Il campanaro di Dhursindam – VII Parte

marzo 4th, 2011

Non ebbi il tempo di fermare alcuni dei più impazienti: trafissero il petto di Rudolph prima che potessi tentare di farli ragionare. Il sacrestano si contorse con la faccia premuta contro il pavimento, e i pugni stretti sulla sua lunga catena.
Mentre Alexis gli puntava il fucile alla fronte, padre Ephraim osservava terrorizzato l’agonia dell’uomo che gli era stato sempre accanto sin dagli inizi della sua carriera ecclesiastica.
– Ridammi mia sorella! Falso prete! – gli urlò contro Alexis, ferendolo con la canna dell’arma e costringendolo a rialzarsi mentre gli altri gli si facevano intorno. Lo sguardo allarmato dell’uomo si posò infine su di me, e sembrò chiedermi un soccorso estremo prima della fine. Era strano immaginare come una persona così piena di fantasie e illusioni avesse tanta paura della propria morte, di quella che avrebbe potuto essere la sua ultima ora.
Forse fu proprio per la strana pietà che mi incussero i suoi occhi, che mi frapposi fra lui e il giovane Davies per porgli le mie domande.
– Padre Ephraim, ci restituisca la bambina, e non le sarà fatto del male. Glielo garantisco.
Lui tentò di avvicinarmisi, ma la stretta di due altri uomini, che provvedevano a legargli i polsi, glielo impedì.
– Non ne ho colpa, non l’ho presa io, glielo giuro! – gemette lui in lacrime, – Dottore, lei sa che non farei mai una cosa del genere. Mi preoccupo solo della nostra comunità… di ciò che è meglio per…
– Sciocchezze! Mio fratello è morto per causa vostra! Sarah è stata rapita per causa vostra! E trattenete anche Becky Maugham, l’ho vista! – gli urlò contro Alexis, e stava per sferrargli un pugno con la mano sinistra, ma riuscii a frenarlo ancora una volta. Il fatto che volessi risparmiare altri tormenti all’uomo che forse mi aveva mutilato per la vita, lo confuse al punto che mi lasciò continuare.
– Ha idea di chi l’abbia presa? La signora Davies parla di alcuni uomini mascherati…
– Non è colpa mia, glielo ripeto, dottore. Lei mi conosce, ho salvato la vita di quella donna, della sua governante…
– Crede davvero? Lei l’ha dannata!
Gli raccontai quello che aveva sofferto Mrs. Gershwin dopo che lui l’aveva marchiata, il delirio, la pazzia che era infine sfociata nel tentativo di aggredirmi. Lui non batté ciglio, ma ascoltò con aria dimessa, attento solo alla direzione che prendeva la mira del fucile di Alexis.
– Quello che ha fatto dopo che le è stata donata un’altra possibilità, è quello che in realtà sentiva. Le assicuro che è felice, è con noi, è al sicuro. Vede, dottore? Non siamo indemoniati, non siamo crudeli!
– Mrs. Gershwin? Mrs. Gershwin è con voi? – replicai sbigottito. Era forse nella piccola assemblea che avevo visto allontanarsi al nostro ingresso?
– Ha ascoltato la chiamata del nostro signore. Lo capisce anche lei, non possiamo sottrarci…
– Che ne è di Rebecca Maugham? È ancora viva?
Aspettai in silenzio qualche secondo; l’uomo spaventato che mi stava di fronte, legato e inoffensivo, mi trasmise tutto l’orrore per il mistero che si nascondeva in cima a quelle scale.
– La ragazza è con noi come veicolo. È stata scelta fin dalla sua nascita, per fare di Dhursindam il portale dell’inizio dei tempi.
Alexis si fece avanti e, afferrata la veste liturgica del prete, ne strappò un lungo tratto scuotendolo violentemente:
– Cosa hai fatto a lei e a mia sorella? Rispondi ora, o giuro che con te la faccio finita!
– Niente! Non ho fatto niente! Stanno bene, sono vive!
Il sacerdote riprese a tremare, e supplicò il ragazzo chinando il capo e bagnando di lacrime le mani che lo tenevano bloccato.
– Ci preceda su per quella scala, allora! E non faccia scherzi perché sarà lei il primo a pagare. Le voglio vive!
– Mio giovane, caro Alexis, te ne prego… I tempi non sono compiuti, occorre solo qualche giorno. La profezia…
– Cammina! – lo interruppe l’altro, e con un calcio lo fece avanzare di qualche passo, finché inciampò in un altro banco più avanti.
La sala era ormai gremita di uomini in attesa. Alcuni si erano seduti per assistere più comodamente a quella scena pietosa, come se si trattasse di una rappresentazione tragicomica. Ephraim Tabasco sembrava aver quasi rinunciato a ogni dignità. Era così sicuro che prima o poi i suoi alleati lo avrebbero vendicato? O stava semplicemente tentando qualsiasi cosa, pur di allungare di un solo giorno la sua vita già così miserevole?
– Non posso, non posso condurvi su per le scale… Sarei il primo a essere punito. A me è solo dato il permesso di adorarlo, e venerarlo diffondendo tra i pagani il suo culto. Non mi spingere alla profanazione… sono solo un servo, uno schiavo della nostra Spina…
– Sei solo un cane! – gli sputò contro Alexis, e lo gettò da parte apprestandosi a salire i primi gradini della ripida scala a chiocciola, col fucile carico puntato nell’apertura scura sopra la sua testa.
Ephraim strisciò verso l’altare, accucciandosi come una bestia ferita, e mormorando con gli occhi chiusi coperti del sangue che sgorgava dalla ferita alla fronte:
– Non è il momento, non è il momento. Lei non è più una ragazza. È presto per rivederla, è presto.
Fermai Tom che si apprestava a seguirlo:
– Aspetta, non è prudente. Forse sarebbe meglio attaccare il campanile da fuori. Avremmo un più largo raggio d’azione che non qui. Le vie d’uscita sarebbero anguste, il nemico è preparato… avrebbe la meglio se…
In quel momento una voce ben nota risuonò dalla volta sopra di noi. Era difficile localizzarla in cima alla scala, perché nella sala sotterranea era amplificata al punto da essere perfettamente comprensibile anche agli uomini che attendevano accanto alla seconda grata.
– Alexis, amore mio, sono qui. Sono qui, sali. Vieni a prendermi, Alexis.
Il ragazzo continuò a salire; stava per raggiungere gli ultimi gradini, quando frate Martino si lanciò dietro di lui e gli afferrò una gamba.
– Lasciami! Lasciami andare da lei! – gridò Alexis, ma altri due frati neri si unirono al primo. Per un attimo la tensione rischiò di provocare uno scontro interno; gli amici di Alexis si preparavano già ad affrontare i presunti traditori.
La voce si mutò in un grido bestiale quando Martino tentò di lanciare il suo esorcismo prima che fosse troppo tardi.

Read the rest of this entry »

