. Le campane suoneranno ancora.
Sparì dalla mia vista, strisciando lungo i muri a velocità quasi innaturale, e lasciandomi interdetto. Era una minaccia, un avvertimento, o un altro scherzo di pessimo gusto? Arrivai a casa ripentendomi a voce alta le ultime parole dello sconosciuto.
E dopo il Velenoso la ruota ricomincerà a girare, di nuovo. Finché non saranno tutti purificati, e la sua sete estinta, erano state le parole di Utreg Levi. Era forse lui, celato da quella maschera? Impossibile, avrei riconosciuto la voce.
Porsi il cappotto a Mrs. Gershwin, e per quella sera decisi solo di dedicarmi all’ultima, lauta cena prima dell’astinenza quaresimale.