Il campanaro di Dhursindam – VI Parte

marzo 4th, 2011

– Tu non brucerai… come ti chiami? – gli chiesi.
Non mi rispose, e lasciò che gli prendessi il braccio senza reagire. La fronte scottava, e il respiro cominciò a mutarsi in un breve rantolo. Non ho mai assistito a un aumento così rapido della febbre in un giovane paziente.
Lo chiamai ancora, sperando che mantenendolo sveglio l’avrei convinto a prendere qualche medicina. Ma non ci riuscii, e lasciai la casa dando poche speranze alla madre, che sembrava già essersi rassegnata al “male” sconosciuto che l’aveva rapito.
– Quando finirà, dottore? – mi chiese mentre si asciugava gli occhi arrossati.
– Sia forte, e abbia fiducia che tutto ritorni come prima…
Ero un po’ imbarazzato: quante volte mi avevano fatto la stessa domanda, come se anche in quel caso un dottore avesse la giusta risposta?
– È già il secondo, che mi viene portato via. Me ne resta solo uno, dottore. Solo uno…
Stavolta non poté trattenersi, e scoppiò in lacrime. Era dura assistere al dolore impotente di una madre che perde i propri figli senza neanche poter dare un nome alla malattia che glieli ha tolti. Senza neppure poter sperare che non accada più.
In quei giorni non riuscii neanche ad immaginare che sarebbe potuto toccare anche a me, che anch’io un giorno avrei potuto contrarre qualche strana malattia. Spesso mi sentivo come lo spettatore di un’insana tragedia, impotente quanto quella donna, ma certo allo stesso tempo che avrei potuto, e dovuto, far qualcosa al più presto per interrompere la catena di morte.
Il campanile era la chiave di tutto. Di certo non ero l’unica persona a sospettarlo, ma da solo non avrei potuto mai affrontare ciò che la Spina nascondeva al suo interno. Soprattutto, finché il nuovo governo non prendeva una posizione chiara nei confronti dei fenomeni soprannaturali che accadevano sempre più numerosi, ogni reazione dei singoli gruppi di cittadini sarebbe stata scoordinata e inefficace.
I rivoltosi erano ancora ritenuti fuorilegge, nessun membro della Crusversa era stato fatto prigioniero e interrogato, e l’unico scopo dei vari corpi di guardia pareva essere quello di salvaguardare le poche scorte alimentari che restavano in città.
Purtroppo la tensione aveva ricominciato a crescere nei pochi giorni che seguirono l’insediamento dei monaci di Oberhof nelle più alte sfere del potere. I ribelli capeggiati da Davies chiedevano una più ferma posizione nei riguardi degli eretici, con l’inizio di un vero e proprio rastrellamento di Quartiere Vecchio e delle zone in cui si mormorava che si nascondessero i capi della setta. La notizia della morte di padre Ephraim non era stata confermata, e i più cominciavano a dubitarne.
Ciò che destò più clamore fu il tradimento di alcuni monaci neri, in tutto una decina, che lasciarono il palazzo del governo per unirsi al gruppo di Alexis. Gli scontri si succedevano in varie parti della città, spesso anche non lontano dalla mia abitazione, ma sempre durante il giorno o appena prima del tramonto. Ancora nessuno aveva il coraggio di sfidare il potere e lo strano influsso della campana di Dhursindam.
Quando lo stato della mia governante cominciò a peggiorare, e a tornare agli estremi che mi avevano spinto a chiedere l’aiuto di padre Ephraim, decisi di abbandonare ogni mia riserva riguardo all’inganno del prete. Era chiaro che quella sua strana cerimonia aveva avuto solo lo scopo di spingere Mrs. Gershwin a ritornare nella sua cerchia, magari attirandoci, com’era già successo, anche me.
Cosa mi impediva di tenere ancora nascosto il segreto della sala sotterranea? Qualche giorno dopo la morte del mio piccolo paziente, decisi di provare ancora ad avvicinarmi ai cancelli del palazzo ducale per chiedere un’udienza ufficiale al nuovo governatore.
Fui più fortunato, perché conoscevo personalmente una delle guardie, che mi garantì l’accesso alla sala riservata ai colloqui privati dell’ex duca. Chiesi di vedere al più presto l’abate, ma il mio amico non poté far altro che garantirmi un incontro con “qualcuno dei suoi più stretti collaboratori”. Malgrado le mie insistenze, mi rincuorai durante la lunga attesa, con la speranza di incontrare almeno uno dei monaci neri che avevo conosciuto alle mura della città, qualche settimana prima.
Restai senza parole quando, contro ogni mia previsione, fui raggiunto dalla vedova del duca, la stessa donna che avevo incontrato nel sotterraneo il giorno del sacrificio di Becky Maugham.
– L’aspettavo, dottor Calvert. – mi salutò ignorando il mio debole inchino. Si comportava come se tra di noi ci fosse già una certa familiarità, e mi sorrise accomodandosi su una poltrona di fronte alla mia, dopo aver raccolto con entrambe le mani le falde dell’ampia gonna nera.
– Dopo la morte di mio marito, e i problemi che sono sorti negli ultimi tempi, lei capirà come una donna così provata come me… abbia sperato nell’aiuto di un uomo deciso, influente, fedele… come lei.
Sottolineò l’ultimo aggettivo con uno sguardo penetrante, che per un attimo attenuò la freddezza naturale dei suoi lineamenti, e aspettò una mia risposta.
Riflettei qualche secondo su quello strano discorso. Si aspettava qualcosa di preciso da me? Ero sicuro che mi avesse riconosciuto, dopo il pericolo a cui mi ero esposto durante l’ultimo nostro incontro. Mio malgrado, non riuscivo a collegare la donna indifferente che aveva assistito a un assassinio senza battere ciglio, con quella sorridente e disponibile che mi stava davanti.
– Se avrò la possibilità di aiutarla, sarà mio piacere fare il possibile, signora. – risposi, sperando che fosse lei la prima a introdurre l’argomento che più ci stava a cuore. Forse l’attentato degli eretici alla vita di suo marito aveva contribuito al suo pentimento? Mi stava chiedendo di unire le forze per convincere Albino a prestare il suo appoggio alla guerra alla Crusversa?
– Abbiamo bisogno di lei, dottor Calvert. L’ultima volta Davies è stato molto vicino a trovare la via del sotterraneo. Lei è il solo che ha la sua fiducia… Se sa dove si nasconde il ragazzo, deve farne parola con me. Può fidarsi di padre Ephraim, lui saprà come ricompensarla…
– Aspetti un momento, la prego…
La fermai sbigottito. Credeva davvero che fossi venuto fin lì per denunciare il presunto nascondiglio di Alexis? O per aiutare in qualche modo la setta eretica?
– Ho avuto una sola occasione di parlare col signor Davis, e da allora non l’ho più incontrato, mi sembra che tutti gli diano già la caccia…
– Ma nessuno sa dove sia. Temiamo che ritorni alla chiesa, prima o poi. È stato un miracolo che non abbia scoperto la grata…
– Già, Rudolph ha fatto un buon lavoro… – ribattei secco. Non mi era ancora chiaro cosa quella donna pensasse di me. Perché si stava esponendo così ingenuamente di fronte a una persona che avrebbe potuto denunciarla quello stesso giorno?
– Padre Ephraim ha avuto il piacere di rincontrarla ancora. Spero che Mrs. Gershwin…
– Mrs. Gershwin sta morendo. – interruppi con sangue che già mi pulsava alle tempie. Cosa le aveva raccontato quell’uomo? Si era forse illuso che la mia debolezza mi portasse prima o poi a unirmi a loro?
– Questo è impossibile… è sicuro che non stia invece… cambiando?
– In tal caso preferirei che morisse, al più presto.
– Dottor Calvert, vedo che non ha abbandonato alcune delle sue riserve…
Gli occhi le si accesero di nuovo di quello strano calore, con cui pareva volesse trasmettermi le sue convinzioni.
– Se mi illusi una volta fino al punto da rivolgermi a Ephraim Tabasco, l’ho fatto solo perché credevo che fosse la mia ultima possibilità di salvare quella donna… Era sul punto di impazzire…
– E l’ha fatto… l’ha salvata.
– L’ho uccisa! Invece ho fatto in modo che finisse nelle mani del demonio!
Temetti di gridarle qualche frase sconsiderata, così strinsi i pugni aspettando di essere abbastanza calmo per congedarmi. Che senso aveva continuare a rivolgermi a una donna che aveva completamente travisato il senso delle mie parole?
– Perché non è ancora convinto che la Crux Inversa è l’ultima speranza per Dhursindam? I tempi si stanno compiendo, e i segni sono già palesi. È impossibile continuare a essere ciechi…
– State solo seminando il panico, portando alla pazzia anche anime innocenti. Donne, bambini….
– Pensa che creiamo noi questo panico? Non è forse chi ci grida contro che paga il prezzo della sua stupidità? Tutto quello che Utreg Levi vuole da noi tutti, è che riconosciamo l’unico vero signore, il campanaro della torre, e ci sottomettiamo a lui per avere salva la vita, e non solo…
– Che altro?
– Un’esistenza che si spingerà oltre i limiti mortali, fatta di ricchezza, pace, bellezza, vittoria sul tempo e sul dolore…
Sorrise ancora, ma stavolta non a me. Pareva che avesse da vanti lo scenario che stava immaginando, e lasciò vagare ancora a lungo la sua fantasia, frutto di chissà quali e quante fanatiche prediche di pare Ephraim , prima che la interrompessi:
– Sono qui per parlare con l’abate, signora duchessa. Spero che qualcuno mi abbia già annunciato…
– Sono io che ricevo in sua vece, dottore. Speravo che l’avesse capito.
Il suo tono si fece più duro, e raddrizzò la schiena in modo da riacquistare l’aria altera che le riconobbi il primo giorno.
– Immagino che farà di tutto perché la Crux Inversa continui a essere protetta, non è vero?
– È nel bene di tutti.
– Non delle sue vittime.
– Non di quanti si mostrano talmente stolti da non vedere.
Era inutile insistere. Non avevo alcuna speranza di convincere quella donna a vedere la Dhursindam stremata di allora con gli occhi di un medico, impegnato a fare il possibile perché la situazione non degenerasse ancora verso la totale distruzione. Al contrario, pareva ancora convinta che avessi qualche ragione per dubitare della mia posizione, e continuò di provocarmi mentre cercavo un pretesto per porre fine a quel confronto.
– Perché non ha offerto la sua testimonianza alle autorità, se era così intenzionato a distruggerci? Perché ha aspettato tanto? – mi chiese, tendendo le labbra sottili per l’impazienza.
– Credevo che ci fossero delle persone innocenti che sarebbero state coinvolte… In quella cerimonia c’erano alcuni che erano estranei alla Crusversa, e che forse tacevano per paura, o per quello stesso orrore che mi ha spinto a reagire.
Lei non rispose, ma si limitò a distogliere lo sguardo, come quel giorno, di fronte alla ragazza crocifissa… Continuai più diretto:
– Come ha potuto continuare ad appoggiarli, dopo l’assassinio a cui ha assistito?
– Quale assassinio?
– Rebecca Maugham! Si prende gioco di me? – esclamai esasperato.
– Quella non era una donna. Era gravida dei demoni protettori. Se fosse rimasto con noi…
Mi alzai di scatto, troppo disgustato per proseguire quella conversazione. Ormai riusciva solo a trasmettermi pena, insieme al ribrezzo per la sua fedeltà incondizionata a un gruppo di fanatici omicidi.
“Hanno ucciso suo marito, forse di fronte ai suoi stessi occhi… E lei continua a stare dalla loro parte”, avrei voluto rinfacciarle, ma mi mancò il coraggio. Sperai che in una parte della sua mente covasse il rimorso per il male che aveva fatto a un uomo che l’aveva amata, solo perché lui era stato troppo debole per non opporsi ai suoi capricci.
Uscii senza voltarmi ai suoi ultimi richiami. Sentii il fruscio della sua veste per un po’, poi rinunciò a seguirmi.
Tornai subito a casa, amareggiato per l’ennesimo insuccesso dei miei propositi. Ogni tentativo di accedere al palazzo rosso era stato bloccato o intercettato; l’unica speranza di fermare l’avanzata della Crusversa era, a quel punto, nelle mani dei ribelli guidati da Alexis Davies e Tom Cecil.
Cosa sarebbe successo se anche loro fossero stati sconfitti, e la duchessa d’Alba fosse riuscita nel suo intento di legittimare la fede degli eretici? L’intera Dhursindam sarebbe diventata un avamposto stregato, nelle mani di forze spettrali o ancora ignote alla maggior parte delle sue vittime?
Quello stesso giorno segnò una svolta nella mia vita, e nella posizione che assunsi nei confronti della setta. Non ebbi più alcuna esitazione nel manifestare un’aperta avversione contro i crimini che, più o meno indirettamente, si commettevano nel nome dei nuovi, falsi dei. Cercai di convincerne Mrs. Gershwin, ma dal momento in cui cominciò a riprendere lucidità, constatai quanto lontana già fosse dalla donna saggia e fedele che avevo imparato a rispettare in tanti anni.
– Povero dottore… lei non sa cosa fare, non è vero? Lasci fare a me, lasci fare alla sua vecchia Betta. – mi diceva seduta accanto alla finestra, dove aveva cominciato a trascorrere ogni ora del giorno e della notte, a fissare il cielo nelle sue varie tonalità di scarlatto e arancio.
Sapevo che non era lei a parlarmi, eppure non potevo fare a meno di avvicinarmi ogni volta che udivo la sua voce. Speravo di ascoltare il consiglio di cui avevo bisogno, soprattutto in un periodo in cui mi sentivo solo di fronte alla mia decisione. Sarei stato in grado, un giorno, di veder punite le morti di Joel e Rebecca Maugham, del duca d’Alba, e di tanti altri che in qualche modo erano stati scelti a caso dalla ruota delle maledizioni?
– Lasci che mi occupi di lei. Si sentirà meglio, deve solo rilassarsi e stare fermo, da bravo bambino… – continuava la mia vecchia governante, con un tono infantile e inquietante al tempo stesso.
Fu forse l’estrema convinzione della sua demenza che mi portò a commettere un errore fatale, che pagai per tutta la durata del terrore a Dhursindam.
Erano già molti giorni che, almeno fisicamente, Mrs. Gershwin pareva essersi ristabilita. La visitai un’ultima volta, e lei restò immobile come la prima, aspettando paziente che terminassi.
– Se solo ti lasciassi guarire, povero piccolo. – sussurrò in modo che la mia infermiera non potesse ascoltarla.
Quella sera mi ritirai nella mia stanza senza chiudere la sua porta a chiave. Pensai fosse giusto restituire un po’ di autonomia alla donna che per tanti anni mi aveva dedicato la sua vita, e a suo modo, anche un po’ burbero, aveva cercato di proteggermi dai miei sbagli, o dalle semplici imprudenze a cui i miei ideali mi avevano spinto.
In qualunque modo fosse finita quell’assurda esperienza, condivisa con la città che mi ospitava da più di vent’anni, speravo che ne fossimo usciti entrambi, vivi e con la possibilità di dimenticare, un giorno.
Diedi un’altra occhiata al cielo di porpora dalla finestra di camera mia. Doveva essere già passato il tramonto, perché in strada era calato un silenzio tombale, e le prime nebbie affioravano agli angoli delle strade, come da fratture invisibili nella terra smossa dalle carrozze.
Di solito a quell’ora il cielo era percorso da sottili venature, come lampi brevissimi senza nubi, che preannunciavano gli spettri che anche per quella notte avrebbero attraversato Dhursindam, tra le strilla dei pazzi in giro.
Era difficile stare a guardare mentre la campana ricominciava i suoi rintocchi, e la nebbia risaliva i muri delle case intorno. Le forme tremolanti dietro la cortina di fumo rendevano quasi reali le mille allucinazioni delle menti sconvolte, che si sottraevano alla sorveglianza dei familiari per fuggire all’esterno.
Pensai a Mrs. Gershwin, alla possibilità di cui forse avrebbe approfittato per scappare. Non volevo, tuttavia, che continuasse a vivere come in una prigione. Se la sua vecchia vita si era ormai conclusa, e il nuovo essere che le era nato dentro la spingeva a seguire i suoi fantasmi, non avrei avuto nulla in contrario al suo allontanamento.
Quello che mai mi sarei aspettato fu di udire la sua voce appena dietro la porta della mia stanza, proprio mentre l’ultimo rintocco del campanile si spegneva dietro i vetri.
– Dottore, sono io, apra per favore.
– Mrs. Gershwin? – chiesi senza fare un passo verso la porta. Mi preparavo a mettermi a letto, come di consueto dopo la mezzanotte. La voce che avevo udito non somigliava affatto a quella di lei. L’avevo riconosciuta solo per una certa familiare intonazione, un qualcosa che si può apprendere meccanicamente, senza per questo arrivare a immedesimarsi con l’originale.
– Ha sentito le campane? Ci chiamano, dobbiamo andare.
– Che dice? Dove vuole che andiamo a quest’ora?
Avanzai verso la porta. Potevo immaginarla lì, ad aspettare immobile con la sua camicia bianca, la crocchia disfatta dei capelli grigi che le pesava sulla spalla.
– C’è il pazzo in strada, aspetta noi, il pazzo che urla alla luna. Urla ogni notte per qualcuno. Stanotte tocca a noi, dottore.
– Farebbe meglio a tornare in camera sua! È pericoloso uscire di notte; non le è permesso.
Le parlavo come a una bambina, ignorando di proposito i suoi strani avvertimenti. Cominciai a pentirmi di averle lasciato la possibilità di uscire dalla sua camera. Cosa voleva ancora da me?
– Ma deve ascoltarmi, non le succederà niente. Venga con me, caro Calvert, non le farò del male, non succederà niente.
Socchiusi la porta per tentare di riportarla almeno in camera. Come avevo già deciso, se avesse voluto uscire a tutti i costi in strada, non l’avrei fermata. Non avevo idea di cosa l’aspettasse fuori… e se qualcuno davvero ci fosse stato, non volevo neanche immaginarlo.
Non appena attraverso lo spiraglio buio intravidi il suo profilo illuminato dalla luna rossa, una mano simile a un artiglio si infilò nell’apertura cercando di afferrarmi al collo. Il volto raggrinzito di Mrs. Gershwin era distorto dall’ira, creando una maschera che non avrei mai pensato potesse appartenerle.
– Venga! Venga fuori! – urlò digrignando i denti.
Gridai anch’io, ma per lo spavento derivatomi dalla sua espressione, più che per il tentativo di aggredirmi. Riuscii infine a schiacciarle le dita contro lo stipite, e si ritirò con un lamento di bestia ferita.
– Ritorni in camera sua, o se ne vada via! – le intimai ancora una volta, girando la chiave nella toppa. Sentì scattare la serratura, e smise di spingere.
Ci furono alcuni minuti di silenzio, durante i quali restai in ascolto col cuore in gola. Sentii i suoi piedi nudi che strisciavano sul pavimento com’era diventata sua abitudine, poi più nulla. Non si era allontanata.
– Cosa vuole da me? Perché non mi lascia in pace! – gridai con l’orecchio contro la porta chiusa.
– Giù in strada, c’è la bestia che l’aspetta. È scesa dalla campana per lei, deve uscire… Deve uscire!
Picchiò all’improvviso contro la porta, facendo tremare il legno e spingendomi via contro il letto. Erano colpi così selvaggi che dubitai potesse trattarsi della stessa donna convalescente di quella mattina.
– Mrs. Gershwin, la prego… – supplicai.
Continuò per un po’, arrestandosi solo per continuare la sua filastrocca senza senso:
– Un altro giro alla ruota, dottore. Si unisca al carnevale dei pazzi… Giriamo in tondo, cantiamo alla luna. È bello, Enrico mio, è bello.
Seguirono altri corpi sordi, poi una tosse roca che quasi le tolse il respiro.
– Mrs. Gershwin? Vada a letto, per il suo bene. Rischia di peggiorare se continua così. Non c’è nessuno fuori, vada a letto…
Presi un bastone da passeggio lasciato da tempo nell’armadio, e mi avvicinai ancora alla porta, pronto ad affrontarla per liberarmi da quell’incubo. Se era completamente impazzita, non aveva senso lasciarla lì a farsi del male senza alcuna ragione.
Stavo per toccare la chiave, attento a non fare rumore per non allarmarla, quando la tosse insistente si trasformò in un rantolo, poi in un rigurgito come di vomito.
Mi bloccai perché quei suoni non mi erano familiari. Mi riesce molto difficile raccontare alcune delle scene a cui assistetti da quella notte in poi. Forse c’era davvero qualcosa nel corpo, e non solo nella mente, della mia governante. Qualunque cosa fosse, si manifestò in quell’occasione, mentre me ne stavo all’ascolto, terrorizzato dal gorgoglio liquido che pareva sprigionarsi dalla gola della donna. Era come se stesse soffocando nel tentativo di vomitare, ma non ero ancora sicuro se fosse da sola, o se qualcuno fosse in realtà con lei, cercando di strozzarla.
Il panico riuscì a sopraffarmi, e mi lanciai in un ultimo atto disperato verso la finestra. L’aprii, e una folata gelida mi investì in pieno viso. Benché fossi al primo piano, l’altezza non era eccessiva. Parallelo alla finestra c’era un tubo di scolo abbastanza resistente da reggere il mio peso, ma non considerai immediatamente la possibilità di aggrapparmici.
Mi voltai ancora una volta, sempre più angosciato, verso la parete di fronte. I rantoli della donna divenivano sempre più fiochi, mentre un liquido giallognolo filtrava sotto la porta. Era acqua? Vomito? Somigliava a gelatina, ma non mi avvicinai per accertarmene.
Rabbrividivo per il vento gelido che aveva invaso la stanza, e non solo. Tutta quella scena mi sembrava un incubo da cui non riuscivo a svegliarmi. Mi forzai a sperare che tutto finisse prima che fossi costretto alla più pericolosa delle fughe, ma la strana sostanza continuava a filtrare, formando presto un’ampia pozza fin quasi i piedi del letto.
– Mrs. Gershwin? – chiamai, ma la voce mi uscì in un soffio che io stesso appena percepii.
– Dottore… – rispose una voce.
Era straordinariamente vicina, nella mia stessa stanza. E proveniva dalla pozza, in cui affiorava una forma coi lineamenti di un volto umano.
Stavo sognando. O ero impazzito, anch’io. Non ci potevano essere altre spiegazioni.
Lanciai un ultimo grido, molto più potente del precedente, e mi sollevai aggrappandomi al davanzale della finestra spalancata. Il freddo pungeva sotto i vestiti inadeguati a quella temperatura, ma mi costrinsi ad afferrare il tubo rudimentale, che minacciò di cedere alla prima presa. Pregai di non scivolare, mentre spostavo il mio peso da una parte all’altra. Tenevo gli occhi chiusi, per non vedere cosa si stesse materializzando dietro di me. Qualsiasi fosse il frutto della mia fantasia eccitata, era impossibile resistere all’impulso di fuggire il più lontano possibile.
Quando finalmente riuscii a farmi scivolare fino al suolo, guardai in alto per accertarmi che nessuno mi stesse seguendo. Intravidi una sagoma che si stagliava contro la luce che proveniva dall’interno; aveva i contorni indefiniti e tremolanti, come fosse fatta di fumo. E di sicuro non poteva essere quella di Mrs. Gershwin.
Mi trascinai lungo la via a fatica, quando il terrore riuscì a farmi distogliere lo sguardo. Non mi ero reso conto, fino a quel momento, del pericolo altrettanto grave che mi aspettava da allora in poi.
Raggiunsi il primo crocicchio quasi galleggiando nella nebbia rossastra che mi arrivava alle ginocchia, mentre il vento gelido mi sferzava fin nelle ossa. Il silenzio fu perfetto per qualche minuto, mentre vagavo senza orientamento per le strade straordinariamente simili le une alle altre. Le case somigliavano a edifici spettrali con buchi vuoti al posto di porte e finestre, e il cielo illuminava ogni superficie con una luce di tramonto perenne.
Quando avvertii le prime grida, mi ero già allontanato per una delle vie principali, sperando di trovare un’abitazione ancora illuminata, una locanda che per qualsiasi strana ragione fosse rimasta aperta, per accogliermi, o nascondermi.
In un piccolo spiazzo al secondo incrocio, intravidi le sagome di alcuni uomini che sbucarono dalla nebbia, camminando in fila come in processione. Erano quasi nudi, e si spingevano l’un l’altro a capo chino. Pensai fossero ubriachi, ma mi avvicinai ugualmente, sperando che mi indirizzassero almeno verso una taverna ancora aperta a quell’ora.
– Scusatemi… voi laggiù! – li chiamai, incrociando le braccia intorno alla giacca troppo sottile, che non scaldava.
Il primo della fila alzò il capo e si fermò di botto urtando il secondo. Il gruppo si immobilizzò dopo la serie di urti a catena, e dopo che il primo mi ebbe indicato mormorando qualcosa di incomprensibile, tutti cominciarono a ululare come bestie.
Pazzi… ero stato uno stupido a non accorgermene prima. Erano alcuni dei tanti che in quelle sere correvano per le strade della città scatenando il panico tra i cittadini.
Arretrai perché non decidessero di scagliarsi contro di me, date le loro reazioni incontrollabili, ma non feci in tempo a tornare dietro l’angolo, perché uno dopo l’altro i cinque o sei uomini si accucciarono come lupi, e mi puntarono in attesa di avventarsi contro di me.
Non riuscivo a distinguere le loro espressioni, ma dal ringhio delle loro voci era chiaro che avevano abbandonato ogni residuo della loro natura umana, pronti a scagliarsi contro qualunque uomo che venisse loro incontro.
Mi voltai e cominciai a correre senza fermarmi, col loro ansimare sempre più vicino. Correvano anche sulle mani, ma per fortuna quest’andatura non permise loro di raggiungermi: svoltai in un vicolo secondario in cui mi nascosi, ascoltando con sollievo i grugniti che si allontanavano.
Mi guardai più volte intorno per capire dove mi trovassi, ma la nebbia mi rendeva impossibile orientarmi. Mentre mi addentravo per la stradina mi raggiunsero altre grida, completamente diverse, molto in lontananza, senza che potessi attribuirli ad uomini o a uccelli. Ricominciai a correre, finché non distinsi un alone luminoso, proveniente da una finestrina in fondo al vicolo.
– C’è nessuno? Aprite, per favore, sono un dottore. Aprite… per carità. – implorai bussando alla porta dell’abitazione con tutte le mie forze. Ero sicuro che qualcosa mi stesse inseguendo, qualcosa ancora nascosto nella nebbia, ma che avrebbe potuto saltar fuori, e assalirmi da un momento all’altro.
Non riuscivo a raggiungere con le mani il vetro illuminato, ma presi una pietra dalla strada, deciso anche a fracassarlo per attirare l’attenzione di qualcuno. Non centrai il bersaglio, ma la luce si spense, senza che niente interrompesse il silenzio agghiacciante.
Mi avevano abbandonato; chi avrebbe aperto, d’altronde, a un uomo urlante in piena notte? Soprattutto nella Dhursindam sconvolta di quel periodo?
Con i piedi gelati avvolti in calzature del tutto inadeguate per quella temperatura, mi incamminai ancora per strade che non conoscevo, disperando di trovare la direzione giusta senza riuscire a vedere quasi a un palmo dal mio naso. Quando trovai abbastanza lucidità per ripensare alla scena angosciante a cui avevo assistito poco prima nella mia stanza, mi vennero in mente le ultime parole di Mrs. Gershwin, la minaccia con cui voleva costringermi a uscire con lei:
Giù in strada, c’è la bestia che l’aspetta. È scesa dalla campana per lei…
Mi fermai sotto un piccolo portico che costeggiava una cancellata; il giardino che si intravedeva sembrava vuoto e sbiadito, come tutto intorno. Doveva essere un cimitero.
Alla fine Mrs. Gershwin aveva raggiunto il suo scopo. Me ne rendevo conto solo allora. Voleva che uscissi per spingermi nella morsa degli eretici, e ci era riuscita. Ero solo, indifeso, completamente in balìa di chiunque mi avesse trovato, e avesse intenzione di rapirmi. Come molti altri, come tutti quelli che ogni notte sparivano senza lasciare traccia.
Un suono sordo, come un calpestio sull’erba, ruppe il silenzio proprio qualche metro di fronte a me. Di nuovo ebbi la sensazione che il mio inseguitore mi spiasse da dietro la cortina di fumo, ma le forze mi mancarono nel momento in cui mi apprestavo a scappare ancora una volta. Afferrai le sbarre della cancellata, valutando la possibilità di arrampicarmi e di lanciarmi al di là della barriera; ma non ce ne fu il tempo. Nella nebbia giallastra si delineò la sagoma della bestia.
Era un quadrupede delle dimensioni di un cavallo, con diversi rigonfiamenti bitorzoluti sulla groppa, e due appendici in corrispondenza della testa che infine individuai come corna lunghissime. Avanzava verso di me lentamente, emettendo squittii di topo.
Arretrai d’istinto, ma la visione mi ipnotizzò per quasi un minuto, prima che ebbi la possibilità di distinguerla più chiaramente. Il capo aveva fattezze caprine, e le gobbe sul dorso parevano busti umani deformi, senza arti. Avanzava senza i tipici rumori degli zoccoli, perché alle estremità era dotato di zampe simili a piedi d’uomini.
Terrorizzato da quella creatura da incubo, e dal verso acuto e assordante che la nebbia intorno rifrangeva e amplificava, lasciai le sbarre gelide per ricominciare a correre nella direzione da cui ero arrivato. Imboccai altre strade a caso, urlando o credendo di urlare per liberarmi dall’orrore che rischiava di farmi impazzire. Mi trovai infine nella strada principale del centro storico Dhursindam, che riconobbi immediatamente per la forma particolare dell’acciottolato e per la dimensione più ampia rispetto al reticolato di stradine che la circondava.
Questo significava anche, però, che ero troppo vicino a Quartiere Vecchio, alla sede della setta, e al campanile maledetto. Per quanto ancora sarebbe durato quell’incubo? Se volevano uccidermi, perché aspettavano? Il mio cuore non avrebbe retto a lungo, e dubitavo persino che avrei rivisto l’alba, se quella notte di inseguimenti e di strane creature fosse continuata ancora a lungo.
Cercai a tastoni lungo i muri la casa del vecchio Manuele, sperando che almeno lui avrebbe accettato di ospitarmi per il resto della notte, ma riconobbi ancora lo squittio familiare del mio inseguitore. Era molto più lontano, eppure avevo l’impressione che riuscisse a fiutare le mie tracce. Cercai immediatamente un vicolo che potesse nascondermi meglio di quella via così ampia, ma dal nulla sbucò una mano che mi trattenne un braccio, e mi trascinò quasi a forza in un passaggio buio apertosi nella nebbia.
Non avevo più fiato per urlare, né emozioni sufficienti per lasciare che il terrore avesse di nuovo il sopravvento. Sul punto di svenire, ascoltai la voce familiare del mio salvatore:
– Dottore, dottor Calvert… Riesce a sentirmi? Cerchi di tenersi in piedi, ancora qualche passo, dottore…
Qualche debole schiaffo riuscì per fortuna a tenermi sveglio, e intravidi alla luce di una lanterna i lineamenti affilati di Tom Cecil, che cercava di trascinarmi lungo un piccolo corridoio al riparo dalla nebbia. Qualcuno dietro di noi chiudeva la porticina che dava sulla strada.
– Tom? – mormorai – Tom, che cosa ci fai…
– Cosa faccio io? Lei, piuttosto… – rispose un po’ ironicamente, accompagnandomi in uno degli stanzini che si aprivano sul corridoio d’ingresso.
– Come le è saltato in mente di passeggiare a quest’ora di notte per delle vie maledette? Forse voleva studiare da vicino ciò di cui parlano i suoi pazienti impazziti?
Non badai al suo sarcasmo; ero soltanto lieto di rivedere la sua espressione enigmatica, i capelli prematuramente bianchi, il suo sorriso sincero e disilluso.
– L’ha visto anche lei?
– Visto cosa?
– Quell’animale… quella bestia disgustosa… enorme…
Mi offerse una sedia accanto a un tavolino su cui un altro ragazzo posò la lampada. L’abitazione era troppo piccola per accogliere tutto il resto del piccolo esercito di Alexis Davies. Mi chiesi dove fossero gli altri.
– La bestia, dice? – mormorò, fissandomi con un lampo nello sguardo che solitamente non tradiva nessuna espressione.
Compresi all’istante il motivo del suo turbamento: era la bestia della seconda maledizione, quella che aveva aggredito e ucciso i quattro compagni di Tom, l’anno precedente. L’uomo che mi stava di fronte l’aveva già incontrata una volta, ed era scampato alla morte solo per miracolo.
– Un animale… spaventoso. Credo che l’agitazione mi stia giocando brutti scherzi. Forse è un trucco per spaventare gli ubriachi… Non so cosa pensare. È la prima volta che…
Tom mi osservava attentamente, lasciandomi sfogare l’ansia che avevo accumulato in quelle ultime ore. Davanti a lui, che pure era in grado di capirmi meglio di chiunque altro, volevo convincermi che quella apparizione demoniaca non era reale, che non era stato nulla che potesse turbare un uomo di mente sana.
– Se non crede sia vero, dottor Calvert, perché scappava a gambe levate? Deve essere stato un sogno molto realistico per spingerla a uscire di casa a notte fonda. E per giunta, neanche con un cappotto.
Abbassai lo sguardo sulle mani livide, e capii che non valeva più la pena di tenergli nascosta la verità. Era il momento di scegliere da che parte stare, e sin dal mio unico colloquio con la vedova del governatore avevo capito che le speranze di Dhursindam erano riposte nelle mani di Alexis Davies e dei suoi sostenitori.
– È la cosa che ha assalito anche lei, lo scorso novembre, non è vero? L’animale che ha mutilato gli altri quattro…
– Lei lo chiama animale? – sorrise, marcando le due rughe agli angoli della bocca e porgendomi una giacca più adatta alla temperatura invernale.
– Qualsiasi cosa sia, dovrebbe essere sparita già da tempo. Ci sono delle persone in giro… – dissi pensando, mio malgrado, agli strani tizi che avevano voluto assalirmi vicino alla mia abitazione.
– La bestia scende dalla campana, dottore. Segue il pazzo, e resterà qui a farci compagnia ancora per un po’.
– Che significa, ancora per un po’?
– Che la ruota gira ancora, e ogni giro è più ampio. Loro credono che basterà inchinarsi alla volontà del male per essere salvati, e per avere il dominio sulla vita e sulla morte.
– Gli eretici? Quelli della Crux Inversa? – chiesi, anche se conoscevo già la risposta. Due uomini erano intanto entrati da una delle porte laterali e si erano seduti in silenzio ad ascoltare.
– Aspettavano il momento del risveglio da tempo, e si tramandano il ricordo del patto col demonio da più di mille anni. E proprio un anno fa, dopo secoli di attesa, qualcuno ha suonato la campana. E la ruota ha ricominciato a girare. È semplice da comprendere, soprattutto per chi ha passato a Dhursindam tutta la vita. Le leggende sono parte di queste mura, dei nostri cuori. Un qualcosa di più forte della religione stessa.
Ascoltando Tom Cecil, mi pareva di assistere alle constatazioni rassegnate di un uomo condannato al maleficio di una profezia, per il solo fatto di essere nato in quella città, nel bel mezzo di una setta di fanatici per cui non aveva importanza scambiare la vita di decine di innocenti con le false promesse di immortalità e potere imperituro.
– Ma mi scusi… – obiettai lanciando un’occhiata imbarazzata agli altri due.
– Avrà tempo per rendersene conto, non si preoccupi. Non penso che rientrerà a casa così presto… La stanno cercando o mi sbaglio?
– Chi dovrebbe cercarmi? – mentii, con la voce spezzata dal dubbio. Certo le parole di Mrs. Gershwin non potevano essere attendibili. Era una donna malata… e di sicuro quello che avevo visto in camera mia non poteva essere reale. Non lo era perché nulla in quella notte aveva una logica.
– Sa benissimo a cosa mi riferisco. Lei è una persona difficilmente domabile per loro. È l’unico che potrebbe tradirli, rivelando il segreto del sacrificio di Rebecca Maugham. Non che potrebbe portare a gravi conseguenze, visto il potere che hanno già raggiunto; ma comunque darebbe loro non pochi grattacapi, soprattutto nei primi tempi…
– Si riferisce al rapporto coi monaci di Oberhof?
– È una delle ragioni. Dopo la morte del governatore, le posizioni dei contrari alla Crusversa si sono estremizzate, e difficilmente si accetterebbe un altro tentativo di corruzione degli uomini al potere.
– Ma credevo che Albino e i suoi fossero imparziali… Sono arrivati con la chiara missione di trovare i colpevoli di eresia…
Tom sorrise ancora, ma stavolta con un’espressione amareggiata:
– A Torrevega non tutti sono estranei alle nostre vicende, dottore. Potrebbero aver avvisato Albino o qualcuno dei suoi che opporsi alle idee dominanti non è sempre la miglior soluzione…
Restammo qualche minuto in silenzio, ad ascoltare il vento che fischiava in strada, e il sorseggiare lento di uno degli uomini che aveva in mano una tazza di brodo.
– Dov’è Davies? – chiesi senza preavviso, per il semplice bisogno di continuare a discutere. Il terrore dello squittio nell’ombra era la cosa che più mi spaventava in quei momenti, e avrei dato qualunque cosa per avere la possibilità di essere via da quelle zone, in pieno giorno, a ricordarlo come un incubo finito da tempo.
– Noi siamo solo in avanscoperta, il capo e i suoi sono alla base… – rispose uno degli altri due, quello che sorseggiava la brodaglia fredda. Sembrava annoiato, e di tanto in tanto dava uno sguardo all’unica finestrina che, in alto, lasciava penetrare la luce fredda della nebbia notturna.
Tom precisò annuendo:
– È da tempo che siamo alla ricerca di qualcuno da catturare e far parlare. Ma sembra che tutti qui intorno siano spariti, ben nascosti o impazziti…
– Avete già perlustrato il campanile?
– Sta scherzando? – esclamò lanciando uno sguardo divertito ai compagni – Non siamo abbastanza forti, e poi non potremmo mai affrontare quello che è nascosto lì dentro. Anche in pieno giorno, e con un cannone a disposizione…
– Oh, ma non mi dite che credete alla storia del diavolo nella torre…
– Ci crediamo eccome! – sbottò l’uomo con la tazza. L’altro assentì di rimando, e pareva offeso dai miei dubbi. Anche Tom pareva esserne certo:
– Sono stati loro che hanno visto il demonio in persona sbucare fuori dalle pietre, durante il tentativo di buttare giù la porta murata.
– E così avete deciso di ritirarvi qui? Dove sarebbe questa vostra “base”?
– Beh, è inutile che glielo riveli ora,visto che verrà con noi, dottor Calvert.
Anche se ero convinto che quella fosse l’unica cosa ovvia da fare, anche per la mia futura incolumità, colsi la minaccia presente quell’invito. Non mi cercavano forse anche loro? Probabilmente dopo il saccheggio della chiesa e la mancata cattura di padre Ephraim, ci si chiedeva dove potesse trovarsi il luogo del sacrificio di cui parlavo nella mia confessione.
Io stesso, dopotutto, avevo deciso di cercarli per chiedere il loro aiuto. Prima di tutto, però, c’era da sperare che gli altri non fossero così legati a quelle superstizioni come i due che mi stavano davanti. Come avrebbero sperato di avvicinarsi di nuovo a piazza della Spina se in una sola occasione avevano creduto di vedere il demonio in persona?
– Quanti siete in tutto?
– Con la diserzione degli ultimi monaci… più di duecento in tutta la città. Anche armati.
– Spero basteranno.
– Se vuole unirsi anche lei…
La sua ironia mi infastidì, stranamente. Era noto che non fossi un uomo d’armi o un violento, ma quello che era successo alla mia governante mi rendeva più che mai motivato a vendicarmi di lei in qualsiasi modo. Soprattutto, avrei voluto incontrare un’ultima volta Ephraim Tabasco, e chiedergli cosa le avesse fatto… se per caso l avesse iniettato del veleno, o qualsiasi altra sostanza tossica. E se in qualche strano modo fossi stato infettato anch’io…
Passammo il resto della notte a discutere sui loro piani per i giorni a venire. Tom Cecil non poté darmi un resoconto dettagliato dei loro progetti, perché questo richiedeva l’approvazione del loro capo. Potei comunque intuire che finché il giovane Davies non avesse vendicato la morte di Becky, un attacco diretto al misterioso campanile non sarebbe mai stato una cosa prioritaria per il gruppo di ribelli.
All’alba ci mettemmo in cammino lungo la via che conduceva dritta al vecchio municipio, e che pian piano si stava liberando dalla nebbia della notte. Il cielo restava di un arancio acceso, e già qualcuno degli abitanti rimasti apriva uno spiraglio alle finestre per scrutare incuriosito i sei uomini in marcia.
Notai che Tom e i suoi erano abbastanza conosciuti da quelle parti, e più di una volta scambiarono qualche cenno di saluto con gli altri.
– Sorvegliate questa zona ogni notte? – chiesi a Tom strada facendo.
– Non a lungo. Spesso ci spostiamo anche in aree più in periferia. Fermiamo alcuni uomini senza senno, facciamo domande a cui non possono risponderci. A volte anche bambini…
Chinò il capo, e non insistei. Arrivammo alla nostra destinazione prima di quanto mi aspettassi. La strada terminava in una piazzetta invasa dalle ortiche, che circondava un edificio a due piani, di modeste dimensioni, completamente abbandonato dal giorno in cui il vecchio governatore inaugurò la nuova sede del Governo.
Un’intera ala della costruzione era collassata in un ammasso informe di pietre e assi spezzate, mentre il resto aveva un’aria malconcia e assai poco solida.
– La vostra sede? – mi informai con qualche perplessità.
Tom sembrò comprendere le mie riserve:
– Solo per poco. Presto ne avremo un’altra, ben più lussuosa, vedrà.
Non badai al suo sorriso e li seguii verso un’entrata secondaria sul retro, apparentemente bloccata da vecchie assi inchiodate. La falsa porta si spalancò alla manovra di uno dei ragazzi che erano con noi, ed entrammo in una vasta sala disseminata di sacchi colmi di paglia, catini, avanzi maleodoranti di cibo.
Dal suo giaciglio, solo uno dei numerosi individui sdraiati sui sacchi in fila, alzò la mano in segno di saluto. Gli altri grugnirono qualcosa di incomprensibile dopo aver dato un’occhiata.
– Sono stanchi a quest’ora, per la sorveglianza notturna… – mi fece notare la mia guida, con un po’ d’imbarazzo.
Evidentemente sottovalutava quello a cui ormai già da tempo ero abituato. Non era stato facile, soprattutto per un medico, entrare in contatto con alcuni degli ambienti più poveri e degradati della città. Ma era il compromesso che comportava l’aver dedicato a Dhursindam quasi tutta una vita.
Lasciammo gli altri in quello che un tempo era stato il salone da ricevimento, e mi diressi con Tom in un’altra stanza più piccola, ma molto più pulita, e persino arredata con un certo gusto, dove cinque uomini stavano discutendo animatamente.
Riconobbi subito il ragazzo con i capelli rossicci e arruffati che stava seduto su un ampio davanzale, dondolando le gambe con impazienza mentre dava dello stupido a una altro giovane quasi della sua stessa età.
– Dovresti essere lì con lei adesso! La cercheranno, la interrogheranno per arrivare a me, prima o poi! – urlava Alexis a suo fratello, il ragazzo che avevo visto a casa della vedova Davies, quando ero andato a farle visita per chiedere informazioni su Becky. Era stato lui a consigliarmi di iniziare le mie ricerche ai Quattro Diavoli.
C’era un uomo abbastanza maturo che sembrava tenersi in disparte di proposito, intervenendo di tanto in tanto per cercare di far calmare il “capo”, e due dei monaci neri che erano accorsi alla Porta Nord per rendersi conto dei disastri causati dal terremoto.
Il monaco biondo che quel giorno aveva preso le difese di Davies fu il primo ad accorgersi della mia presenza accanto al loro amico, e fu lieto di interrompere la discussione per indicarmi agli altri.
Alexis saltò giù dal davanzale in un balzo e quasi mi corse incontro:
– Dottor Calvert? Ma come diamine avete fatto a raggiungerlo? Credevo fosse sorvegliato!
– Sorvegliato? – domandai mentre gli porgevo la mano che lui quasi scordava di stringermi. Fu solo dopo che Tom gli ebbe spiegate le circostanze del nostro incontro, che mi spiegò cosa intendeva.
– Qualcuno di molto vicino all’ex governatore sapeva dell’aiuto che lei avrebbe potuto offrirci per arrivare agli assassini, dottore. E delle spie erano disseminate per le strade che circondano la sua abitazione.
– Vuoi dire che ero pedinato? – chiesi senza rendermi conto che continuavo a dargli del tu come la prima volta. Per me restava lo scapestrato poco più che ventenne che era scappato di casa per salvare una ragazzina. E che forse aveva mostrato, in quella storia, molto più coraggio di me.
– Senza sosta, dottore. Se non fosse stato così fortunato da arrivare a noi in tempo, probabilmente le avrebbero attribuito la colpa di tutto, e sarebbe finito sul rogo al posto di altri che invece si sarebbero divertiti a vederla bruciare…
Rabbrividii di fronte al suo sarcasmo. Al contrario del suo amico, non usava mezzi termini quando si trattava di intimorire possibili, futuri alleati..
– Ma ora che noi tutti abbiamo il piacere enorme di averla qui con noi, si accomodi, la prego! – continuò offrendomi la sedia più comoda della stanza, e forse dell’intera dimora.
– Conosco tuo fratello, – dissi indicando il ragazzo che mi fissava incuriosito, come se non avesse ancora messo a fuoco il mio volto.
– Emile mi ha accennato alla sua visita. Ma intuisco che non le è stata di alcun aiuto, a quanto pare.
Il suo sguardo si incupì, e temetti di dover assistere da un momento all’altro allo sfogo che l’aveva portato quasi ad assalirmi durante il nostro primo incontro. Era difficile abituarsi ai suoi scatti d’ira, e ne avevo fatto le spese già una volta.
– Ho fatto il possibile per trovarla… mi dispiace.
– Sono io a dovermi scusare, non si mortifichi. E poi non avrei dovuto lasciarla andare… mi è scappata…
Andò alla finestra che dava sulla piazzetta abbandonata, e guardò attraverso le assi disposte in modo da lasciare solo piccoli spiragli:
– E se ora dovessi perdere un’altra delle persone a me care… giuro che raderò al suolo Quartiere Vecchio pur di impiccarne almeno uno!
Urlò l’ultima frase voltandosi di scatto verso il fratello, che sostenne il suo sguardo con la stessa freddezza che avevo riconosciuto in molti dei presenti.
– La mamma è al sicuro, ti dico. Non la troveranno facilmente… sono stato io ad accompagnarli tutti…
– Idiota! Sei l’unico che può starle vicino adesso! – esclamò l’altro, venendo verso di me e provando a spiegarmi la discussione in cui erano immersi all’inizio:
– Mi stanno cercando tutti, dottore. Sono un fuorilegge ormai. Il governo crede che sia un ribelle e un assassino, e gli sporchi eretici mi danno la caccia perché hanno paura di noi. E farebbero di tutto per farmi uscire allo scoperto. Prenderebbero mia madre, e i miei fratelli! E questo stupido non è rimasto a proteggerli.
– Sono più utile qui. – ribatté l’altro, ostinato.
Lasciai che i due fratelli risolvessero i loro problemi da soli, e visitai insieme al monaco nordico il resto della casa. Mi disse di chiamarsi frate Isidoro, e da allora divenne uno dei miei amici più fidati.
– Il suo soggiorno non sarà dei più comodi, – mi disse col suo forte accento nordico, – ma sarà sempre meglio di un pericolo costante in balìa dei servi corrotti degli eretici.
Mi raccontò in breve dei giorni che seguirono il suo arrivo in città, e del resoconto che secondo il mio consiglio aveva dato al governatore a proposito del coinvolgimento di padre Ephraim nell’eresia della Crux Inversa:
– Il nostro abate ha le mani legate. Ci sono troppi nobili coinvolti in questa faccenda, e gli hanno conferito la carica temporanea di nuovo sindaco della città solo per mascherare le loro intenzioni agli occhi del popolo. Io e pochi altri abbiamo deciso di unirci ai ribelli perché i nostri ideali non possono essere inquinati in questo modo. Non lo permettiamo…
Salivamo le scale che scricchiolavano in modo preoccupante, e lo vidi più volte nascondere il viso nell’ampia manica del saio, forse per nascondere le lacrime di rimorso per quello che riteneva essere un tradimento al suo abate.
– Sono sicuro che se avesse potuto l’avrebbe seguita, – lo confortai, ma io stesso restavo in attesa di una svolta decisiva nella posizione ambigua assunta da Albino di Oberhof.
Passai quasi dieci giorni lontano da casa, in una piccola camera che condividevo con frate Isidoro e un altro degli altri monaci neri, un certo Martino di Toledo, che preferiva la preghiera e la penitenza all’azione che molti dei suoi compagni avevano scelto. Non era raro che durante le piccole rappresaglie di quei tempi, scendessero in campo anche alcuni frati in tonaca, armati come molti altri solo di sassi e qualche randello. Poco bastavano queste armi, tuttavia, contro le lance e i fucili dei soldati, che fortunatamente spesso evitavano di colpire i frati quando non ce n’era nessuna ragione.
Io di solito passavo i giorni nel grande salone a piano terra, a prendermi cura dei feriti con i pochi strumenti che avevo a disposizione, la maggior parte dei quali recuperati durante i vari saccheggi. Avevo più volte tentato di manifestare ad Alexis o a Tom il desiderio di tornare a casa, almeno per rendermi conto di cosa fosse successo realmente tra quelle mura. Non sapevo neanche se Mrs. Gershwin fosse ancora in vita, o se Luce, la mia assistente, l’avesse trovata agonizzante il giorno successivo, al suo arrivo allo studio. Per questa ragione spesso cercavo di eludere la discreta sorveglianza degli altri, da cui pure ero sempre trattato col massimo rispetto, per cercare di avere una discussione con Alexis, ma in quei giorni era quasi sempre in giro con i suoi collaboratori più fidati.
Per ragioni ovvie alla maggior parte di noi, dopo la mia fuga, intorno a Quartiere Vecchio la guardia era stata rafforzata, e soprattutto in piazza della Spina l’accesso era severamente proibito a chiunque fosse stato così incauto da mettervi piede. Era ormai certo che il segreto del campanile era ritenuto in pericolo dai più potenti seguaci della Crusversa al potere.
Fu proprio Isidoro, di ritorno da uno scontro a cui aveva partecipato nei pressi della mia abitazione, a portarmi le notizie che aspettavo da tempo.
Rientrò con un taglio profondo sul sopracciglio, da cui perdeva ancora troppo sangue, ma trovò la forza di invitarmi di sopra per parlarmi più riservatamente.
Mentre gli disinfettavo la ferita, mi raccontò che quando Luce aveva diffuso la notizia della mia scomparsa, una delegazione era stata mandata al nuovo sindaco perché mettesse in moto le ricerche. Si accusavano gli eretici di avermi rapito, mentre alcuni erano dell’opinione che la follia collettiva avesse contagiato anche me.
– Ho raccolto delle informazioni a caso in zona, ma non ho potuto dilungarmi nei particolari… – continuò frate Isidoro, – perché avevamo i soldati alle calcagna, ed era raro che qualcuno avesse il coraggio di rivelarci qualche informazione.
– Ha notizie della mia governante? Ha dato un’occhiata in casa? – domandai col cuore in gola, aspettandomi forse che mi desse la notizia della completa distruzione della mia abitazione.
– Non ho potuto, mi dispiace. – confessò lui, costernato.
Poi frugò in una manica del saio e ne trasse una busta con intestazione scritta in una calligrafia fine e minuta, che mi consegnò, senza aver l’aria di conoscerne il contenuto:
– Quando sono rimasto ferito, mi ero avvicinato troppo a casa sua. Ma ho potuto solo intravedere le imposte sbarrate, poi mi hanno attaccato.
– Erano soldati, o spie? – chiesi, sedendomi di fronte a lui.
– Probabilmente soldati travestiti da civili… ci stavano seguendo da tempo, penso.
– E gli avete detto…
– Ma certo che no, dottore. Altrimenti non avrei ancora la fortuna di parlare con voi… – disse sorridendo appena, per via della ferita che continuava a dolergli.
Rigiravo l’involucro tra le mani, per timore di essere in procinto di venire a conoscenza del fato di Mrs. Gershwin. Quando intravidi il nome di Luce, mi rasserenai.
– E questa? Chi gliel’ha consegnata?
– Una donna mi ha aiutato a nascondermi per il tempo necessario a far allontanare abbastanza i nostri inseguitori. Poi mi ha chiesto se avessi avuto la possibilità di mettermi in contatto con lei.
– Come faceva a sapere che mi conosceva?
Lui scrollò le spalle e lasciò che l’aiutassi a stendersi sul lettino che avevo improvvisato per lui, per permettergli di riposare:
– Era una donna semplice, non c’è da temere che fosse una spia anche lei. Aveva l’aria di conoscerla bene, e in tutta sincerità pensava che l’avessero imprigionata, dottore. In quanto frate, forse credeva che io fossi in stretto contatto con entrambe le fazioni.
Riflettei a lungo su chi potesse essere la donna che l’aveva aiutato. Dalle domande successive che gli posi, scartai la possibilità che potesse la mia giovane infermiera:
– Le ha consegnato questo messaggio a nome di Luce?
– A nome di un sacerdote del quartiere, che aveva trascritto il messaggio della ragazza, a quanto parte. La donna sostiene che il prete aveva deciso di aiutarla solo per pietà, perché gli sembrava che la giovane fosse in preda a un forte attacco di panico, e dovette pregarla più volte di essere più chiara nella spiegazione di ciò che scriveva sotto dettatura.
Diedi un’occhiata al data e al nome dello scrivano, e la firma di don Geremia, il decano della chiesa che un tempo frequentava Mrs. Gershwin assieme alle altre donne del quartiere, mi tranquillizzò del tutto. Non avevo nessuna conferma, almeno, che Luce fosse caduta delle grinfie di Ephraim e di Levi.
– Nel darmi la busta, – continuò Isidoro, – si è raccomandata che gliela facessi avere al più presto, se fosse ancora vivo. Per lo meno siamo stati fortunati…
Rilassò la testa sul guanciale e chiuse gli occhi, come per lasciarmi leggere in pace.
Io preferii farlo ad alta voce, non solo perché la sua lealtà non fosse stata vana, ma anche perché tra noi due ormai non c’erano più segreti: mi aveva aiutato a trascorrere quei duri giorni di confinamento con la banda di Davies, e a chiarirmi le idee su molti aspetti di quella storia che non riuscivo ancora a collegare tra loro.
La lettera era datata due giorni dopo la mia presunta scomparsa, ed era espressamente riservata a me, con la supplica a chiunque l’avesse presa in custodia di distruggerla se non fossi più stato in vita. Era naturalmente scritta seguendo fedelmente le parole della mia assistente:

Dottor Calvert,
mi chiedo dove sia a quest’ora. Se per caso avesse fatto anche lei la fine orribile di cui parlano, mi auguro di raggiungerla il più in fretta possibile, perché ormai ho il cuore contagiato dal male. Non auguro a nessuno di assistere a una scena simile a quella in cui io mi sono trovata all’alba di giovedì mattina. Sono arrivata come ogni giorno al suo studio per terminare l’inventario delle droghe. Bussai ma non mi aprì nessuno. Credevo che stesse ancora dormendo, o forse che era già uscito per qualche emergenza.
Quando provai a spingere la porta mi accorsi che era aperta. Entrai e c’era odore di cibo marcio, o qualcosa in decomposizione, non so come definirlo. Pensavo che lei fosse già al lavoro, perché spesso mi dice di avere dei casi urgenti di cui occuparsi anche nel cuore della notte.
La porta dello studio era chiusa, così cominciai a chiamarla per assicurarmi che ci fosse qualcuno, oltre alla signora Gershwin. Mi sembrò di sentire dei lamenti al piano di sopra… così pensai a lei. Ma quando mi avvicinai alle scale c’era del liquido che stava colando giù per i gradini… era da quello che proveniva l’odore.
In quel momento pensai che la signora fosse davvero sola in casa, e che per qualche motivo aveva ricominciato con le sue allucinazioni… che fosse riuscita a uscire dalla sua stanza, non so.
Chiamai il suo nome, e mi rispose un lamento più forte. Pensava che fossi lei… chiamava lei, dottore. Quando cominciai a salire le scale sentii dei passi al piano di sopra… c’era qualcuno. Camminava svelto, svelto. Pareva che nella sua stanza la Signora Gershwin stesse vomitando. Tossiva e faceva suoni strani.
Mi sono diretta verso camera sua, dottor Calvert. La porta era spalancata, la finestra aperta. Quella cosa mi ha raggiunto solo allora. Ha tentato di stringermi la gola, mi ha graffiato, e ho potuto solo intravedere che aveva il volto sfigurato. Non sembrava neanche umano… mi dispiace, ma non so che pensare.
Quando sono riuscita a liberarmi sono corsa in camera di Mrs. Gershwin. Sentii distintamente il suo nome, ma quando mi voltai ancora prima di entrare, vidi solo una massa di fumo… o d’acqua, non lo so. Ho urlato, ho aperto la porta per cercare di portare via almeno la signora… Ma lei era stesa in terra, era incosciente, e vomitava, vomitava del liquido trasparente, come acqua, che aveva riempito la stanza, e stava gocciolando per le scale.
Non so cosa mi ha dato il coraggio di tornare indietro. L’ho fatto ad occhi chiusi, dottor Calvert… sono passata attraverso quella nebbia. Mi sembrava di impazzire. Sentivo delle voci orribili, orribili. Giù per le scale gridavo ancora il suo nome, ma non ho avuto risposta. La prego, se la donna a cui ho affidato questa lettera dovesse trovarla e consegnargliela, mi ascolti, non torni in quella casa. C’è qualcuno che la sta cercando. Non so cosa voglia o cosa sia. Si parla tanto di cose orribili che succedono di notte, vorrebbero tutti fuggire via. Ma non possiamo.
Da quando la signora Gershwin si è ammalata, e dopo che ho perso anche lei, dottore, non riesco più a vivere. Non torni indietro. Se è riuscito a scappare, non torni indietro.
Luce

Verso la fine della lettura, la voce mi tremava, e dovetti interrompermi più volte.
– Dov’è adesso? Geremia l’ha presa con sé, non è vero? Ha bisogno di aiuto, è stato un duro colpo per lei. Io so bene cosa ha visto… – dissi, anche se mi pareva impossibile che Isidoro fosse i possesso di quelle informazioni.
– La descrizione della ragazza ha molto in comune con la sua, senza dubbio. – rispose lui, ancora a occhi chiusi.
– Riguardo a Mrs. Gershwin, alla visione dell’essere dalle sembianze umane che è venuto fuori dalla pozza…
– Anche a proposito di qualcuno che è sulle sue tracce. Per qualche ragione quella notte era il momento convenuto per portarla via.
– Io non voglio crederci, Isidoro. Non può essere accaduto… voglio dire, è assurdo! Ho trascorso più di una settimana illudendomi che fosse stato tutto un sogno, tutta un’allucinazione… – esclamai, mentre ripiegavo nervosamente la lettera e la gettavo sul letto. Il frate aprì gli occhi, e mi squadrò curiosamente:
– È la prima volta che la vedo così agitato. Se non crede alla realtà di quello che ha visto, potrebbe almeno valutare la possibilità che qualcuno stia cercando di gettare la città nello scompiglio. Sarebbe un modo per arrivare con più facilità a dominare le menti di tutti…
– E il terremoto, l’abisso che si è aperto intorno alle mura e che ci impedisce di fuggire?
– Non dico che sia tutto colpa di uomini, dottore.
– E di chi altro? – gli chiesi sedendomi a mia volta sul materasso duro, imbottito di paglia.
– Dio ci guarda, sempre. E in questa città ci sono troppi peccatori, che gridano contro di lui ogni giorno, e invocano falsi dei.
– Una punizione divina, allora?
– Qualsiasi cosa sia, soffriamo tutti per colpa loro. Dobbiamo fermarli. È per questo che mi sono unito a Davies.
– Crede che finirà, se riusciamo a interrompere questi loro culti? O a distruggere il campanile?
– Se tutti gli altri riabbracceranno la loro fede, e mostreranno a Dio un cuore pentito, depurato da ogni dubbio, io sono sicuro che Dhursindam ritroverà la libertà. Era quello che avrebbe voluto anche la sua infermiera.
Mi guardò attentamente, abbastanza da farmi comprendere quello che aveva sottinteso. Alzandomi di scatto, gettai la borsa con alcuni ferri sul pavimento:
– Che sa di lei? È viva? Sta bene? La porteremo qui, mi prenderò cura io di lei. Cosa dice chi le ha consegnato la lettera? – mentre formulavo le domande, e mi lasciavo andare al panico di un ennesimo lutto, mi chiedevo come sarei riuscito a sopportare i giorni a venire. Non mi ero mai sentito così solo.
Frate Isidoro mi disse che Luce aveva atteso mie notizie per qualche giorno ancora, poi era scappata per tentare in ogni modo di lasciare la città. Don Geremia aveva cercato di inseguirla, ma fu inutile. La ragazza riuscì a raggiungere il ciglio del burrone, e vi si lanciò senza un attimo di esitazione.
Riuscii a sfogarmi solo con le lacrime, anche se non avrei voluto mostrarmi così debole di fronte al mio amico. Lui si alzò e mi mise piano una mano sulla spalla, parlandomi lentamente:
– Era stata segnata, Calvert.
– Segnata?
– Maledetta. Non si è accorto di quello che diceva nella lettera?
Lo guardai tra le lacrime:
– Ha incontrato… il male?
– Qualcosa di più forte. L’ha marchiata. Parlava di un’entità che l’ha afferrata al collo, graffiandola.
– Non si riferirà mica al segno della…
Un improvviso frastuono proveniente dal piano di sotto ci interruppe, costringendoci a scendere dabbasso insieme ad alcuni dei frati che erano rimasti nelle stanze a loro riservate. La voce di Alexis tuonava adirata fra quella dei suoi uomini.
– Portatemi Emile! Portatelo qui! Avevo la certezza che sarebbe successo, che avrebbero usato qualsiasi cosa per distruggermi!
– È via già da tempo. Credo che l’abbia saputo molto prima di te… – gli rispose Tom, che distribuiva armi nuove agli uomini intorno. C’erano un centinaio di persone riunite nel salone principale, molto più di quanto fossi abituato a vederne. L’angolo in cui erano disposti i feriti più gravi era completamente sommerso dall’andirivieni di gruppi di ragazzi eccitati e vocianti.
Martino si avvicinò al mio amico e potei avere anch’io un breve resoconto di ciò che aveva scatenato la furia del “capo”. Alla fine erano trapelate delle indiscrezioni sul nascondiglio della madre di Alexis: degli sconosciuti coi volti coperti da maschere scure si erano introdotti in una delle case alla periferia della città, e avevano rapito la piccola Sarah, tra le grida della madre, che era uscita allo scoperto circondata dagli altri figlioletti.
Il ricordo della bambina che avevo visto accanto al mio letto, il giorno in cui forse era iniziato il mio diretto coinvolgimento nella leggenda di Dhursindam, si unì a quello di Luce, di Mrs. Gershwin, dell’altro bambino alla cui agonia avevo assistito qualche settimana prima. Fui io il primo ad attirare l’attenzione di Alexis, e a suggerirgli quello che forse lui stesso, nel dolore di quel momento, stava per ordinare:
– Se credete che l’abbiano rapita gli eretici, posso indicarvi io la strada per il sotterraneo. Deve esserci un passaggio che porta al campanile… potrebbero averla portata lì.
Non ci fu bisogno di repliche da parte del giovane Davies. Con la sola eccezione dei feriti appena ritornati dalle incursioni notturne, e di Isidoro che non si era ancora ristabilito, si riunì una vera e propria, piccola armata che si incamminò lungo la via principale, diretta a piazza della Spina.
Di fianco ad Alexis, fui tra i primi a intravedere il blocco che i soldati avevano creato di fronte alla vecchia chiesa.
– Lo ucciderò con le mie mani, se le ha fatto del male. Se ha osato farla diventare una di loro. – mormorava il giovane caricando uno dei fucili che erano riusciti a rubare nelle ultime incursioni.
Mi limitai ad assentire. Ero ancora preoccupato per quello che poteva esser successo a casa durante la mia assenza; prima di morire, padre Ephraim avrebbe dovuto darmi molte spiegazioni.
Fu la prima volta che mi trovai al centro di una battaglia. Eppure, stando a quello che seppi dai miei compagni sopravvissuti, in seguito, non si trattò di uno degli scontri peggiori. Entrambe le parti erano già molto provate per la carestia e la mancanza di viveri. I rifornimenti erano ormai bloccati, e non c’erano molte munizioni rimaste in tutta la città. Si combatté per di più con lance e pugnali, perciò la lotta corpo a corpo a un certo punto divenne d’obbligo.
La maggior parte dei soldati erano appiedati, e molti furono abbattuti dai sassi lanciati con grosse fionde. In particolare, dalle fucine a nord della città, quella dove la banda di Davies aveva più seguaci, erano giunte un paio delle macchine da guerra più straordinarie che avessi mai visto. Si trattava di speciali catapulte per le quali era stato fabbricata una molla a resistenza speciale, ad anelli quasi del diametro di un avambraccio. Potevano lanciare massi del peso di un quintale senza rovinarsi, e il risultato sul bersaglio era catastrofico.
Dopo i primi lanci, la maggior parte dei soldati si disperse, altri rimasero al suolo tramortiti, il resto riuscì purtroppo a raggiungerci. Era inevitabile che dovessi prepararmi al combattimento, eppure quando vidi il primo nemico avvicinarsi, non ebbi il coraggio di tirar fuori il pugnale prestatomi da Alexis.
Dopo così tanti anni passati a curare gli uomini da quelle stesse ferite che ora mi si chiedeva di infliggere, l’idea di contravvenire a tutti i miei principi mi parve un ostacolo insormontabile. Aspettai finché non mi ebbe quasi raggiunto, poi lo stesso Martino, il frate che più degli altri mi sembrava pacifico e riservato, deviò il colpo diretto a me col suo bastone.
– Non dovrebbe essere qui, si scansi se non vuole morire! – mi sussurrò spaventato quanto me. Aveva la lunga barba sporca di sangue; la lama l’aveva preso di striscio a una guancia.
Non ebbi il tempo di rispondere. Alexis ordinò che fosse formata una barriera intorno a me, per deviare la direzione degli ultimi, disperati attacchi del nemico.
– Stupido… se perdiamo lei, la missione è fallita! – gli sentii gridare nella confusione, poi lasciai che il movimento della calca intorno a me mi spingesse tra le ultime file.
Vicino alle catapulte, che lasciavano lunghi solchi tra i ciottoli sconnessi della strada, il rumore era infernale. Potei solo intravedere la figura di Alexis sulla groppa di uno dei pochi cavalli catturati, che galoppava verso l’ultimo gruppo di soldati spaventati in ritirata.
– Per Sarah! – gridava seguito dai più intrepidi – Per mia sorella! Per Sarah!
Arrivò in prossimità del primo, grosso masso lanciato dalla catapulta. Un paio di soldati stavano in attesa dietro la pietra, e gli tesero un agguato. Ferirono il cavallo a una zampa, e l’animale con un nitrito straziante disarcionò Alexis, che crollò al suolo in una nuvola di polvere.
Fu Emile, arrivato tra i primi al suo soccorso, che impedì al primo soldato di trafiggere suo fratello con un pugnale che gli puntava dritto alla gola. Dovette pagare il suo valore con la vita, perché agli altri fu impossibile capire cosa succedeva nella nebbia creata dal pulviscolo, prima che il secondo soldato gli stringesse una corda al collo, spezzandoglielo all’istante.
Quando riuscii ad aprirmi un varco fino a loro, Alexis era steso sopra il corpo di Emile, tastandogli la nuca. Mi guardò arrivare, con gli occhi spalancati e pieni di lacrime:
– Dottore, lo porti tra gli altri feriti… gli presti soccorso… – mi implorò stringendomi la mano che gli porgevo per aiutarlo a rialzarsi.
Quando confermai definitivamente la morte del fratello, consigliandone la sepoltura prima di iniziare la marcia verso la chiesa, lui preferì voltarmi le spalle e avviarsi da solo. Conoscevamo tutti il suo carattere; Alexis Davies affrontava il dolore in un modo tutto suo, e spesso la rabbia che accumulava aveva sfoghi terribili, cruenti e improvvisi.
Non potei mai spingerlo a confidarsi con me, o ad essere per lui un buon amico, ma come gli altri imparai a rispettarlo, e persino ad ammirarlo, in molte occasioni.
Quando fummo davanti al portone bloccato della chiesa della Spina, provai una strana sensazione, del tutto di versa da quella che avevo avvertito l’ultima volta, quando mi ci recai per chiedere l’aiuto di padre Ephraim.
L’ombra del campanile lasciava una lunga scia oscura che si spingeva fino alla piccola gradinata della chiesa. All’osservare la costruzione slanciata che si stagliava contro il sole invisibile, fummo colti da uno strano senso di sconforto, come se migliaia di occhi ci osservassero dalle fessure che la percorrevano in tutta la sua altezza.
– Non è stata una buona idea, venire qui ancora. Qualsiasi cosa ci sia lì dentro, non ci perdonerà. Dovrebbero dirlo a quel ragazzino… – mormorò l’uomo che era con Tom Cecil la notte del mio salvataggio. Parlava con un altro degli uomini che probabilmente era con lui il giorno del fallito tentativo di assalto alla Spina.
– Parla dell’apparizione del demonio davanti al campanile? – mi intromisi avvicinandomi al gruppo.
Gli altri mi guardarono diffidenti; forse non volevano parlare dei loro dubbi con una persona che, stando a quello che sapevano, era molto vicina al loro capo.
– Non dovremmo entrare, se vuole il mio parere.
– Lui non vuole… – mormorò un altro che si poggiava su un fucile scarico come fosse un bastone.
– Chi sarebbe lui?
– Il campanaro… è vicino a noi adesso.
– Scansatevi! Attenzione alla catapulta! – gridarono all’improvviso alle nostre spalle.
Feci appena in tempo a correre in direzione opposta alla traiettoria, quando il masso colpì il portone, scatenando un frastuono assordante. Le assi scricchiolarono, ma non si aprì ancora una via d’accesso.
– Faccia attenzione, non ci sarà qualcuno che guarderà alle sue spalle per lei, la prossima volta! – urlò Alexis verso di me. Aveva ancora il suo sguardo adirato. Associava forse la morte di Emile alla mia inevitabile constatazione, per questo decisi di lasciarlo agire come riteneva opportuno. Se alla perdita del fratello si fosse aggiunta quella della sorellina, forse la sua capacità di sopportazione avrebbe raggiunto il limite. Anche una personalità forte come la sua avrebbe potuto disintegrarsi di fronte al potere enorme a cui voleva contrapporsi.
La conferma di quest’energia terrificante giunse quando il rimbombo del portale colpito dal masso cessò, e dall’interno della chiesa giunse un calpestio di piedi che si avvicinavano all’entrata. Poi uno squittio acuto, che risvegliò la memoria della tragica notte della mia fuga.
– È quel mostro! È la Bestia! – gridai fuori di me. Attirai l’attenzione di Tom e Alexis, che si erano avvicinati perché facessi loro strada una volta dentro.
Intanto, il panico scatenato dalle mie parole stava facendosi strada nell’animo di quanti erano già timorosi per la superstizione del campanile, e delle sue apparizioni demoniache.
– È di nuovo lui, il demonio! – mi fece eco l’uomo con cui avevo parlato poco prima. In effetti non erano pochi quelli che avevano sentito parlare dello Spiritus ferae, che in quelle notti si aggirava per le vie di Dhursindam ad aggredire i viandanti incauti o i pazzi fuggiti dalle loro case.
– Continuate a lanciare! – ordinò Alexis, che riportò indietro a spintoni uno dei più impauriti, già pronto a fuggire. Salì sul carro della seconda catapulta e gridò in modo da essere udito dalle centinaia di seguaci, sempre più confusi dai rumori insoliti che provenivano dalla chiesa.
– Abbiamo sconfitto il governo, oggi, arrivando fino alle soglie della Spina. E l’abbiamo fatto con onore, per vendicare la morte dei nostri cari… E per salvare una bambina! Sappiamo dove trovarli ora! Sappiamo come li uccideremo!
Il carisma del loro capo poté più della paura, e i più accolsero con nuove grida d’entusiasmo il lancio del secondo masso, che abbatté l’enorme portale di legno, lasciando visibile dall’esterno la navata desolata della chiesa in penombra.
Nessuno si avventurò al suo interno, ma restammo a fissare la polvere sollevata dall’impatto, immaginando di vedere l’oscura creatura che si nascondeva all’interno, col fiato sospeso.
– È lì dentro! È quel mostro! – gridò il primo.
Allo stesso tempo risentimmo lo squittio, amplificato e terrificante, della chimera demoniaca che sbucò dalla nebbia per venirci incontro.
Mi voltai senza riuscire a scappare, ma non resistetti alla tentazione di chiudere gli occhi per non vedere una seconda volta quelle fattezze mostruose. Eravamo tutti immobilizzati, in un silenzio irreale che solo l’ordine del giovane Davies scosse all’improvviso:
– Seconda catapulta! Lanciate!
Il masso attraversò la visione, la nebbia, e rimbombò nella navata contro l’altare.
Quando riaprii gli occhi non c’era più alcun segno del demone. Accanto a me frate Martino ripeteva sottovoce le sue preghiere.
– È sparito, come fosse un fantasma. Non era reale, solo una stregoneria per spaventare le menti superstiziose… – concluse lui, mentre varcavamo adagio la soglia della chiesa.
Malgrado l’altare fosse stato quasi del tutto devastato dal masso catapultato, l’ambiente interno non sembrava più abbandonato, come durante la mia visita precedente. I banchi erano stati sistemati, e molte delle crepe provocate dal terremoto della notte di carnevale erano sparite.
– Dottore, faccia strada, la prego. – mi invitò Tom Cecil, che fu tra i primi a entrare.
Non fu difficile individuare il corridoio d’accesso alla sacrestia, e poi l’apertura mascherata da un pesante armadio, che stavolta pareva non essere stato spostato da tempo. Stavolta fu più semplice rimuovere l’ostacolo e svelare la grata buia.
– Avremo bisogno di torce, il cammino è abbastanza lungo… – avvertii.
Non tutti entrarono, visto che in caso di fuga imprevista una calca avrebbe solo potuto intralciare il cammino degli altri. Eravamo abbastanza, comunque, per affrontare anche una sala gremita e impreparata.
Prima di entrare esplorai attentamente la sacrestia: l’ultima volta Rudolph aveva spiato il mio ingresso, e poi mi aveva teso un agguato senza farsi scorgere. Per fortuna, ora di lui non sembrava esserci traccia. Sperai con tutto me stesso che Levi e i suoi seguaci non avessero scelto un altro covo, proprio adesso che eravamo giunti alla resa dei conti.
I primi a oltrepassare la grata fummo io con Alexis, seguiti da Tom Cecil, frate Martino e alcuni dei membri più anziani dell’anti Crusversa. Il capo sembrava taciturno, come intento a rimuginare sul pensiero fisso della sua vendetta.
– Ascolta, Alexis, prima che Ephraim incontri la morte, ho bisogno di fargli alcune domande… – gli chiesi mentre avanzavamo lenti nell’aria umida che soffocava la fiamma delle torce.
– Se Sarah non è lì con loro, sana e salva, temo che dovrà sbrigarsi, altrimenti si troverà a far domande alla sua testa mozzata.
Rispose cupo, e gli occhi gli brillarono alla luce delle fiamme. Tom pareva l’unico a interessarsi agli aspetti pratici dell’incursione imminente:
– Quante persone pensa che troveremo, nella sala sotterranea, dottor Calvert?
– L’ultima volta era quasi vuota. Non credo che ci siano molte riunioni negli ultimi tempi. Sarebbe impossibile per chiunque raggiungere facilmente questo posto, ormai, vista la sorveglianza e la difficoltà dell’accesso.
Dopo un quarto d’ora, il buio dinanzi a noi si mutò in penombra. Cercammo di spostarci in silenzio, lasciandoci guidare dai mormorii spezzati che provenivano dalla sala ormai vicina.
C’era un gruppo di persone che pregava, durante una cerimonia ormai espressamente dedicata ai loro demoni. Non dovevano essere in molti, a giudicare dalle loro voci. Ripetevano un ritornello che non avevo mai ritrovato nei numerosi trattati da me studiati, né nelle rivelazioni di Mrs. Gershwin.

Gloria in profundis Satani.
In profundis Satani gloria.
Introibo ad altare dei nostri Satanis.
Ad Deum qui nunc oppressus resurget et triumphavit.
Quid velis?
Ad sacrificiam offerre corpus meum.
Suscipe, Sancte Pater, hostiam hanc.
Accipe etiam sanguinem nostrum.
Laus Satani.

Questo il testo che anni addietro ritrovai in ciò che sopravvisse del messale nero di padre Ephraim Tabasco.
– Cosa significa? Che stanno facendo? – mi chiese Alexis a un passo dal semicerchio di luce che avrebbe tradito la nostra presenza da un momento all’altro.
– È un rituale eretico… un’invocazione al demonio…
Lo guardai sperando che riuscisse a trattenere il suo nervosismo. Sapevo che avrebbe dato qualsiasi cosa per fare un altro passo, per poter guardare nella sala e cercare con lo sguardo sua sorella. Non ce ne fu bisogno, perché forse eravamo già stati scoperti quando, dopo la prima strofa da noi udita, nella stanza sotterranea era sceso un profondo silenzio.
Alexis si voltò verso Tom per prepararsi all’incursione, ma davanti a noi una seconda grata, di cui ignoravo l’esistenza, cominciò a scorrere cigolando sui cardini, per lasciarci all’esterno. L’enorme figura d Rudolph apparve a spingere le sbarre.
Fu Davies l’unico che ebbe il coraggio di uscire allo scoperto per tentare di bloccare la chiusura.
– Aiutatemi! Spingete! – chiamò gli altri. Strappò il grosso bastone dalle mani di Martino e colpì Rudolph a una spalla, rompendogli una clavicola. Al gemito del gigante, che si accasciò al suolo riuscendo solo a coprire interamente l’entrata con la grata, gli altri presenti alla cerimonia coprirono i volti coi cappucci e si diressero verso la parete opposta. Sapevo che in quella direzione, ancora nascosta alla nostra visuale, c’era la scala a chiocciola che portava alla misteriosa apertura nella volta. Forse direttamente alla base del campanile.
Non fummo abbastanza veloci per distinguere i volti degli altri, ma tra le dieci persone in piedi, indecise tra la fuga e la lotta, fui sicuro di intravedere ancora una volta Levi. Sorrideva sotto il cappuccio, come se per qualche ragione ci stesse aspettando. Accanto a lui e a padre Ephraim, l’unico a capo scoperto, c’era ancora quella figura femminile, più esile minuta rispetto agli altri. Fu Alexis che la riconobbe per primo, generando confusione e stupore in tutti noi:
– Becky! – gridò oltre il corpo tramortito del sacrestano, mentre la persona che un tempo aveva amato, come se non l’avesse udito o riconosciuto, spariva tra gli altri mantelli neri.
Per fortuna Rudolph non aveva avuto il tempo di chiudere la grata con la pesante catena che aveva ancora tra le mani, così, insieme agli altri, io e Alexis cominciammo a spingere in direzione opposta.
Quasi non ci accorgemmo del vaso di olio bollente che il sacerdote reggeva tra le mani, avvicinandosi di soppiatto lungo la parete nascosta alla nostra sinistra. Martino mi trascinò indietro appena in tempo, ma il fiotto rovente mi colpì a una mano; il dolore fu lancinante, e persi quasi i sensi, lasciandomi cadere tra le numerose braccia che mi spingevano alle spalle.
Per fortuna Ephraim non ebbe il tempo di scappare. Alexis riuscì a infilarsi attraverso una piccola apertura, e a bloccarlo mentre tentava di difendersi col pesante vaso che stringeva ancora tra le mani.
– Ridammi Becky! Riportala indietro! – gli urlò contro il ragazzo, colpendogli un braccio col calcio del fucile.
Il prete perse l’equilibrio e si accasciò su un inginocchiatoio che gli stava dietro.

Il campanaro di Dhursindam – V Parte

marzo 4th, 2011

Dal giorno successivo, iniziò per gli abitanti di Dhursindam il vero incubo. L’arrivo dei monaci neri era il segnale che gli eretici stavano aspettando, e, lungi dal frenare lo zelo delle loro celebrazioni, ne accrebbe il potere.
Qualsiasi fosse l’energia che traevano dal campanile, dalla Bibbia Nera di Ephraim Tabasco, o dai riti che avevano costato la vita di Rebecca Maugham, questa si dispiegò in tutta la sua enorme potenza la notte stessa del carnevale. La città intera passò una notte insonne, quando lo scampanio della torre maledetta raggiunse tutti i quartieri della città, con un suono lento, prolungato e lugubre che assomigliò molto a quello che udii per la prima volta nella stessa piazza della Spina, il giorno della mia scampata aggressione in sacrestia.
Intorno a mezzanotte i vetri delle finestre del mio studio, dove mi ero rinchiuso per studiare alcuni trattati di demonologia, tintinnarono in seguito a una sorta di lampo, senza che alcun suono lo seguisse. Produsse una luce rosso cupo, che per un istante invase gli angoli bui della stanza, e avvolse l’alone della mia candela con una cappa scarlatta.
Mi avvicinai alla finestra per osservare meglio se fosse in arrivo un temporale, ma la notte era assolutamente tranquilla, anche troppo silenziosa, per quell’ora. Il vecchio avvertimento di non girare per strada a notte fonda, strettamente seguito durante i giorni della peste, non era stato quasi più rispettato, e spesso si sentivano gli schiamazzi e le risa volgari degli ubriachi intorno alle osterie. Forse quella sera erano tutti già troppo brilli per continuare a divertirsi, o forse il pensiero della Quaresima e l’arrivo dei frati avevano messo in tutti un po’ più di soggezione verso i doveri della religione cristiana.
Stavo per allontanarmi dal vetro, quando il pavimento cominciò a tremare così forte e improvvisamente da farmi perdere l’equilibrio. Una grossa libreria di noce rischiò di finirmi addosso, e mi scansai appena in tempo, rotolando sulla schiena, per evitare una cascata di grossi volumi che rovinò al suolo insieme alle fiale e alle boccette dei medicinali sugli scaffali.
Percepii le prime urla solo qualche minuto dopo, confuse con un rumore sordo e continuo di frane, massi che rotolavano e calcinacci staccati dai soffitti. In quel trambusto, lo scampanio lontano della Spina, pur continuo e straziante per l’udito, si confuse con il ronzio che il terremoto produsse nella mia mente sconvolta. Pareva quasi di ascoltare una sirena spettrale, i versi animaleschi di orde di fantasmi che si riversavano per le strade buie a scuotere gli edifici fin dalle fondamenta.
Il terremoto non durò a lungo; per alcuni minuti il suolo della città parve innalzarsi a intervalli regolari e prolungati, che fecero perdere l’equilibrio dei pochi che come me erano rimasti alzati a quell’ora. Il resto dei cittadini fu svegliato da quella che parve una grossa scossa di assestamento; si riportarono danni a oggetti e abitazioni, ma per fortuna nessuno perse la vita. Solo alcune bestie perirono per il crollo del soffitto delle loro stalle.
Eppure lo stesso smottamento passò in secondo piano, in confronto all’orrore che produsse nei cuori di tutti la luce, abbagliante e assolutamente insolita, che illuminò Dhursindam a partire da quella notte. Il lampo di pochi minuti prima si riprodusse assieme a una nebbia fitta e purpurea che ricoprì il cielo, e sembrò quasi toccare le punte degli edifici più alti.
Mi arrischiai ad aprire la finestra, quando terminò la prima scossa, inquietato da quel bagliore. Pensai a un incendio, alle fiamme di qualche edificio vicino.
– Non c’è puzza di bruciato… – dissi ad alta voce, quando Mrs. Gershwin, ancora in camicia da notte, irruppe nella stanza:
– Dobbiamo andar via di qui! Dottore, mi segua! Dobbiamo scappare!
Indicava col braccio tremante la porta d’ingresso, dagli stipiti della quale filtrava già la luce purpurea. Fuori, le grida dei vicini erano ora perfettamente udibili, e molti passi frettolosi cominciavano a risuonare intorno.
– Scappare dove? Non credo sia un incendio…
– È qualcosa di molto peggio! Se non ci sbrighiamo… saremo perduti!
– Aspetti… potrebbe esserci un’altra scossa… restare fuori in strada potrebbe esporci ad altri rischi…
La donna mi fissava con espressione incredula, imbarazzata di fronte alla mia incomprensione.
– Il terremoto è il segno. Lui verrà a prenderci tutti, è l’apocalisse!
Nonostante il mio scetticismo, il tono persuasivo di Mrs. Gershwin riuscì a trasmettermi un brivido che mi corse dietro la nuca. La sirena macabra che continuò a risuonare da una distanza imprecisata eppure perfettamente udibile, e la massa impressionante di quella nebbia luminosa, erano fenomeni estremamente inusuali anche per uno scienziato abituato a studiare quei fenomeni da un punto di vista più strettamente razionale.
– È la campana?
Annuì portando una mano alla bocca. La candela si spense non appena i vetri della finestra della studio scoppiarono, e un’altra fortissima scossa rischiò di radere al suolo l’intera casa. Le pareti vibrarono con tale intensità che per qualche minuto lo spazio tra me e la mia governate si riempì di libri e frammenti che schizzavano da una parte all’altra, mentre io mi accasciavo e cercavo di trovare scampo sotto il solido tavolo da lavoro.
Dalla finestra infranta il rumore della sirena (o dello scampanio) divenne insopportabile. Gridai più volte il nome di Mrs. Gershwin, ma non mi rispose che un suo lamento soffocato, quando la terra smise di tremare.
Uscii a fatica dal mio nascondiglio, e scavalcai alcuni cumuli di macerie per seguire il suo richiamo. In molti punti il soffitto minacciava di cedere, e anche le scale dei piani superiori risultavano impraticabili.
– Dottore, per carità! – chiamò la governante dalla cucina. La trovai distesa accanto alla piccola porta che dava sul retro, dove era stata colpita al capo da alcuni utensili rovesciatisi dalle mensole, prima che potesse raggiungere l’esterno.
– Non tocchi la ferita, – l’avvertii, spostandole dalla fronte alcune ciocche di capelli grigi, – Devo riuscire a trovare la mia borsa, intanto tamponi con questo.
Le lasciai un fazzoletto per frenare l’emorragia dal taglio sulla fronte, e frugai nel poco spazio ancora sgombro del mio studio. Per fortuna non ci furono più smottamenti forti come i primi due; ma l’angoscia che si impossessò di tutti noi nei giorni seguenti, fu causata anche dalla nebbia rossastra che isolò Dhursindam dal resto del mondo.
Non scese mai a livello del suolo, e sin dal primo giorno si mantenne a una certa altezza, fino a ricoprire l’intera linea dell’orizzonte fuori dalle mura.
– Guardi in alto, la prego. Guardi in cielo! – mormorò Mrs. Gershwin, mentre cercavo di curare la ferita col disinfettante e le poche bende pulite che ero riuscito a recuperare.
La notte sembrava essere sparita, e il cielo era diventato di un luminoso color amaranto, che riusciva a rendere visibile ogni particolare, anche in lontananza. Se non fosse stato per l’ora così tarda, avrei pensato all’alba, o a una delle strane aurore del nord. Il quel momento, però, il suono straziante della campana riusciva a rendere solo tutto più irreale.
Passai qualche ora a riposare con la mia governante accanto alla porta della cucina, visto che lei mi impedì con tutte le sue forze di lasciarla lì sola per andare a cercare altre informazioni. Nel caso ci fossero state altre scosse, dopotutto, volevo essere pronto ad aiutarla a mettersi in salvo. Ormai era assolutamente fuori di sé.
– Ci ha ingannati, dottore. Quell’uomo, quel Levi di cui parlava, ci ha ingannati.
– Ne aveva qualche dubbio? Il sangue di un innocente non può lavare tutte le infamie che hanno commesso. Se solo l’avessero capito anche gli altri. – risposi sarcastico, ripensando alle parole del frate misterioso incontrato il giorno prima.
Mrs. Gershwin non aveva più partecipato alle funzioni religiose di padre Ephraim, e dietro mio consiglio si era solo limitata a recitare le sue devozioni private con qualche vicina di casa, di fronte a un quadro della Vergine o del Cristo crocifisso.
Verso l’ora che normalmente avrebbe dovuto corrispondere all’alba, sentimmo bussare alla porta.
– Dottore, dottor Calvert! C’è nessuno?
Mi alzai con qualche difficoltà, dopo una notte passata al freddo, con solo qualche coperta rimediata dalle stanze al pian terreno.
Un piccolo gruppo di vicini, che sospirarono sollevati quando aprii la porta, tentò di convincermi ad andare via con loro. In alto, uno stormo di corvi fuggiva gracchiando impazzito sullo sfondo scarlatto.
– Perché suona ancora la campana? – domandai, senza aspettarmi nessuna risposta concreta.
– Dicono che sia scoppiata una guerra interna tra una setta di infedeli e i monaci di Oberhof. – disse un uomo che non avevo mai visto prima di allora; dall’aspetto pareva uno dei contadini che era arrivato il giorno prima dalle campagne circostanti.
– Non dovevamo accoglierli! Hanno portato altre sciagure… – gridarono altri.
– Ma questa nebbia? La luce… – chiesi al contadino, che scosse il capo con aria avvilita:
– Abbiamo girovagato per tutta la notte, sembrano tutti impazziti. Non ci sono risposte, per ora. I più sensati dicono che sia opera… del demonio.
Nessuno osò contraddirlo, e i più rabbrividirono quando dopo l’ultima, temuta parola, l’intensità del lugubre scampanio parve raddoppiare.
– Stiamo andando alle mura esterne. Molti si sono già incamminati ore fa. È dei nostri? – chiesero ancora una volta.
Infine, la curiosità e il bisogno di darmi delle risposte poterono più della preoccupazione per la mia povera governante ferita. L’affidai alle cure una brava donna, nostra vicina e moglie di uno degli uomini che mi apprestavo a seguire, e ci mettemmo in cammino.
La nostra Dhursindam era in preda al panico. Donne e bambini stavano stretti sulle soglie delle loro case; spesso erano visibili lunghe fessure che si aprivano sulle pareti esterne, effetti immediati del terremoto, ma non sembrava che molte strutture fossero crollate. Per fortuna la terra non aveva tremato abbastanza a lungo. La forza veniva dalle sue viscere, e in qualche modo era riuscita a mutare l’asse d’equilibrio delle fondamenta della città.
Ci fu tutto chiaro quando raggiungemmo le mura, e cercammo di farci spazio tra la folla che già si era radunata intorno alle porte principali. L’istinto spinse me e i miei compagni a raggiungere l’entrata nord, quella da cui erano giunti i monaci di Oberhof il giorno prima. Le porte erano state quasi divelte dai cardini per l’impeto della folla, e l’orizzonte nebbioso e scarlatto si apriva davanti a noi, attraverso l’apertura della cinta, come un gigantesco occhio insanguinato.
Appena accennati nella foschia, riuscivo ad intravedere i profili di centinaia di altre persone che se ne stavano ammutoliti a fissare qualcosa appena più in là.
– Si può uscire, non ci sono più neanche le guardie… – disse uno dei miei compagni, e fece strada agli altri.
– Che stanno facendo tutti?
– Hanno formato una fila enorme…. Ci deve essere qualcosa laggiù.
Prima che potessero arrivare gli altri numerosi gruppi di spettatori che avevamo lasciato lungo la strada, avanzai anch’io oltre la porta nord, verso un immaginario muro cremisi.
Poco distante, riconobbi l’anziano stalliere che avevo incontrato qualche settimana prima davanti al palazzo del governatore. Si teneva un braccio fasciato con la mano, e tornava lentamente verso le mura, sputando ripetutamente al suolo e borbottando qualche bestemmia.
– Ehilà, – lo chiamai, – Si sente bene? Vuole aiuto?
– Una carrozza che possa volare via di qui, la ringrazio, – rispose lui amaramente, con un’ironia di cui non colsi il significato.
– Intendevo per il braccio… Perché sono tutti qui? da dove arriva tutta questa nebbia?
– Il braccio sta meglio di tutti noi, dottore. E quanto alla nebbia, arriva dall’inferno. – mi rispose voltandosi da una parte per sputare.
Mi indicò un punto qualsiasi dietro di lui, oltre la prima fila della calca che aumentava a vista d’occhio.
Incapace di trattenermi oltre, mi avvicinai e aspettai paziente che arrivasse il mio turno. Il turno di rendermi conto che eravamo perduti, in trappola.
Un enorme burrone senza fondo si era aperto a poco più di cento metri dal perimetro della città. La faglia era larga abbastanza da scoraggiare qualsiasi tentativo umano di passare dall’altra parte, con ponti o corde qualsiasi; la sponda opposta era del tutto invisibile nella nebbia scarlatta.
In contrasto con la profondità buia dell’abisso, le tinte dell’atmosfera intorno erano assai vicine a quelle di un ipotetico inferno cristiano, esattamente come aveva detto lo stalliere.
– Ci vorrebbero un paio d’ali, per fuggirsene via. – osservò un ragazzo, nel momento in cui un altro stormo di corvi giunto dalle case intorno spariva oltre il ciglio del burrone, fino a perdersi nella bruma.
Ci rendemmo conto solo più tardi che la faglia circondava l’intera città. Come la nebbia ci aveva isolati dal cielo, così l’inferno stesso sembrava essersi spalancato tutt’intorno a noi, togliendoci ogni speranza di fuga o sopravvivenza. Se la terra avesse ripreso a tremare, saremmo stati come topi in trappola.
Di fronte a quel vuoto, e all’oscuro silenzio che saliva dalle tenebre assieme al fumo, i rintocchi raccapriccianti delle campane sembravano affievolirsi, e ridursi ad una lontana eco indistinta. Infine si spensero del tutto. Non osavo immaginare cosa stesse accadendo in quel momento in città; come il governatore, i monaci, le guardie e gli eretici stessero vivendo quella sciagura.
Gran parte della popolazione, tuttavia, si stava radunando proprio dove io mi trovavo. Oltre le mura, in cerca di un’impossibile via di fuga. Riuscii a intravedere un piccolo gruppo di frati neri proprio nel momento in cui oltrepassavano le mura, e avanzavano nella nostra direzione. Li accompagnavano delle guardie a cavallo, e un altro, più numeroso gruppo di popolani.
– Non vi accostate, più essere pericoloso. – diceva in quel momento una guardia, che cercava di dissuadere i monaci dall’avvicinarsi al crepaccio.
Un giovane, coi calzoni che gli arrivavano alle ginocchia e una camicia aperta sul petto nudo, nonostante il freddo, corse a posizionarsi proprio davanti alla cavalcatura, con le mani sulle gambe per riprendere fiato. Pareva avesse fatto una lunga corsa per raggiungerli.
– Lascia che vedano! Lascia che l’abate e i suoi vedano che cosa succede! C’è bisogno che gli indemoniati muoiano tutti, uno a uno! Se non ci liberiamo di loro, non finirà mai!
Il cavallo nitrì infastidito, mentre un altro soldato minacciò il ragazzo con la lancia. Mi avvicinai di qualche passo per studiare il volto del giovane; ero sicuro di averlo già visto. Quel giorno… anche allora suonavano le campane, c’era una rissa di fronte al portone spalancato del vecchio campanile. Il giorno in cui fui ferito, quando prima di perdere conoscenza mi restò impresso il volto del mio aggressore.
Alexis! Alexis Davies, l’uomo che cercavo da mesi ormai, e che disperavo di rivedere ancora vivo. Mi pareva addirittura impossibile che affrontasse un soldato con tanta spavalderia, sapendo di essere ancora ricercato dalle autorità e dalla setta della Crusversa. Evidentemente il suo volto non era noto a molti. Perché era uscito allo scoperto proprio allora? Aveva deciso che non ne valeva più la pena?
Dovevo assolutamente parlare con lui, ma prima che riuscissi ad attirare la sua attenzione, dal gruppo di cittadini che aveva seguito i monaci e le guardie a cavallo, sbucarono una decina di altri ragazzi, tutti quasi coetanei, che diedero man forte alle incitazioni di Alexis.
– Uniamoci per combatterli! Prima che sia troppo tardi! Hanno chiamato l’inferno! Vogliono gettarci giù con loro!
I monaci non risposero, ma continuavano a guardare il punto in cui la distesa di terreno sterile si interrompeva, ancora parecchio più avanti. Quando diedero segno di voler proseguire, i ragazzi si scansarono obbedienti.
– Dio mio… – esclamò il monaco che per primo si era spinto quasi sino al ciglio. Guardò giù e si segnò per tre volte.
– Riferisca al suo superiore, padre, che questo è solo l’inizio. Vogliono portare il male sulla terra, e Dhursindam è solo il primo passo. Se non li fermeremo noi… – diceva intanto il ragazzo, che lo aveva seguito dopo un po’, trascinandosi dietro tutto il suo gruppo.
Tre guardie a cavallo gli impedirono di proseguire, e con l’asta di una lancia Alexis fu scaraventato nella polvere, ai piedi degli altri frati.
– Il ragazzo non ha fatto nulla di male, non c’è bisogno di punirlo. – intervenne il frate che si era segnato, e l’aiutò a rialzarsi, mentre il gruppo di popolani che assisteva alla scena si faceva sempre più numeroso. Guardavano il ragazzo con simpatia, e al contrario rivolgevano alle guardie dei mormorii minacciosi che i monaci ascoltavano inquieti.
– Il ragazzo è Alexis Davies, figlio di Herbert Davies, ricercato per tentato assassinio, istigazione alla rivolta e sospettata eresia!
La voce potente, che azzittì all’istante la piccola folla, veniva da un vecchio capitano, piuttosto grosso e agitato, che riprese fiato in fretta mentre sbucava dalla porta nord sul suo cavallo baio lanciato al galoppo.
– Sia condotto alle prigioni! Legato e bendato! – continuò esortando le guardie a fare il primo passo.
Davies, scuotendosi ancora la polvere dalla camicia, sfidò i suoi avversari con lo sguardo, ma nessuno osò avanzare verso l’altro. I mormorii della folla ripresero con più veemenza, e quelli che sembravano gli amici di Alexis formarono ai lati del ragazzo due ali che si perdevano nella folla solidale.
– Accusato di eresia? – scoppiò a ridere lui all’improvviso, – Eresia! Avete sentito? Eretico!
La banda gli fece eco, senza smettere di tenere d’occhio le guardie sui cavalli che scalpitavano. Il capitano, tradendo un certo disagio mentre si carezzava i grossi baffi bianchi, avanzò da solo, portandosi nel piccolo spazio che si era creato tra i suoi subordinati e il ricercato. Alcuni monaci erano rimasti al suo fianco.
– Quali sono le prove per cui si accusa il ragazzo di eresia, capitano? – domandò quello che per primo aveva difeso Alexis dall’attacco della guardia.
– Testimoni. Persone del tutto attendibili che lo sospettano di essere a capo di una cerchia ostile al pacifico governo di Sua Signoria il duca d’Alba.
– Parleremo col nostro abate. Collaborerà lui stesso col governatore… non c’è ragione di trattenerlo adesso.
Il monaco sembrava essere deciso a non lasciare che i soldati interferissero in questioni religiose, soprattutto da quando era stato deciso che in quel tipo di giudizi il governo di Dhursindam fosse affiancato dalla Nuova Inquisizione.
In effetti il capitano si limitò ad assentire con capo, ma non tirò le briglie per allontanare la sua cavalcatura.
– In tal caso, – riprese, sfilandosi un guanto e lasciando che la mano scorresse sui finimenti, – mi vedo costretto a trattenere il ricercato per tentato omicidio.
La folla esplose in un grido di protesta, ma l’arrivo di un’altra decina di fanti mutò la confusione in una calma improvvisa e carica di tensione.
Alcune delle persone che mi circondavano, e che mi avevano riconosciuto, mi indicavano discretamente ai loro vicini. Sapevo già a cosa alludevano. Sentii pronunciare il mio nome proprio nel momento in cui decidevo di intervenire in difesa del giovane Davies.
– Tentato omicidio del dottor Enrico Calvert, il giorno ventotto dello scorso novembre. In occasione del tumulto in piazza della Spina da lui provocato. – concluse l’uomo a cavallo, fiero di avere delle ottime ragioni per contraddire il frate nero.
Alcuni soldati cominciavano già ad allontanare i ragazzi intenzionati ad opporsi alla cattura, quando mi feci avanti attirando l’attenzione del capitano. Mi aveva nominato senza neppure sapere chi fossi, e non mi stupii quando si girò nella mia direzione, incuriosito dalla mia intonazione non troppo dialettale. Mentre mi rivolgevo a lui, non potevo fare a meno di chiedermi cosa avesse spinto l’autorità pubblica a cercare un capro espiatorio come Davies, per addossargli la colpa di tutto il malessere che aveva colpito la città negli ultimi mesi. Non era stato proprio suo padre la prima vittima di quella macchinazione infernale? La setta non gli aveva anche tolto la ragazza di cui era innamorato, mettendo la sua stessa famiglia a rischio di possibili vendette?
– Io sono Enrico Calvert, capitano. Colpito per errore il ventotto novembre 18** in piazza della Spina, nel mezzo di un’agitazione nient’affatto causata dal giovane Alexis Davies. – dissi a voce alta, in modo da poter essere udito da tutta la folla che si era allontanata dal precipizio per assistere alla scena.
– Questo è irrilevante! Non sta a lei giudicare, che lei sia o non sia il vero dottor Calvert.
– Può confermarglielo chiunque! – insistetti, voltandomi verso i miei vicini che scossero il capo per appoggiarmi.
I soldati continuarono ad avanzare verso di noi, puntando i fucili in aria per dei colpi di avvertimento, nel caso ce ne fosse stato bisogno.
Il capitano si schiarì la voce e si rimise il guanto sbuffando, come se il mio fosse stato solo l’ennesimo, noioso contrattempo:
– Ho ricevuto precisi ordini di condurre il ricercato a palazzo, ed è quello che farò. Se lei è il vero dottore, può seguirci e testimoniare prima della condanna.
– Il ragazzo non è colpevole di nulla. Non immagina neanche quale cospirazione si nasconda dietro questa ridicola copertura… – cominciai, temendo però di andare troppo oltre, e di spostare i sospetti delle autorità su di me.
– Questo non spetta a lei deciderlo. Oggi abbiamo un colpevole, e si farà giustizia! – gridò, incitando i soldati. Quando una guardia mi spinse da parte, verso il monaco che aveva assistito in silenzio, provai ancora a farmi ascoltare dal giovane Davies. Per gli ultimi minuti non aveva distolto da me il suo sguardo diffidente, ma il viso gli si illuminò con un sorriso quando mi rivolsi a lui direttamente.
– Ti ho cercato a lungo. Hai visto tua madre? È stata lei a curarmi, è in pensiero per te. E lo sono anche i tuoi fratelli, e Sarah.
– Come stanno? Come sta mia madre? Non le hanno mica…
– Sta bene, l’ho rivista qualche tempo fa… non preoccuparti.
– L’ho fatto per lei, per Becky. – disse mormorando appena il suo nome, come per scusarsi del suo gesto. Il fatto che il capitano non avesse addotto anche la scusa del presunto rapimento, stava a significare che non era stato denunciato. Né dal signor Maugham, che forse aveva voluto semplicemente spingermi in trappola con le sue minacce, né da sua moglie Barbara, che addirittura si era mostrata insana complice di Levi.
Due soldati lo circondarono e gli legarono i polsi, mentre il resto delle guardie cercava di contenere il malcontento dei suoi amici o seguaci, che si erano lasciati andare a delle semplici intimidazioni, senza spingersi ad atti violenti. La tensione era tale che sarebbe potuta bastare una sola parola del ragazzo per far scoppiare un’aperta rivolta.
– Come sta? – mi chiese mentre veniva spintonato verso un cavallo condotto lì apposta per trasportarlo via.
– Come sta Becky? – ripeté ancora, credendo che non avessi compreso a chi alludesse. Mi guardai intorno, e per l’ennesima volta la terra sembrò sbriciolarsi sotto i piedi.
Nessuno, nessuno sapeva cos’era successo quel giorno nei sotterranei della chiesa di Quartiere Vecchio? Perché spettava a me informarlo di quell’omicidio, proprio di fronte alle guardie? Avrebbero addirittura potuto arrestarmi, accusandomi di complicità, nell’attesa di ulteriori indagini. E la figura di padre Ephraim era inattaccabile, da quel punto di vista. Se mi fossi esposto ancora, avrei rischiato di diventare l’ennesimo capro espiatorio, insieme ad Alexis.
Purtroppo, il ragazzo non era ingenuo, e intuì parte della verità dalla mia espressione mortificata. Ero ammutolito nel tentativo infruttuoso di trovare le parole giuste, o forse solo una bugia che mi permettesse di prender tempo.
– Cosa le è successo? L’hanno presa loro? Hanno preso Becky? Parli! – gridava cercando di liberarsi dalla stretta delle guardie, che gli spingevano i piedi sulle staffe.
Al contrario del capitano, che continuava ad accarezzarsi i baffi cercando di farsi un’idea della ragazza a cui si alludeva, quasi tutti gli uomini presenti alla scena mi osservavano con stupore ed estrema attenzione. La notizia della scomparsa di Becky Maugham era riuscita a trapelare oltre la cerchia malsana della sua famiglia, anche se non si associava la ragazza ad Alexis. Probabilmente gli amici che avevano cercato di proteggerlo fino alla fine erano i soli ad aver condiviso con lui il dolore per la sua scomparsa.
– Prima di portare via quello che pensate sia il responsabile di queste catastrofi, fate parlare il dottore! Se la nostra compagna è stata rapita, anche noi abbiamo il diritto di avere giustizia! – gridò uno degli uomini che si era unito ad Alexis sin dal primo momento. Era un po’ più maturo degli altri, ma riconobbi il suo viso dal primo istante. Ero stato io ad assisterlo poco prima che lo trasferissero in manicomio, e proprio sua moglie era stata una delle prime donne ad essere falciata dall’epidemia di peste violacea. In circostanze diverse, avrei provato un’immediata compassione per Tom Cecil, che in brevissimo tempo aveva perso una casa, la moglie e il suo figlioletto nascituro.
Ora pareva molto invecchiato: rughe profonde gli rigavano la fronte e le tempie, e i capelli erano già quasi tutti bianchi. Mi invitò a proseguire con un cenno del capo, senza darmi alcuna prova di avermi riconosciuto. Gli ero stato accanto durante il delirio che era seguito a una misteriosa aggressione notturna, e non avevo mai potuto appurare cosa davvero avesse visto quella notte. Cosa aveva confessato alle guardie, al punto che queste si erano sentite in dovere di recluderlo? E perché ora me lo ritrovavo davanti, totalmente cambiato e, almeno all’apparenza, “rinsavito”?
– Rebecca Maugham… – cominciai schiarendomi la gola, e guardandomi intorno con la speranza che non mi avessero coinvolto nel caos che stavo per scatenare, – è morta…
Il volto di Tom diventò una maschera di ghiaccio, e per un attimo intravidi il dolore che aveva dovuto colpirlo alla notizia della morte di Maria, sua moglie.
Alexis al contrario esplose in un urlo infuriato, e iniziò a divincolarsi come in preda a un attacco di mal caduco. Anche le guardie che cercavano di mantenerlo in sella restarono sbigottite dalla sua forza improvvisa. In sella alla sua cavalcatura, pareva fosse un generale in disgrazia che implorasse l’aiuto del suo popolo. E nella gloriosa illusione di quel richiamo, i suoi seguaci videro il segnale che tutti aspettavano.
– Morta! L’hanno uccisa! L’hanno uccisa! Bastardi! – tuonava il ragazzo, e molti nella folla iniziarono a fargli eco, finché la barriera umana con cui i fanti erano riusciti a contenere il loro impeto iniziale, crollò davanti alla loro furia.
– Sono stati loro! I soldati! L’hanno torturata per arrivare a lui!
– Gli eretici l’hanno presa! Chiedete al dottore!
Si gridava da più direzioni.
Cercai di arrivare a Tom, che stava per essere trascinato via dalla calca, ma il monaco che mi stava accanto mi tirò per un braccio:
– Venga con me, la prego. Non è prudente immischiarsi, adesso.
– Non avrei voluto… scatenare tutto questo. È stata colpa mia… – gli dissi mentre a stento cercavamo un punto più riparato dalla ressa incontenibile.
Uno sparo mi sfiorò la manica della giacca, e cominciai a correre dietro il gruppo di frati, pericolosamente vicino a crepaccio, che ormai ci teneva bloccati in quel lato dello spiazzo.
I soldati caricavano i fucili contro la folla ormai inferocita. Anche se era evidente la disparità numerica, il capitano doveva aver ricevuto ordini categorici riguardo alla cattura del giovane, al punto che non aveva esitato ad autorizzare l’attacco, anche a scapito dei monaci che avrebbero potuto venire coinvolti nella sparatoria.
– Liberate il ragazzo! Morte agli assassini! – si gridava ora da più parti.
Molti cominciarono a raccogliere sassi dalle spaccature del terreno, per gettarli verso il gruppo di soldati che si era ridotto a un’isola perduta nella folla. Mi voltai in tempo per vedere la sagoma ancora scossa dai singhiozzi di Alexis, che veniva trascinato giù dalle braccia degli altri ragazzi, e spariva nella massa.
Un sasso colpì il vecchio capitano alla spalla, dipingendogli una smorfia di dolore sul viso altero. Sparò un ultimo colpo e ordinò la ritirata ai suoi soldati, che si aprirono un varco solo a fatica, agitando le aste delle lance come fossero fruste.
Tirai un sospiro di sollievo quando la folla cominciò a spingersi in direzione delle mura, per lanciare altri sassi e imprecazioni verso le guardie di fanteria, che avevano trovato più difficoltà nella fuga.
Ero rimasto in disparte coi sette monaci, che in qualche modo mi avevano difeso dalle possibili rivendicazioni del popolo in tumulto.
– Perché pensa che sia stata colpa sua? Come ha saputo di quella povera ragazza? – mi chiese il monaco guardandomi incuriosito. Aveva un accento tedesco, e i suoi lineamenti nordici confermavano le origini germaniche. Intuii che aveva ancora qualche dubbio riguardo alla mia reale identità: ero un sostenitore del giovane Davies, o magari una spia della Crusversa, giunto al momento più appropriato per far scoppiare una rivolta in città?
– Ho assistito alla cerimonia… Gli eretici si sono riuniti nei sotterranei della chiesa della Spina, a Quartiere Vecchio.
– Lei era con loro?
La sua curiosità si mutò in sospetto, e anche gli altri frati cominciarono a guardarmi con diffidenza.
– Io… ero semplicemente un esterno. Mi ero illuso di salvarla, ma ero solo.
“Esterno”, era appunto il titolo che mi aveva dato Utreg per annullare la mia opposizione.
– Perché non ne ha fatto parola col governatore?
– Perché anche il governatore ha le mani legate. È sorvegliato da loro, e da persone che gli stanno molto vicino…
Mi fermai senza trovar e il coraggio di raccontargli tutta la verità. I monaci di Oberhof erano in città per aiutare il duca d’Alba… erano suoi alleati. Come avrebbero reagito se avessero solo sospettato che lo stavo calunniando davanti a loro? Non era neanche da prendere in considerazione l’idea di nominare sua moglie, per le stesse ovvie ragioni.
Il monaco biondo stava per aggiungere qualcosa, guardando preoccupato alle mie spalle, ma non ebbi il tempo di voltarmi. Due braccia possenti mi afferrarono, e in pochi secondi mi trascinarono indietro di parecchi metri. Persi una scarpa mentre i talloni mi strisciavano nella terra.
Quando riaprii gli occhi, che avevo chiuso per il timore di qualche colpo imminente, mi ritrovai di fronte allo stesso Alexis, col volto ancora sconvolto e rigato di lacrime. La camicia era sporca e ridotta a brandelli, e doveva appoggiarsi a un grosso fucile sottratto alle guardie per reggersi in piedi.
– E ora voglio che mi racconti tutta la verità! Mia ha capito? Mi dica che ne è stato! Come è morta!
Aspettai che la rabbia che gli accecava gli occhi si affievolisse, permettendogli di trovare la calma necessaria per ascoltarmi. La mia sola preoccupazione era quella che mi lasciasse spiegare, prima di trarre delle conclusioni affrettate che avrebbero potuto mettere addirittura in pericolo la mia vita. Non poteva neanche immaginare quanto mi fossi torturato già io, per non aver potuto evitare che il pugnale di quei mostri si scagliasse contro una vittima innocente.
– Dicevano che aveva una maledizione… e che solo togliendole la vita avrebbero potuto liberare la città dalla sciagura… – cominciai senza interrompermi. Una minima pausa avrebbe potuto costarmi caro.
Raccontai tutto quello a cui avevo assistito, aggiungendo i miei dubbi, le responsabilità di coloro che avevano corrotto il potere pur di appoggiare un branco di fanatici, la follia contro natura di Barbara Maugham.
Alexis ascoltava con aria assente, fissando un punto vuoto alle mie spalle. Mi chiedevo quanto credesse davvero a quello che gli stavo raccontando. Pareva che i suoi pensieri ruotassero unicamente intorno alla scomparsa di Becky, e al rimorso per non essere riuscito a trattenerla presso di sé.
– Sua madre era un burattino, nelle loro mani. Un animale… Ha venduto sua figlia, il suo sangue. Era un mostro! – mi gridò con lo stesso sguardo acceso d’ira.
– Si è fatta completamente plagiare dai capi di quella setta. Spero che possa rendersi conto di quello che ha fatto… e che il rimorso…
Il ragazzo mi si avventò contro, e mi avrebbe colpito prima che fossi riuscito a difendermi, se Tom, all’erta al suo fianco, non gli avesse bloccato il braccio in tempo. Restai sbalordito, non solo dalla sua velocità, ma dall’espressione distorta del suo volto adirato.
– Deve morire! Quel mostro deve essere eliminato come tutti gli altri! – gridò, rivolgendosi ora alla folla che ci circondava. Pareva che fosse riuscito a calamitare la loro attenzione, assieme a tutta la disperazione e la paura che dopo il terremoto di quella mattina si erano impossessate di loro.
– Morte ai servi di Satana! Morte ai nemici di Dio! – si levò il coro assordante prima dei suoi seguaci più stretti, poi del resto della massa.
Uno dei monaci, rimasti alle mie spalle, chiese la parola alzando un braccio verso Tom, che pareva il solo a non essersi lasciato trasportare dall’agitazione generale:
– Non sappiamo ancora chi siano i nostri nemici, fratelli. Vi prego di aspettare che le loro menti malvagie li spingano ad uscire allo scoperto. Non versiamo altro sangue…
– Del sangue delle loro vittime abbiamo già gonfi i cuori, padre! Hanno isolato la nostra città, oscurato il nostro cielo, decimato le nostre famiglie! Cosa stiamo aspettando? Alla chiesa! Alla chiesa della Spina! Morte a Ephraim Tabasco!
La voce del giovane Davies era come un tuono che infiammava i cuori già eccitati dei presenti, e oscurò completamente il mite ammonimento del frate. Alcuni spararono colpi di fucile in aria, e incitavano gli altri per tornare immediatamente indietro, verso il centro della città.
– Il comando delle guardie sarà stato avvertito, vi attaccheranno prima ancora che possiate avvicinarvi a Quartiere Vecchio. – osservò il monaco biondo, approfittando di un momento di calma, mentre Alexis dava disposizione ai suoi uomini per il primo assalto.
Il giovane si voltò e parve considerare per la prima volta la sua figura slanciata, dai tratti nobili, così diversa dalla maggior parte di loro.
– Se voi, monaci di Oberhof, siete contro l’eresia della Crux Inversa, dovreste lasciare il governatore alla sua vigliaccheria, e unirvi a noi. Prima che sia troppo tardi.
– Siamo uniti al duca d’Alba dall’editto di Torrevega, signor Davies. Ma anche se volessimo prendere in considerazione il suo invito, non potremmo fare nulla senza che il nostro abate ne sia stato prima informato.
– Per quanto riguarda il nostro ordine, ogni violenza ingiustificata è da considerarsi un atto contro Dio. – aggiunse il monaco che aveva parlato per primo.
Davies sussultò, come se stesse per abbandonarsi a un’altra delle sue fragorose risate. Era rosso per l’eccitazione, e gli occhi gli brillavano di una luce intensa, quasi febbrile:
– Se siete dei pacifisti come il nostro gentile dottore, e non battete ciglio di fronte a degli assassini, allora non sarete che un peso. Finché il campanile sarà in piedi, non avremo pace. Tutti loro, saranno sepolti sotto le sue macerie! Tutti! – esclamò ancora, scatenando un’ovazione generale.
Provai ad intervenire di nuovo, ma fu inutile. Alcuni dei compagni del nuovo “eroe” di Dhursindam già l’avevano tolto dalla mia vista, e non mi restò che lasciare il mio avvertimento ai monaci che si apprestavano a ritornare in città per anticipare la folla inferocita.
– Ascoltatemi, vi prego. Parlate al vostro abate… non tutti i fedeli di padre Ephraim sono eretici, o coinvolti nella loro carneficina… Potrebbero restare uccisi altri innocenti.
Il monaco più alto scosse il capo, e sospirò gravemente:
– Temo che uno scontro sia inevitabile, se vogliamo proseguire con le indagini e far parlare i veri colpevoli. Questa rivolta intralcerà solo la verità, e renderà tutto più difficile.
Li lasciai con grande amarezza, e mi soffermai ancora un po’ di fronte all’abisso senza fondo. Forse non avrei dovuto dare a quel ragazzo la notizia della morte di Becky Maugham, non allora. Mi ero immaginato il nostro incontro in maniera così diversa. Addirittura credevo che fosse lui quello che avrebbe dovuto scusarsi per la vecchia aggressione nei miei confronti, e ringraziarmi per non averlo denunciato subito. E invece avevo rischiato di ripetere quella scena, di essere colpito ancora da lui. Erano forse stati quel suo impeto, la rabbia incontrollabile, ad averlo messo così facilmente a capo della sua gente? Non si poteva negare che avesse un forte carisma; probabilmente aveva cominciato a nutrire rancore nei confronti degli eretici dal giorno della morte di suo padre. Quando poi l’ombra della setta aveva cominciato ad estendersi a macchia d’olio, era riuscito attirare a sé le vittime che questa si lasciava dietro. Persone disposte a tutto per vendicare la rovina delle proprie famiglie, esattamente come Tom Cecil.
– Se solo quella campana tacesse per sempre… – dissi lanciando un ciottolo oltre il ciglio. Ero scalzo, e il terreno accidentato mi feriva i piedi; nella fretta avevo dimenticato anche il mio bastone, così fui costretto a cercare invano una carrozza nei dintorni.
Senza quei lugubri, inconfondibili rintocchi, il terremoto avrebbe potuto essere attribuito a cause del tutto naturali. Ma in quella circostanza, chi dubitava ancora che potesse trattarsi di una vera e propria maledizione? La mia stesa fede nella medicina e nella scienza aveva vacillato già in diverse occasioni.
Il cielo scarlatto sopra Dhursindam non era affatto mutato da quella notte, e di tanto intanto stormi di uccelli neri volavano da un tetto all’altro come impazziti. L’aria si scaldò di qualche grado verso mezzogiorno, ma l’attenzione di tutti era rivolta ai disordini che scoppiavano ripetutamente in quasi tutti i quartieri.
I timori del monaco nero erano del tutto fondati: i giorno del mio incontro con Alexis Davies segnò l’inizio della guerra civile a Dhursindam. Mi sono più volte chiesto, da allora, se l’eresia valesse la vita di tutti coloro che perirono durante gli scontri. Quanti morirono a causa dei demoni, e quanti invece a causa dell’odio degli uomini? Ancora oggi una parte di me ritrova la vecchia fiducia nel potere della ragione, e penso che forse i mostri che per qualche tempo comparvero nella nostra città, furono creati solo dalla follia di alcuni, e dalla superstizione dei loro seguaci. Creature incorporee e maligne, completamente asservite alla sete di sangue di uomini senz’anima.
Tornai a casa zoppicando, rischiando in diverse occasioni di essere travolto da gruppi armati che correvano incitandosi l’un l’altro verso il centro. C’erano diverse colonne di fumo in direzione del campanile, e le cariche di fucile scandivano il tempo come un tetro ticchettio funebre.
La donna che aveva assistito Mrs. Gershwin durante la mia assenza mi accolse con un’aria tutt’altro che rassicurante. Stringeva la cuffietta della mia governante, e qualche lenzuolo che, a quanto disse, aveva preso nella sua abitazione.
– Non so cos’abbia. La ferita non le dà dolore, ma è come sconvolta. Io… non so che fare, dottor Calvert.
Parlava come per scusarsi, e prima di congedarsi mi consigliò più volte di recitare qualche preghiera per lei.
– Ha chiesto durante tutta la mattina di vederla. Non ha fatto altro che pronunciare parole senza senso. Forse se la convincerà a pregare…
La lasciai andare prima ancora di entrare nello studio, dove trovai Mrs. Gershwin distesa immobile, ancora in camicia da notte, con le bende allentate tra i capelli.
L’appartamento era ancora in disordine, i piani superiori forse pericolanti, e a causa dei danni alle attrezzature avevo perso molti dei miei medicamenti. Al centro di tutto quel caos, tra oggetti ammucchiati a caso per permettere un minimo orientamento, era posizionato il lettino con l’ammalata.
Cominciò a tremare quando percepì la mia vicinanza. Disfeci la fasciatura temendo un’infezione della ferita alla fronte, ma fui sollevato quando la vidi ridotta a un semplice graffio, che cominciava già a cicatrizzarsi. Nulla di cui preoccuparsi, quindi, da un punto di vista fisico.
– Mrs. Gershwin? Mi sente? Le fa male? – chiamai per svegliarla, ma non avevo l’impressione che dormisse. Era come sotto l’effetto di un’allucinazione, ancora sconvolta per l’eco della campana di quella notte.
Il suo volto si contrasse e spalancò la bocca, mentre le narici si aprivano per inspirare con forza. Fui quasi spaventato dall’innaturalezza della sua espressione, ma non seguì il grido che mi aspettavo. Fu piuttosto un lamento, la stessa voce straziata che mi aveva parlato la notte prima.
– Dio mi perdoni, Dio mi perdoni. La bestia è inquieta tra le mura, il mostro è sveglio nella torre…
Sentii il cuore balzarmi in gola prima ancora che pronunciasse le ultime parole. Non era la prima volta che le ascoltavo… e andai indietro coi ricordi a qualche mese prima, all’inizio di tutto. Al caso Davies.
Di colpo rividi il corpo delirante di Herbert, la fronte coperta di sudore, le labbra tremanti che si muovevano appena mentre mi lanciava quegli strani avvertimenti. Le profezie di quello che sarebbe accaduto di lì a poco.
In quel momento, tuttavia, l’analogia con quel primo episodio non mi preoccupava solo per una diagnosi; temevo per quello che era successo ad Herbert, e che senza alcun dubbio sarebbe toccato a Mrs. Gershwin, se non avessi fatto qualcosa al più presto.
– Si svegli, la prego. È a casa, sono Calvert. Sono qui, mi cercava. Apra gli occhi…
Alla fine si svegliò, e mi guardò come se mi riconoscesse appena.
– È lei. Non può fare nulla. Ricomincerà tutto. Ogni rintocco un’anima, ogni rintocco una chiamata all’inferno.
La sua voce era così simile a quella ascoltata già troppe volte al capezzale delle vittime di peste, roca, talmente bassa da nascondere qualsiasi inflessione riconoscibile dagli stessi familiari. Gli occhi ora erano spalancati, le pupille dilatate come succede comunemente negli stati allucinatori.
– Cosa posso fare? Per non lasciare che vincano loro? Cosa posso fare? – mi costrinsi a chiederle. Andava contro la mia etica, contro le ricerche di una vita, ma la mortificazione di lasciarmi andare alla volontà di fantasmi della superstizione, poté ben poco di fronte all’ultima, fievole speranza di salvarle la vita.
Pensai al disperato tentativo di Joel Maugham per guarire sua moglie, e rabbrividii. Perché sarebbe toccato anche a me, o a lei? Forse c’erano altre strade, non era possibile che ricominciasse tutto così… come una ruota.
– Chiami padre Ephraim. Lui saprà che fare, lo chiami ora, la prego. Padre Ephraim… – ripeté, e la sua espressione si fece di colpo più serena. Mi guardò negli occhi, come sforzandosi di trasmettermi la sua estrema volontà.
Voleva prendersi gioco di me? Come avrei potuto presentarmi di fronte a quell’uomo, ancora una volta? Sapevo bene di cosa sarebbe stato capace, per attirare una sola persona nella sua cerchia, e ora avrei dovuto accoglierlo in casa mia?
Ma non ebbi la possibilità di riflettere a lungo. Le mie cure non servirono a molto; presto comparvero i sintomi che avevano già colpito Herbert Davies. Sudorazione abbondante, estremo pallore, tremiti convulsi. E gli stessi, inquietanti discorsi che mi avevano colpito durante quella prima, scioccante esperienza.
Perché alla fine decisi di partire, e di abbandonarla per andare alla ricerca di quel prete? Avrei dovuto lasciare che si spegnesse in pace, risparmiandole il dolore assurdo di sopravvivere a se stessa.
Ma ero solo ossessionato dal desiderio di salvarle la vita, di non lasciare che un’altra persona, stavolta a me così cara, morisse sotto i miei occhi, senza che potessi fare nulla per alleviare le sue sofferenze. Già troppi erano stati portati via da quella pazzia. Se quel prete aveva tra le mani il segreto della guarigione, avrei riconosciuto la mia impotenza, e sarei pronto finanche a ringraziarlo. Purché la salvasse, e mi restituisse la Mrs. Gershwin di un tempo.
Il mio percorso verso il centro, uno dei focolai dello scontro tra i rivoltosi e i soldati del governatore, fu più simile a un incubo. Non rispondevo a quelli che, riconoscendomi, credevano volessi unirmi a loro, e proseguivo correndo e inciampando verso Quartiere Vecchio.
Per fortuna, il fatto che fosse ormai quasi spopolato e sfigurato dagli incendi di qualche mese prima, aveva fatto sì che il grosso degli scontri si fosse spostato verso la piazza del Governo, diverse miglia più a est. I segni della battaglia di quella mattina erano ancora visibili, e pochi uomini si erano fermati in qualche atrio disabitato per prestare le prime cure a qualche ferito.
– Dottore, la prego! Dottore da questa parte! – mi rincorreva qualcuno, sperando in qualche assistenza per il compagno moribondo.
Rispondevo che mi aspettavano altrove, che avevo un’emergenza. Era vero, eppure mi vergognavo, chinavo il capo e speravo che non mi riconoscessero ancora.
L’antica piazza della Spina era irriconoscibile. Alcune casse e qualche carrozza rovesciata era tutto quello che restava di barricate improvvisate, mente davanti alla chiesa molti dei paramenti sacri e delle panche erano state trascinate fuori, dopo il saccheggio.
Come mi aspettavo, l’interno era devastato e deserto. I miei passi riecheggiavano nella navata mentre mi dirigevo verso l’altare ormai nudo e quasi distrutto dal crollo dell’abside. Non c’era nessuno, ma mi aggrappavo a un’ultima intuizione: se in qualche modo padre Ephraim era riuscito a salvarsi, sapevo dove trovarlo.
Cercai il passaggio sotterraneo in fondo al corridoio che conduceva alla sacrestia, ma trovai l’entrata sbarrata da un vecchio armadio che nascondeva completamente la grata d’ingresso. Era evidente che avevano cercato di sfuggire all’invasione dei rivoltosi, e di celare l’accesso al covo della setta.
Il silenzio era assoluto, e dubitai che ci fosse qualcuno nell’intero edificio. Salvo forse nei sotterranei. Svuotai l’armadio dalle suppellettili che lo ingombravano, messe lì alla rinfusa, e feci il possibile per spostarlo abbastanza da riuscire a infilarmi nella gelida cavità che si apriva dietro.
Ricordavo che non c’erano diramazioni lungo la via, così proseguii a tentoni nel buio, finché non udii dei rumori provenire dalla sala delle celebrazioni. C’era qualcuno che parlava, ma l’eco delle voci rendeva i suoni indecifrabili.
Quando intravidi l’alone delle fiaccole procedetti più cautamente, sperando di avere almeno l’opportunità di parlare a padre Ephraim da solo, senza l’intromissione di altri membri della setta.
– Aspettiamo fino a stanotte. – disse una delle voci. Mi sembrò appartenesse a Utreg Levi, ma non potei mai accertarlo. Una mano sbucò dal buio dietro di me, e mi afferrò alla gola rischiando di spezzarmela.
Fui scaraventato nella stanza e battei contro una delle sedie vuote che erano disposte in circolo, intorno ad alcune figure a me sconosciute.
– Stava spiando. È quel dottore. – disse Rudolph, il sacrestano che mi aveva seguito nell’ombra.
Padre Ephraim gli ordinò di aiutarmi a sedermi di fronte a lui, mentre le figure che avevo intravisto risalivano in fretta la scala a chiocciola che spariva nella volta. Insieme a Levi e ad alcuni degli uomini che erano con lui l’ultima volta, mi sembrò di distinguere una figura più minuta, velata, forse una donna.
– Cercava qualcuno, dottor Calvert? – mi chiese dando alla voce un tono fastidiosamente ironico.
Avevo battuto la tempia, e riflettei distrattamente alla strana coincidenza che mi aveva portato di nuovo a trovarmi in una stanza, con le due persone che meno al mondo avrei sperato di incontrare da solo.
– Non sono qui per me… ma per una persona. Che chiede di lei. – mi costrinsi a rispondergli, alla fine. Sentivo il fiato di Rudolph sul collo, e da una delle occhiate che gli gettai padre Ephraim comprese il motivo del mio disagio.
– Puoi andare, Rudolph, per favore. Accertati che l’ingresso sia rimasto ben nascosto. Non amiamo chi viola le nostre sale, senza la giusta fede.
Mi guardò ancora negli occhi con una strana espressione divertita, e mi ripropose la domanda quando fummo soli.
– E così ha bisogno del mio aiuto? È strano che proprio lei…
– È per Mrs. Gershwin, la donna che mi aiuta da anni ormai… È… è molto ammalata, e non riesco a capirne le ragioni.
Mi umiliava molto confessare la mia impotenza proprio a quell’uomo. Non avevo desiderato che fosse arrestato, e gettato in prigione, solo qualche giorno prima? E ora mi ero ridotto a implorarlo che venisse con me, per aiutarmi a curare una “sua” vittima.
– Povera Betta, povera anima persa. – cantilenò lui guardando in alto, come se non gli stessi raccontando nulla che non avesse già previsto.
Era innegabile che con Mrs. Gershwin, e forse con tutti i suoi fedeli, avesse già da tempo stabilito dei rapporti molto stretti, che l’avevano aiutato a esercitare su di loro quell’influenza determinante per farli complici dell’assassinio di Becky.
– Fa discorsi senza senso sul campanile, sui mostri. Non so più come toglierle dalla testa queste idee. So che è stato lei a ridurla così… almeno ne abbia pietà … la aiuti a uscirne fuori prima che sia troppo tardi…
È pur sempre un prete!, stavo per aggiungere, ma lui si fece improvvisamente pensieroso. Mi guardò con una certa compassione chinandosi appena verso di me, e mormorò a bassa voce come se qualcuno potesse ascoltarci in quella stanza vuota:
– Ha sentito il terremoto, dottore? E la terra che ha tremato?
– Questa notte… – risposi, temendo già la sua prossima spiegazione.
– Questo cielo che segna l’inizio della fine…
– Io le sto chiedendo solo di aiutare una donna che ha bisogno di lei, padre. La prego…
– Se una pecorella vuole tornare all’ovile, è perché ne ha avvertito il bisogno. E non sia mai che il pastore la rifiuti. Non è vero, dottore?
Annuii sconcertato, e mi alzai per invitarlo a seguirmi senza perdere più tempo.
– Pensavo che fosse qui per sua scelta personale, sa? – continuò mentre proseguivamo adagio lungo il corridoio. Reggevo una fiaccola e camminavo lentamente per adeguarmi alla sua andatura zoppicante.
– Sono stato costretto… ammetto la mia impotenza, in questo caso.
Ero lieto che il bagliore oscillante della fiamma riuscisse a nascondermi il viso dal suo sguardo curioso.
– Ma non sarebbe meglio che la ammettesse fino infondo, e accettasse l’inevitabile? Quello che ormai non si può più negare?
– Non credo nelle superstizioni, padre. – ribattei secco.
– Ma neanch’io, amico mio. Neanch’io. Eppure, chi può chiamare superstizione un potere del genere? Ci rifletta: presto tutte le anime saranno messe alla prova, e le colpe dei padri ricadranno sui figli; la fede sarà messa a nudo e il gregge diviso. Da che parte sceglierà di mettersi, lei?
Stavolta fui io ad ascoltarlo incuriosito. La risposta mi sembrava così ovvia che dubitavo fosse quello che voleva sentirsi dire.
– Io scelgo il bene, quello che può salvare vite, e dare sicurezza.
Due altre risposte mi balenavano dentro: la fede in Cristo, quella “autentica”, e quella nella medicina, a cui avevo consacrato la mia vita.
– E se ci fosse un solo modo per salvare la vita? – mi incalzò lui, – Se questa fosse la prova decisiva per imboccare il sentiero giusto verso la salvezza?
– E lei che certezza ha che sia quello giusto? – lo provocai.
– Semplicemente perché non ce ne sono altri.
– Questa è presunzione…
– Dottore, ne scelga pura qualcun altro. Si troverà faccia a faccia con l’abisso, quello stesso che si è aperto questa mattina intorno alla città. L’unica strada giusta è la fede nella maledizione di Dhursindam, quella che ci fa tutti servi di un patto che i nostri antenati presero per noi. E che noi stiamo tradendo con l’illusione di essere liberi.
– Ma lo siamo! Chi può essere così pazzo da impedirci…
Mi fermai perché la luce che intravedemmo a una svolta segnò la fine del passaggio. Rudolph, che era di guardia all’entrata, assicurò il prete che la strada era libera, e a una richiesta di quest’ultimo gli fornì una lunga cappa che lo rendeva irriconoscibile e straordinariamente simile a uno dei monaci di Oberhof.
Il cammino verso casa fu più lento del previsto, ma apprezzai la fiducia del prete, che aveva deciso di seguirmi solo. Era molto diverso dall’uomo esaltato e pericoloso che non aveva esitato a farmi prigioniero e a tentare di usarmi violenza pur di spingermi ad accettare la sua dottrina.
Era molto più sereno e sicuro di sé, come se finalmente stesse per ottenere tutto ciò che aveva sempre desiderato, e il suo turno in quella macabra recita fosse ormai finito.
Mrs. Gershwin lo guardò sorridendogli stancamente quando entrò precedendomi nello studio. Padre Ephraim non si preoccupò affatto del disordine, e subito si inginocchiò accanto al letto. Pensai che volesse confessarla o amministrarle qualche sacramento, così mi misi in disparte.
Preferii non uscire dalla stanza, e i miei sospetti furono confermati quando dalla cappa l’uomo estrasse un libro nero e un coltellino avvolto in un panno rosso. Era quello che immaginavo. Perché mai si era mostrato così disposto ad accompagnarmi? Era ancora ossessionato da quel simbolo, e dal significato che aveva per lui, nonostante ormai i rivoltosi lo cercassero, e la città intera fosse sconvolta da una guerra causata proprio da quel segno?
Mi avvicinai cercando di interromperlo, ma lo sguardo apertamente ostile della donna mi raggelò all’istante. Padre Ephraim continuava a ripetere strane formule che leggeva sul libro, e non sembrava curarsi affatto della mia presenza.
Che senso avrebbe avuto, dopotutto, interromperlo? Ero stato io a condurlo fino al quel capezzale. Era colpa mia se avevo sperato ch riuscisse a salvarla, almeno lui, e ora dovevo pagarne il prezzo. Per aver salva la vita, Mrs. Gershwin avrebbe dovuto accettare di far parte della setta della Crux Inversa.
Nel momento in cui il sacerdote avvicinava il coltello al collo della donna, mi ritirai per un improvviso senso di nausea, e lasciai la stanza. Non era ovviamente per il taglio superficiale; era per tutto quello che rappresentava. Giurai a me stesso che se un giorno mi fossi trovato nella situazione in cui ora era la mia governante, avrei preferito morire, anche sotto tortura, piuttosto che sottopormi a quella simbolica rinuncia alla mia anima cristiana.
Sentii solo qualche lieve gemito provenire dalla stanza accanto, poi alcuni minuti di silenzio assoluto. Aspettavo rigido il ritorno di padre Ephraim, accanto alla scala che ormai non mi arrischiavo più a salire. Speravo quasi che la mia governante non reggesse il colpo, e che morisse, lasciandomi finalmente una scusa per accusare formalmente il prete di assassinio, proprio sotto il mio tetto. Senza i suoi seguaci sarebbe stato infinitamente più vulnerabile, e io mi sarei vendicato di lui, e degli atti abominevoli di cui si era reso complice.
Avrei tradito la promessa di non tendergli alcuna trappola, d’accordo. Ma non avrebbe lui stesso tradito me, dopo avermi illuso che lei sarebbe guarita con quell’insana cerimonia?
Le mie congetture svanirono quando il prete usci dalla stanza, guardandosi intorno con aria grave.
– Le copra pure la ferita con delle bende asciutte. Guarirà in fretta. – mi disse quando mi avvicinai per chiedergli informazioni.
Quello strano scambio di ruoli cominciava a rendermi nervoso.
– C’era proprio bisogno di marchiarla?
– Era l’unica strada. Il demone della pazzia ha scelto lei. – disse guardandomi di nuovo fissamente, come per comunicarmi dell’altro col pensiero, – E non si fermerà qui. La vera battaglia non la sta combattendo Davies, dottore, e tantomeno quei poveri monaci.
– Cosa intende… ?
– È fin troppo evidente che il campanaro si è svegliato, non lo crede anche lei? Questo è solo l’inizio…
Mi sorrise appena e poi si coprì ancora con la cappa. Il libro e il panno con il coltello erano spariti ancora una volta, e si diresse verso l’uscita senza chiedermi di scortarlo.
Lo lasciai andare, e mi diressi immediatamente nello studio.
Mrs. Gershwin pareva profondamente addormentata, e respirava con un certo affanno. Non era più scossa da brividi, ma solo inquieta, come se sognasse qualcosa di orrendo. Bendai i piccoli tagli che aveva alla base del collo, gli stessi che si era inciso sotto i miei occhi il signor Maugham, e aspettai in silenzio per quasi un’ora.
La donna non si svegliò, e dormì per l’intero giorno. Non potei vegliare a lungo su di lei, perché presto ricevetti nuovi pazienti, e in più di un’occasione dovetti assentarmi per brevi visite.
Alcuni vicini, che avevo assistito gratuitamente in più di un’occasione, mi aiutarono a riparare i danni più gravi alla mia abitazione, e con mio grande sollievo le scale interne furono rinforzate, così da permettermi di trasportare Mrs. Gershwin in una delle camere da letto al primo piano. Lì la lasciai riposare, immersa nel suo sonno tormentato.
I giorni successivi mi abituai a trovarla a letto, ancora convalescente, di ritorno dalle mie visite, e assunsi un’infermiera che mi aiutò con i piccoli lavori di ristrutturazione dello studio. Potei cosi ricominciare a ricevere nella mia sala i nuovi pazienti: si trattava soprattutto di ragazzi feriti durante gli scontri con i soldati, o uomini più maturi sorpresi e attaccati mentre si davano al saccheggio delle scorte di grano nascoste in qualche magazzino.
Il cibo cominciò a scarseggiare alla fine della seconda settimana, quando anche le razioni straordinarie messe a disposizione dalle dispense dei più ricchi si esaurirono. Il malcontento naturalmente rese gli assalti al palazzo governatoriale più assidui e cruenti. Si dava la colpa dell’isolamento di Dhursindam all’attività della setta, e in qualche modo la figura di padre Ephraim e dei suoi seguaci era diventata l’ennesimo capro espiatorio: era lui che invocava la carestia, ancora lui che attirava i misteriosi demoni che abitavano in cima al campanile, e ogni mezzanotte raggelavano la città con i rintocchi della campana maledetta.
Per quanto mi riguardava, non c’era alcuna colpa attribuibile all’una o all’altra delle due fazioni. Era assurdo ritenere un essere umano responsabile di eventi così al di sopra della nostra natura; la cattura e il sacrificio di padre Ephraim non avrebbero portato ad altro che ad allungare ulteriormente quella catena di sangue e morte.
In più era stato lui a salvare la vita di Mrs. Gershwin, e non avevo alcuna intenzione di ripagarlo con una denuncia. D’altronde, la chiesa della Spina era stata gravemente danneggiata durante il terremoto, e il fatto che non si avessero più notizie del sacerdote lasciava immaginare che fosse perito nel crollo dell’abside.
In realtà Alexis Davies, Tom Cecil e pochi altri erano al corrente del passaggio sotterraneo che conduceva alla sala del sacrificio, ma non era stata riportata alcuna notizia della scoperta della sede degli eretici. Per i primi giorni, dopo lo scoppio della guerra, temetti che per le informazioni che avevo dato, qualcuno prima o poi si fosse spinto sulle mie tracce, per costringermi a fornire più dettagli sul loro covo.
Ma probabilmente lo scontro tra il governo e il gruppo anti Crusversa assorbiva tutte le loro energie, e la ricerca dei presunti responsabili della superstizione era addirittura passata in secondo piano.
La situazione di stallo in cui parevano essere bloccate da giorni le due fazioni, si capovolse la mattina del dodicesimo giorno dopo il terremoto, quando il corpo del governatore fu trovato crocifisso nella stessa, particolare posizione che già era stata usata per i Maugham, al balcone del palazzo rosso, in piena esposizione al pubblico che era accorso in piazza.
La notizia raggiunse in breve ogni area della città, e le strade intorno a piazza del Governo furono in breve gremite di una folla che si aspettava il cambiamento tanto auspicato. C’era chi già non temeva di proporre il nome di Alexis come successore, e di legalizzare la lotta all’eresia; chi semplicemente proponeva di aprire al pubblico, gratuitamente, i pochi granai che le forze militari erano riusciti a proteggere dal saccheggio.
La decisione del Consiglio cittadino di eleggere provvisoriamente Albino di Oberhof come sindaco di Dhursindam, destò pareri discordi.
C’era chi auspicava un ritorno al rigore ecclesiastico, con la sostituzione del vecchio clero da parte dei monaci neri in tutte le principali chiese della città, e chi già aveva giurato di vedere chiazze di blu nel cielo vermiglio che incombeva sempre sinistro fino all’orizzonte.
Quella domenica giunsi in piazza solo dopo che il corpo straziato del governatore era stato rimosso, e al suo posto, accanto alla duchessa d’Alba in lacrime, stava l’abate con la sua cappa bruna, e la stessa espressione pacata e pacifica con cui era entrato due settimane prima in città.
Dopo che un rappresentante del consiglio ebbe confermato la decisione temporanea di affidargli il potere, il nuovo sindaco si sporse sul parapetto, alzano le braccia e facendo ripetuti segni di benedizione alla folla, che lo accolse con esclamazioni contrastanti, fra il giubilo e il malumore.
– Cittadini di Dhursindam, – cominciò quando tutti, per udire la sua flebile voce, interruppero il vocio indistinto, – è alla scomparsa del nostro amato duca che sono stato chiamato ad assolvere un compito di cui avrei fatto volentieri a meno. I monaci di Oberhof sono solo umili servi di Dio, che prestano il loro aiuto per sconfiggere il male dell’eresia e delle vane credenze. La vostra città attraversa tempi duri, è sconvolta da peccato e dal sospetto, e uomini che dovrebbero combattere uniti per la difesa dell’unica legge divina, si trovano ora divisi dalla spada e dalla menzogna. Il nemico non è il fratello che vi dorme accanto, ma l’assassino che trama nell’ombra, l’evocatore di demoni, il seguace di Satana!
Un boato di applausi scosse la piazza, e dagli animi esaltati dei popolani giunsero le acclamazioni al nuovo sindaco: presto il seguito del discorso dell’abate fu coperto dal grido con cui alcuni seguaci di Davies, ben mimetizzati tra la folla, fecero risuonare il nome del loro capo. Si urlava la fine degli scontri, e la legalizzazione delle truppe clandestine di Alexis, in nome di Dio e della giustizia.
Nel frastuono che ne seguì, la tensione crebbe a tal punto da spingere un nuovo assembramento di soldati di fronte ai cancelli, nel timore di un altro assedio. L’abate rientrò subito, e non si ebbero chiarificazioni riguardo alla posizione del nuovo governo nei confronti dei gruppi anti Crusversa.
Qualcosa nelle parole di Albino, però, lasciava immaginare che i nemici dell’ordine pubblico erano ormai diventati gli eretici che agivano nell’ombra, continuando a mietere vittime e a turbare gli animi con i misteriosi rintocchi. Era evidente che negli ultimi giorni l’influenza della Crux Inversa sul vecchio governatore era parecchio diminuita, forse a causa della pressione della Nuova Inquisizione.
Era stata questa la debolezza che il duca aveva pagato con la vita? D’altra parte, se la Crux Inversa era giunta a colpire anche in seno al governo, questo voleva dire che la frettolosa ribellione di Alexis Davies era solo servita a favorire un rafforzamento ulteriore della setta.

La morte del duca e il governo provvisorio di Albino segnarono una tregua nella guerra interna di Dhursindam. Forse, come l’abate si era augurato, l’attenzione dei cittadini si era finalmente spostata sull’unico grave dilemma intorno a cui ruotava il terrore dell’eresia.
Chi continuava a suonare la campana? Perché la porta murata del campanile non veniva abbattuta, o semplicemente qualcuno non provvedeva a distruggere l’intera struttura? La superstizione non era, in realtà, prerogativa dei soli seguaci della Crusversa. Tutti noi avevamo il terrore della Spina. Sapevamo, in un modo o nell’altro, che dalla torre emanava un potere molto più forte di quello rappresentato dagli eretici. Qualcosa che probabilmente nessun essere umano sarebbe mai stato capace di controllare.
Dalla notte del terremoto, la campana di Quartiere Vecchio continuò ogni mezzanotte a battere l’ora, accendendo il cielo e seminando il panico nelle menti insonni degli abitanti. L’intera zona intorno alla Spina era stata quasi completamente evacuata, finanche i ribelli evitavano di farvi incursioni, dopo il primo, fallimentare saccheggio della chiesa di padre Ephraim.
Giravano strane voci introno ai pochi coraggiosi che avevano cercato di opporsi al maleficio del campanile, cercando di scalfire le mura che erano sopravvissute per quasi un millennio. Si era ricorso alla polvere da sparo, ai colpi d’ariete, e finanche alle fascine per appiccare degli incendi. Ma i pochi testimoni raccontavano che, ad ogni tentativo, il diavolo in persona si era manifestato al centro della piazza, per deriderli e dissuaderli con spaventose minacce. Fantasie di giovani impauriti dalle leggende, ma abbastanza credibili per far sì che dopo la seconda settimana i rintocchi notturni divenissero una sorta di castigo da accettare in silenzio, nascondendo il terrore per il bene dei bambini e di quanti erano ancora all’oscuro di cosa potesse girare di notte per le vie della città.
Dopo il tramonto la vita a Dhursindam si interrompeva, si chiudevano le botteghe e le locande, si sbarravano le imposte e si tremava in attesa dei rintocchi. La situazione stava diventando insostenibile anche a causa della carestia derivata dall’interruzione di ogni comunicazione con l’esterno, e per la strana follia che stava impossessandosi delle menti di un numero sempre maggiore di persone, con disperazione di quanti, familiari ed amici, li osservavano peggiorare di giorno in giorno, alternando momenti di lucidità con episodi sempre più frequenti di demenza, eccessi verbali, e spesso anche violenza immotivata.
Dalla settimana che seguì la prima domenica di Quaresima, cominciai a sentire urla provenienti dalle strade vicine, misti a risate e versi animaleschi, che ogni notte accompagnavano i rintocchi lontani della campana.
Era inevitabile associarli agli atti sconsiderati dei “nuovi pazzi”, coloro che in quel periodo avevano lasciato che la paura alterasse a tal punto il loro autocontrollo, da spingersi in strada nelle ore più pericolose, per dar sfogo al terrore.
Alcuni tornavano a casa al mattino, altri non vennero più ritrovati. Io facevo il possibile per diagnosticare i disturbi dei superstiti, ma il più delle volte mi riducevo a consigliare ai parenti una reclusione forzata, per evitare che il malato corresse rischi gratuiti all’esterno, in piena notte.
Qualunque fosse la potenza di questo Spiritus furoris, ripetizione della leggendaria prima piaga di Dhursindam, era sicuro che stavolta fosse intenzionato a mietere molte più vittime rispetto al suo primo avvento.
Qualche giorno dopo l’insediamento di Albino di Oberhof, Mrs. Gershwin cominciò a riprendersi da suo stato di torpore. Mi ero illuso che il suo sguardo vivo, ogni qualvolta salivo a portarle il pranzo, fosse un segno della sua prossima guarigione. Il piccolo segno sul collo non era che un ricordo sbiadito della persona che, mio malgrado, era riuscita a guarirla.
Il giorno in cui mi parlò per la prima volta, mi ero fermato più del solito nella sua nuova stanza per farle una visita più approfondita. Rispondeva al tocco delle mie dita con piccoli sospiri appena udibili.
Quando stavo rivestendola per rimetterla a letto, mi prese una mano e si voltò, inaspettatamente, per fissarmi.
– Mrs. Gershwin? – dissi per sincerarmi della sua reazione. Lei continuò a guardarmi, poi spostò lo sguardo sulla mano che mi teneva, e disse:
– Da quanto tempo sono rinchiusa qui?
– Da qualche giorno, è stata molto male. Ma ora va meglio. – risposi per rincuorarla. Speravo non avesse alcun ricordo dell’intervento di padre Ephraim, ma lei quasi prevenne i miei pensieri. Portò le dita sulle cicatrici, e sussultò quando i polpastrelli premettero sui segni della croce. Pareva che sperasse di non trovarli proprio lì, e che la scena a cui io stesso avevo assistito non fosse stata altro che un incubo da dimenticare.
– Allora è vero. Mi ha segnata. – constatò con rassegnazione. Fece il segno della croce e rimase a mani giunte per qualche secondo. Perché attribuiva tanta importanza a un segno così elementare, se ciò che importava era che ormai avesse salva la vita? Rifiutavo ancora di credere al valore simbolico della crocetta capovolta, e di quello che significasse per chi come Mrs. Gershwin era stata abbastanza a lungo nella cerchia di Ephraim Tabasco per conoscerne il grande significato spirituale.
– Ha rischiato molto, ma ora è tornata in sé. Ancora qualche giorno e riprenderà a camminare. La ferita sulla fronte è completamente guarita, deve ritenersi fortunata…
Cercai di cambiare discorso, ma lei continuava a guardare fisso di fronte a sé, e mi lasciò la mano sedendosi più comodamente sui guanciali che le sistemai dietro la schiena.
– Da quanto tempo sono sua?
Finsi di non comprendere.
– Lei non è di nessuno, non si perda dietro queste sciocchezze. Abbiamo altro a cui badare…
– Da quanto tempo mi ha segnato? – riprese stringendomi ancora di più il polso, come se si aggrappasse alla mia risposta con tutta la volontà di cui allora disponeva.
– Qualche settimana… la sua convalescenza è durata più a lungo di quanto mi aspettassi. Ma sul serio non dovrebbe attribuire tanta importanza…
– E io non ho fatto niente… non sono andata da loro, sono restata qui, a lottare contro il mio destino…
La fissai cercando il filo dei sui ragionamenti. Rigirava tra le dita alcune ciocche dei capelli grigi che le ricadevano in disordine sulle spalle e le tempie, e rimuginava a bassa voce qualcosa che ancora la ossessionava.
– Mrs. Gershwin, lei era molto malata. Cosa avrebbe potuto fare? Le garantisco che qui è perfettamente al sicuro. Se pensa a quello che sta succedendo in città…
Scoppiò in un gemito convulso, e si strappò una ciocca grigia, che continuò a stringere anche quando cercai di bloccarle le mani:
– Che spera di ottenere così? Lei è ancora agitata, nessuno la obbligherà a compiere nulla, se lei non vuole. Perché ha così paura?
– Mi aiuti, la prego, mi aiuti.
Tremava mentre la costringevo a stendersi ancora. Premette la testa sul guanciale e abbassò le palpebre come per concentrarsi. Sentivo il suo respiro affannoso, ma non capivo cosa la agitasse a tal punto.
– Come posso aiutarla?
“Ho fatto tutto il possibile, per salvarle la vita. Non è bastato? Ho fatto un errore?”, pensavo mentre continuavo a tenerle la mano, sperando che mi confidasse la paura che la tormentava.
– Gira fuori, per la via, qualcuno che mi cerca. Lo sento di notte, mentre dormo. Mi chiamava anche mentre ero incosciente. È la fuori…
– Si riferisce a padre Ephraim, a qualcuno di quelli che erano nel sotterraneo, il giorno della cerimonia?
– No… è il pazzo, il pazzo.
– Non la troverà, ha la mia parola.
Avrei voluto rassicurarla, darle qualche prova che la campana non suonava per lei, che magari lo stesso segno che portava addosso l’avrebbe salvata dal destino di tutti gli altri che in quei giorni stavano perdendo la ragione. Ero ancora convinto che gli ammalati si auto-inducessero i sintomi della pazzia, per colpa della suggestione e dello stress che noi tutti stavamo affrontando in quel periodo.
Lo spavento della mia governante era senza dubbio dovuto alla fede nei poteri che nascondeva la Crusversa. Avevo avuto la prova di quella persuasione nel caso di Barbara Maugham, che sosteneva addirittura di essere stata “baciata” dal demonio, torturata fino alle soglie della morte perché aveva seguito il consiglio del marito di allontanarsi dalla setta. C’era forse un solo valido motivo per credere che quelle ferite non erano state autoindotte, e che qualcuno avesse voluto punirla in quel modo così assurdo? Peggio ancora, che a torturarla fosse stata il quarto demonio?
Di fronte al viso pallido e turbato di Mrs. Gershwin, quell’ultima eventualità attraversò i miei pensieri come un’ombra gelida, che esorcizzai con tutte le rassicurazioni utili per calmarla. Lei mi ascoltava paziente, con l’espressione di una bambina che ha paura del buio, ma disposta a credere all’incoraggiamento di chi è più forte, e può proteggerla nelle sue paure.
– Crede che non mi troverà, che mi lascerà andare anche se non mi sono unita a loro? – chiese con la voce ancora tremante.
– Mrs. Gershwin, quel prete non l’ha aiutata perché la seguisse, ma solo perché scampasse al pericolo. Gli ho chiesto io che la salvasse, e mi creda, forse era l’unico che poteva farlo. Io stesso sono stato incapace…
Chiuse gli occhi come per lasciarsi cullare dalle mie parole, mentre io mi chiedevo cosa avesse voluto dire padre Ephraim quando aveva parlato di “tornare all’ovile”. Forse anche quell’intervento aveva un suo prezzo? Era stato talmente subdolo da accettare la mia richiesta solo per legare definitivamente Mrs. Gershwin a sé?
Quella stessa notte ebbi la prova della veridicità dei miei sospetti. La mia governante era stata come infettata dal terrore di quella persecuzione.
Fui svegliato dalle grida lancinanti che provenivano dalla sua stanza, e quando aprii la porta la trovai in piedi in un angolo, con le braccia tese che stringevano il guanciale come uno scudo.
– Io non volevo… non volevo, lasciami in pace.
I suoi occhi sgranati erano fissi alla parete di fronte, dove la luce rossastra proveniente dalla finestra rifletteva la sua ombra tremante. Il buio era quasi totale nel resto della camera, e dava risalto ai contorni innaturalmente allungati della sagoma nera che la fissava.
– Sto male, ho paura. Dio mio ti prego, abbi pietà di me, Dio mio…
Continuò a mormorare le sue invocazioni anche quando entrai nella stanza e mi avvicinai tentando di afferrare il cuscino che aveva preso a brandire come un’arma. Con chi stava parlando? Il delirio era ricominciato? Si sarebbe di nuovo spinta alle soglie della morte?
Quando ricominciò a urlare e a strapparsi i capelli e i vestiti, come se qualche strano animale le strisciasse sulla pelle, cercai di bloccarla e di impedirle di farsi del male. Nell’attimo in cui la strinsi tra le braccia, mi fissò e sembrò accorgersi di me per la prima volta. Non dimenticai mai più l’ultimo istante in cui rividi lo sguardo spaventato della “mia” Mrs. Gershwin.
– Aiuto… la prego…
Mi sussurrò in un gemito. Poi la sua espressione cambiò. Riuscì a divincolarsi dalla mia stretta, ma non tentò di fuggire. Afferrò di scatto la mia testa, piantandomi le unghie nella nuca, e cercò di avvicinare le labbra alle mie, nel tentativo ripugnante di baciarmi.
Ora i suoi occhi trasmettevano una furia incontrollata, un disperato tentativo di trasmettermi quel male che le bruciava dentro. Qualsiasi cosa avesse temuto fino a poco prima, in quell’istante le era entrata nell’anima, e l’aveva perduta.
– Riesce a sentirmi? Non c’è nessuno, provi a calmarsi… Mi riconosce? È al sicuro, adesso.
Quando finalmente cedette e mi lasciò andare, ritornò nel suo angolo e cominciò a leccarsi le dita in silenzio. Mi accorsi di perdere sangue dalle ferite che mi aveva lasciato dietro le orecchie, ma non mi vennero le lacrime agli occhi per il semplice dolore fisico.
Se anche Mrs. Gershwin aveva mostrato la stessa forma di delirio di Barbara Maugham, questo significava che ormai l’avrei persa per sempre. La lasciai in piedi, a fissarmi dal suo angolo, e chiusi la porta della stanza a chiave.
Tornai il giorno dopo, e ancora quello seguente. Toccava appena il cibo che le portava due volte al giorno la mia assistente, una ragazza volenterosa che aveva perso i genitori durante la peste, e che ricordava la mia buona governante come una delle sue poche benefattrici.
Fu una settimana molto difficile, perché non ebbi il tempo necessario per occuparmi di Mrs. Gershwin come forse avrei dovuto. Ma se anche avessi avuto l’opportunità di rivedere padre Ephraim, cosa avrei avuto da rinfacciarli? Ero stato io a chiedergli aiuto, e lui l’aveva salvata dalla morte… donandole una vita maledetta, e turbando per sempre il suo già fragile equilibrio mentale. Era impazzita, come molti altri qui a Dhursindam.
Non erano solo gli adulti a perdere la ragione. Uno dei casi che ricordo con più dolore fu quello di un bambino di otto anni circa, che la stessa notte dell’ultimo delirio di Mrs. Gershwin corse a svegliare sua madre affermando di aver visto uno “spaventapasseri” alla finestra.
Da quell’istante divenne insolitamente malinconico, rifiutava il poco cibo che gli veniva preparato, e fu costretto a mettersi a letto quando le forze cominciarono ad abbandonarlo. Sua madre decise di chiedermi aiuto solo due giorni dopo, dopo che ormai i pensieri del piccolo sembravano solo concentrati ossessivamente sulla sua strana visione.
Quando riuscii a trovare il tempo di concedergli una breve visita a domicilio, trovai il bambino addormentato del suo lettino. Respirava regolarmente, e non sembrava che soffrisse particolarmente o che avesse qualche segno che indicasse il suo stato,fatta eccezione per il pallore dovuto alla carenza alimentare.
Bastò che la madre lo svegliasse con dolcezza perché aprisse gli occhi, e ricominciasse con le sue solite domande:
– Mamma, è venuto oggi il burattino?
– Non c’è nessun burattino, tesoro. – disse la donna con le lacrime agli occhi, – È venuto il dottore, e ti dirà che non devi più ripetere certe cose…
Quando gli chiesi di raccontarmi ancora una volta di quella notte, il piccolo non mostrò alcuna reticenza, e ripeté la sua storia, come se fosse una filastrocca appresa a memoria. Era l’unica cosa verso cui avesse mostrato interesse in quegli ultimi giorni:
– Mi sono svegliato perché c’era qualcuno che grattava sul vetro. Sono andato lì e ho visto lo spaventapasseri che rideva e mi chiamava.
– Hai detto che era un burattino… – lo corressi.
– Un burattino con la faccia di paglia. Aveva la bocca disegnata e gli occhi di bottoni. E sulle dita di legno aveva le unghie dure per grattare.
– Grattava il vetro? Di fronte a te?
– Grattava e mi chiamava. – confermò lui scuotendo il faccino che non aveva sollevato dal guanciale.
– E poi?
– Poi gli sono uscite delle fiamme dalla testa, e ha cominciato a bruciare. E mentre bruciava ha continuato a chiamarmi.
– Ti sei spaventato?
Lui distolse lo sguardo come per imbarazzo. Poi fece un altro cenno affermativo:
– Lui mi ha detto che devo bruciare con lui.
Chiuse gli occhi e sembrò che stesse per addormentarsi ancora una volta. Di certo il fatto che avesse smesso di nutrirsi da più di un giorno non aiutava il recupero fisico e mentale di un bambino della sua età.

Il campanaro di Dhursindam – IV Parte

marzo 4th, 2011

– So che posso salvarla in un solo modo. È questo quello che vuole.
Così dicendo premette il rasoio alla base del collo, fino a lasciare un piccolo segno sulla pelle, che cominciò subito a sanguinare. Non mi era chiaro ciò che significasse, finché non ripeté il gesto, e il simbolo insanguinato della Crux Inversa apparve sotto la lama.
– Lei si sbaglia! Non è questo il modo di aiutarla!
Temetti che volesse togliersi la vita, ma restò in piedi a fissare la malata, come inebetito dal dolore. La donna ricambiava il suo sguardo con un’espressione di disprezzo; ero in dubbio se ancora lo riconoscesse, e se il gesto violento di poco prima avesse messo fine alle sue ultime energie.
L’emorragia che aveva alle orecchie era stata tamponata, e non mi pareva che ci fossero rischi per la sua vita; al contrario dalla ferita del marito continuava a scorrere il sangue nero, che impregnava il fazzoletto stretto al collo.
– Ma che crede di fare? Tamponi la ferita!
Cercai di lanciargli una pezzuola, ma quando si accorse di me mi scansò il braccio rischiando di slogarmi il polso.
– È l’unico modo, le dico! Ero io che non volevo crederla, non ho voluto cedere, pensavo ai nostri figli, a tutto quello che avrebbe comportato entrare in una…
– In una setta? Nell’eresia?
Lui chinò il capo. La moglie represse un gemito, chiuse gli occhi e pareva stesse sognando. Forse era un’allucinazione piacevole, perché mugolava strane parole, come in una concitazione amorosa.
– Lei sa più cose di quanto riveli, dottore. – disse il signor Maugham avvicinandosi alla donna e carezzandole i capelli radi incollati alla fronte. Mi pareva impossibile che tra due esseri umani così provati e infelici, ridotti allo stremo della sofferenza fisica e morale, potesse esserci ancora dell’affetto. Lo sguardo che lui riservava alla donna, protettivo e allo stesso tempo di supplica, mi metteva a disagio.
– So che sua moglie ne faceva parte, ad esempio. È il segno che ha lei sul collo, non è vero? E’ una specie di rito? Perché non permette che l’aiuti!
– Mi lasci in pace! Non è in grado di fare nulla! So io come comportarmi!
Mi puntò contro il rasoio, ma il fatto che non smettesse di carezzare il volto esangue della moglie mi dava la speranza che un’aggressione non era al momento quello che premeditava. Avevo ancora in mente la scena raccapricciante di padre Ephraim, le mani enormi di Rudolph che mi bloccavano mentre io stesso, meno di una settimana prima, stavo per essere coinvolto in quel rito demoniaco.
Ero sul punto chiedere all’uomo di allontanarsi per permettermi di terminare la medicazione della signora Maugham, quando mi accorsi che la donna aveva aperto gli occhi, e lo stava fissando con aria del tutto cosciente. Nondimeno, continuava a sorridergli, sussurrandogli qualcosa che non riuscii a capire.
– Tutti, tutti – acconsentì il marito.
– Becky sarà la prima, anche lei. – continuò la voce roca e cupa, quasi maschile, di Barbara Maugham.
– Io, acconsento.
Con un bacio raccapricciante i due suggellarono quella sorta di promessa, poi la malata attirò di nuovo a sé il collo del marito, e sembrò nutrirsi del sangue che sgorgava ancora fresco dai due tagli.
– Ma che fa, non deve assecondarla! Ha bisogno di cure… non l’appoggi nel delirio! – lo richiamai invano.
Ma durò un attimo; la donna riprese la sua espressione estatica, riappoggiò il capo scarno sul guanciale, e guardò il soffitto scossa di tanto in tanto da qualche tremito di febbre.
Mai avevo assistito fino ad allora ad una scena così singolare e spaventosa. Forse in vecchi studi sulla stregoneria, o sul vampirismo. Non avrei pensato che leggende del genere potessero riprodursi una mattina, proprio davanti ai miei occhi.
Ora anche il signor Maugham sembrava essersi calmato, e mentre tornava alla sua seggiola all’estremità del letto, ne approfittai per riproporgli il mio consiglio.
– Non l’ascolti. Qualunque cosa le abbia chiesto riguardo a Becky, non gliela conceda. È il delirio che parla per lei. Sua figlia è solo una ragazzina, chi baderà ai fratellini se sua moglie non fosse in grado…
– E lei crede che dipenda da me? Non posso fare niente! – esplose lui sbattendo i pugni sulle ginocchia. Fu sul punto di alzarsi, ma ricadde sulla sedia che scricchiolò sotto il suo peso. Il livido alla base del collo era già diventato più scuro; pareva avesse perso abbastanza sangue, al punto di esserne già indebolito.
- La vuole il nostro signore, è la vittima designata per il sacrificio. Perché pensa che stiamo soffrendo così? Crede che non ci abbia già provato, a sottrarmi alla legge? E guardi, guardi come me l’ha ridotta! Io l’amavo! Prima che me la riducesse così! Prima che me la violasse!
Non sapevo di che parlasse precisamente. Ma a quelle parole la signora Maugham sollevò la schiena, come tirata per le braccia da una forza invisibile.
– E ora, non mi ami? Amore? – chiese al marito che la fissava terrorizzato ai piedi del letto. Aveva una voce dolce che contrastava col sorriso nero e sdentato.
Gli tese una mano livida e lunga, come per prendersi una risposta.
– Ti amo…
– Anche ora, mi ami?
– Anche ora…
– Più di Becky, e dei miei piccolini?
– Più di loro.
All’ultima replica, la donna schizzò in piedi sul letto, come una furia, col doppio dell’energia con qui poco prima aveva intrappolato suo marito tra le braccia.
– Allora che prenda anche lei! Siamo tutti potenti, liberi! Ci prenderemo tutto! Pezzente! Uomo putrido!
Mi indicava sogghignando come in preda a una crisi, mentre le bende le pendevano da dietro il collo, e si confondevano con le poche ciocche di capelli arruffati. Avevo bisogno di aiuto, perché si calmasse e mi fosse permesso di somministrarle qualche unguento sedante. Ma non c’era speranza che il marito mi aiutasse; era caduto in ginocchio, e si grattava il capo come per mortificarsi.
– Cosa prenderà? Si stenda, la prego. Andrà peggio se non si calma, signora Maugham, Barbara Maugham, mi ascolta?
Per tutta risposta quella furia prese a saltare sul letto, a sollevare e a far scivolare via le coperte, alzandosi fino a toccare il soffitto con le dita simili ad uncini. Dalla bocca vomitò un liquido nerastro che non potei definire come sangue, sebbene non fossi nelle condizioni ideali per studiarlo da vicino. L’olezzo era terribile, e rimpiansi che la porta della stanza si trovasse proprio di fronte a me, al di là dell’indemoniata. Sperai di tutto cuore che Becky e i suoi fratellini non fossero in ascolto, o avrebbero perso per sempre l’immagine della madre che senza dubbio li aveva allevati amorevolmente fino ad allora. Cosa poteva spingerla ora a voler sacrificare a degli eretici la sua primogenita? Eppure solo il marito aveva trovato la forza sufficiente per opporsi…
Con un ultimo slancio, la donna rimbalzò sul letto e si attaccò al soffitto, dove cominciò a strisciare con un gigantesco animale. Di sicuro non era più la donna moribonda di poco prima; in lei si era prodotta una spaventosa metamorfosi che non aveva nulla a che fare con i tipi più bizzarri di disturbi sui quali avevo avuto la possibilità di documentarmi fino ad allora.
– Mi aiuti, la prego… – mi rivolsi al signor Maugham, nell’estremo tentativo di farla distrarre perché mi permettesse di arrivare alla porta.
Neanche lui aveva il coraggio di affrontare l’essere che sogghignava sul soffitto.
– Spiritus Veneni… – disse solamente. E restò impietrito di fronte all’ultimo getto nerastro che esplose dalla gola della moglie, spegnendo definitivamente le sue ultime energie.
La creatura restò per un momento immobile, con le unghie conficcate in una trave del soffitto, come un curioso animale impagliato. Ancora si contorceva in preda agli spasmi, e sembrava sul punto di lasciarsi cadere da un momento all’altro. Rinunciai alla mia insperata possibilità di fuga per l’insopprimibile istinto di salvarle la vita, ancora una volta.
Ero sul punto di trascinare l’ampio materasso sul pavimento con le mie sole forze, per attutire la caduta, ma un grido straziante mi lacerò il cuore.
– Mamma!
Becky era apparsa sulla soglia della porta spalancata, e portava le mani alla gola come per reprimere un attacco di nausea. Un’ombra gigantesca attraversò la stanza, come una nuvola improvvisa che ostacolò la poca luce che filtrava dalle tende a brandelli.
– Sei stata scelta! Tu! – tuonò una voce che non apparteneva più alla donna, né a qualcuno di umano.
Il corpo di Barbara Maugham si staccò in quel momento dal soffitto e rotolò sul materasso che non avevo avuto il tempo di posizionare correttamente. Fui almeno grato che la fanciulla avesse trovato il coraggio di scappare senza assistere a tutta la scena. Sentimmo la porta dell’ampio salone sbattere, tra i pianti isterici dei bambini che forse avevano tentato di seguire la sorella.
Inaspettatamente, il padre si alzò e anziché preoccuparsi per la donna esanime, fece un debole tentativo di fermare la figlia:
– Becky! È inutile! Becky!
Ma non lasciò neanche la stanza. Mi aiutò a sistemare il corpo della moglie solo una volta che a fatica fui riuscito a riportarlo a letto. Respirava ancora; sembrava incredibile che dopo un simile sforzo fosse riuscita a recuperare quello stato di dormiveglia in cui l’avevo trovata al mio arrivo.
– Mi dispiace, signor Maugham, ma sua moglie deve essere ricoverata al più presto. Non c’è nulla che io possa fare qui, da solo con lei. Pensi anche ai suoi bambini.
Lui mi fissò pallido; sembrò ricordarsi solo allora degli altri tre piccolini, che infatti uno dopo l’altro fecero capolino dalla soglia, ancora impauriti dopo l’urlo e la fuga di Becky.
– Crede che non lo sappia? Io ho fatto il possibile, mi creda. E non è possibile neanche più fuggire. Loro ci troveranno. Ci porteranno via i nostri figli, uno dopo l’altro.
– Chiederò personalmente al governatore di aprire un’indagine.
– Il governatore. Non c’è stato mai nessun governatore a Quartiere Vecchio.
– Ma a Dhursindam la legge…
Ebbi l’impressione che fosse stato sul punto di ridere divertito, se la situazione in cui ci trovavamo non gliel’avesse impedito
– Troveranno Becky, come hanno trovato Barbara. E se non troveranno lei…
Fece un gesto verso i suoi tre figlioletti, che si precipitarono singhiozzando tra le sue enormi braccia, tornate paterne e affettuose.
– Perché soffre così, signor Maugham? Avremo la possibilità di curare sua moglie. Lei è il solo che può mantenere la calma, di fronte alla sua malattia. Si prenda cura di loro, nel frattempo, e di sua figlia.
– Dove la porterete? – chiese ancora, indicando la moglie, che respirava appena emettendo sibili rochi e forzati.
– Lasci che mi metta in contatto con l’ospedale. Arriveranno probabilmente questo pomeriggio. Per fortuna questo è un caso isolato. Se tutto procederà per il meglio, potrebbe non trattarsi di un’epidemia.
L’uomo non rispose. Dall’ultimo sguardo che mi rivolse ebbi l’impressione che stavolta fosse lui a non rivelarmi fino in fondo i suoi pensieri. Sembrava rassegnato a qualcosa a lungo represso, che finalmente stava venendo alla luce, e che prima o poi avrebbe coinvolto l’intera città sotto la sua maledizione.
Lo lasciai ancora stretto ai suoi figli, che non si voltarono mai verso il corpo martoriato della madre.
Comunicai le mie impressioni al direttore del piccolo ospedale di Dhursindam, un uomo onesto con cui tuttavia era raro che avessi a che fare. Aveva senza dubbio più esperienza di me nel trattare così epidemici, e non mi restò altra scelta che condividere la sua opinione.
– Peste, quasi sicuramente. Qualcosa di infettivo, comunque, da cui occorre mettere in guardia tutti i cittadini.
Non assistetti allo sfratto a cui furono forzati tutti i residenti del palazzo dove vivevano i Maugham, al rogo che ne seguì, al trasferimento della malata in una sorta di lazzaretto improvvisato vicino alle mura più esterne. Mi accertai che almeno i bambini rimanessero col padre, che forse avrebbe conservato la costanza necessaria per accudirli.
Avrei voluto restare vicino a quella famiglia ormai spezzata, ma gli eventi successivi me lo impedirono. Tornando a casa da quella dura giornata, ebbi modo di ripensare alle parole che Mrs. Gershwin mi aveva riferito cinque giorni prima.
“Dicono che a Dhursindam ci sarà la peste”.
Chi aveva diffuso una simile diceria, e soprattutto come avevano fatto a prevederla? A meno che qualcuno non si stesse servendo della superstizione della Spina per creare caos e delirio nella nostra città. In quel caso si sarebbe dovuta scatenare una vera e propria caccia agli untori, a fantomatici eretici, che forse non erano altro che cittadini spaventati dalla loro stessa credulità.
C’era poi un’altra strana coincidenza: il signor Maugham aveva nominato lo Spiritus Veneni. Esattamente come quello invocato da padre Ephraim al rintocco della campana, quello di cui tutti aspettavano l’arrivo.
Possibile che la folle leggenda dell’oste dei Quattro Diavoli avesse tanti seguaci? Davvero credevano che il quarto demonio fosse in procinto di gettare sulla città una nuova ondata di panico e morte?
Non mi rendevo ancora conto di quanto i miei presentimenti fossero vicini alla realtà. La campana di Dhursindam suonò ancora, e quella notte stessa i suoi rintocchi furono talmente acuti che Mrs. Gershwin giurò di averli sentiti distintamente, quando corse a svegliarmi alla luce di una candela che le illuminava il viso paralizzato dal terrore.
– La sente, dottore? Sente la campana?
Non ebbi il coraggio di mostrarle ancora il mio sangue freddo. Ero troppo scosso per la visita di quella mattina, e per la certezza che da qualche parte c’erano persone interessate a diffondere un culto orribile tra la popolazione.
– Aveva ragione, Mrs. Gershwin. La gente è spaventata, potrebbe trattarsi di peste. È questo ciò di cui dobbiamo preoccuparci. Non di una campana.
– Ma era quello che dicevano, Gesù mio… era quello di cui avevano paura. La campana ha risvegliato anche il quarto.
Mi tirai giù dal letto, al colmo dell’impazienza, e forzai la governante a posare la candela che rischiava di scivolarle dalla mano:
– Chi le parla di queste cose? Da chi ha avuto queste informazioni?
– Se ne parla… anche in chiesa…
– Crede anche lei a quel prete! Mi meraviglio di lei! Questa è follia pura!
Non riuscii a trattenermi, e mi meritai la sorpresa un po’ imbarazzata con cui la donna accolse il mio sfogo.
– Dottore, non dovrebbe parlare così di un sant’uomo…
– Io giudico da quello che vedo. E se non vuole che questa eresia faccia altre vittime, mi aiuti almeno a non diffonderla. Almeno non in questa casa.
Lei mi guardò come se non capisse, o come se non volesse ammettere che ci fosse un legame tra padre Ephraim e l’eresia della Crusversa.
Molti anni trascorsi da allora, a tormentarmi per non essere stato chiaro fin da subito con Mrs. Gershwin, e per non averla aiutata a liberarsi dalle catene che le si stavano stringendo intorno, già in quei primi giorni.

Agli inizi di dicembre, AD 18**, la peste arrivò a Dhursindam, e ogni giorno drappelli di guardie con proclami percorrevano le strade e le piazze per raccomandare la massima igiene, soprattutto nei quartieri popolari e centrali.
In quel periodo, comunque, Quartiere Vecchio risentì ancor più il declino che l’aveva accompagnato negli ultimi decenni. Molti associavano l’infezione al cattivo influsso della campana, così la maggior parte dei vecchi abitanti traslocarono, altri si barricarono in qualche locanda abbandonata ma abbastanza distante dall’ombra del campanile. Stranamente furono pochi quelli che decisero di abbandonare la città. Sembrava che tra gli abitanti di Dhursindam corresse uno stretto patto di sangue tra le mura delle case, la sabbia delle strade e le vite di tanti uomini e bambini, il cui senso sarebbe stato perduto fuori dai confini della città.
Era amata e odiata, la nostra Dhursindam. Ma in quel periodo ne avevamo più paura, tutti noi. C’era qualcosa nell’aria, e questo qualcosa non aveva nulla a che fare con la propagazione di una malattia nera, con la caccia a presunti avvelenatori, o con la povertà che facilitava il contagio. Si temeva e si venerava una causa concreta e allo stesso tempo incredibile, un signore che possedeva il destino di migliaia di abitanti tra le sue mani, e che decideva delle loro vite senza alcuno scrupolo o logica apparente. A meno che non gli si mostrasse un’aperta e sfacciata riconoscenza. Scrivo questo col senno di poi, alla luce degli eventi che mutarono radicalmente la mia vecchia concezione del mondo, della medicina e della vita umana in genere.
Dal primo manifestarsi dei sintomi della malattia nella signora Maugham, seppi che la scienza non è una base sicura su cui fare affidamento, quando le cause degli eventi più grandi esulano dalle sue leggi. Quale medicina può guarire l’anima di una donna che ha offerto se stessa al male, anche a costo di sacrificare i suoi quattro figli? E pure questa convinzione irrazionale l’aveva dominata a tal punto da alterarne l’aspetto fisico, da sconvolgere le leggi di natura e trascinare addirittura altre vite alla perdizione, dietro la sua.
Quando quella notte Mrs. Gershwin mi lasciò finalmente solo nella mia stanza, mi chiesi per la prima volta se tutte le teorie che avevano sostenuto la mia fede fino ad allora, sarebbero state sufficienti a proteggermi in una prova che forse andava al di là delle mie forze e delle stesse possibilità terapeutiche della medicina. Era forse destino dell’irrazionale, vedersi compresso a poco a poco tra le salde mura della ragione, fino a ridursi a un barlume nell’anima dei credenti? E anche questo, disciplinato e sezionato dai dottori della nostra Chiesa?
Provai a stare in assoluto silenzio per un minuto, l’orecchio teso a qualche eco della campana. Il suono che mi aveva salvato la vita nella sacrestia di padre Ephraim, e che tante altre ne aveva strappate secondo la credenza popolare, aveva dentro la risposta. Metteva il sospetto che fuori dalle pareti di uno studio o di una chiesa, c’è sempre un’ombra dove si nasconde qualcosa di sconosciuto, e che proprio per questo ci fa paura. E può spingere menti deboli come quelle di Maugham al delirio.
Presto la maggior parte delle mie visite quotidiane fu diretta verso casi del tutto simili al primo. E non tutti nel quartiere centrale: l’epidemia aveva una diffusione alquanto singolare.
Pareva si fossero creati svariati ceppi in ogni angolo della città, ma in ogni strada o vicolo non si raggiunse mai un numero maggiore di cinque o sei casi. Spesso la “peste viola” lasciava incolumi i fratelli, i coniugi, i vicini di casa, dividendo le famiglie e portandosi via vite che apparentemente avrebbero destato più speranze di altre lasciate incolumi e miserabili. Il colore che era attribuito alla malattia, per distinguerla da altri casi che pure avevano colpito la zona nei secoli precedenti, era derivato dalla particolare viscosità violacea dell’escreato, che i malati di solito espellevano attraverso naso, bocca, occhi, e altri orifizi, naturali e non.
Non trovai segni simili a quelli di Barbara Maugham, cicatrici particolari o indizi che potessero dimostrare appartenenza a qualche particolare setta o eresia. Evidentemente non c’era alcuna correlazione provata, anche se doveva essere molto forte la tentazione, da parte della Crusversa, di attribuire quella sciagura a qualche vendetta demoniaca con lo scopo di conquistare più adepti.
Ormai gli ammalati delle famiglie più povere erano trasferiti nelle tende allestite ai confini della città, dove per di più morivano senza che venisse offerta loro alcuna cura. Io stesso non potevo essere ovunque allo stesso tempo; così, più volte accompagnato da Mrs. Gershwin, mi recavo solo dove assieme ai soliti sintomi di “avvelenamento” mi venivano riportati casi più curiosi, come comportamento insolito delle vittime, strani discorsi, allucinazioni che più di una volta coinvolgevano i familiari più stretti.
Non c’era tempo per studiare un antidoto, per consultare colleghi, o anche per fare una panoramica sulla propagazione della peste violacea. I dottori in città si contavano sulla punta delle dita, e se davvero il fenomeno avesse continuato ad estendersi a macchia d’olio, non oso pensare di quale inutile carneficina saremmo stati spettatori impotenti. Di un caso, conservo un ricordo ancora nitido e amaro, forse perché la mia paziente non era una sconosciuta. Faceva parte del gruppo di donne che, all’indomani del secondo rintocco del campanile, si era radunato alla porta della mia abitazione per chiedere il mio aiuto.
Viveva sola in casa, era incinta, e suo marito era quel Thomas Cecil che era scampato all’agguato misterioso di quella notte. Dopo il suo ricovero in ospedale, la moglie era rimasta sola, nelle sue condizioni. Fu lei a scrivermi un breve biglietto in cui mi chiedeva di recarmi a farle visita, con estrema urgenza. Non aggiungeva altri dettagli riguardo a qualche malattia o all’infezione che mi preoccupava. L’avevo conosciuta, e non mi sembrava una donna che scomodasse un dottore in un periodo così difficile se non avesse qualche giusta ragione.
Quando congedai il ragazzo che mi aveva lasciato il messaggio, mi chiesi se avrei avuto anche l’opportunità di chiederle qualche notizia sul povero Tom. Ricordavo le parole che lui aveva usato nel suo delirio; era ovvio che aveva visto qualcosa, quella notte. Forse un animale, o una creatura che qualcuno poteva ancora scatenare per gettare il panico in città.
Raggiunsi il centro a piedi, perché non c’erano carrozze disposte ad affrontare a buon prezzo un breve tragitto verso il centro dell’orrore. La signora Cecil viveva ancora a Quartiere Vecchio, nonostante le autorità avessero scoraggiato in tutti i modi i residenti a rimanere nelle proprie case, e a chiedere ospitalità ad amici e parenti di altre zone più lontane. Anche allora, molti dei nostri concittadini erano restii a mutare le loro tradizioni, e la moglie di Thomas era una di loro.
Era già un tardo, freddo pomeriggio, e la pioggia continuava a cadere fitta da un paio di giorni. Verso il centro l’odore di fango e legno marcio non riusciva a coprire quello di bruciato, mentre un denso pulviscolo di cenere continuava a impregnare tutto lo spazio intorno alle case ormai bruciate degli appestati.
Quartiere Vecchio pareva ormai una zona fantasma, un’area dimenticata di Dhursindam, nonostante fosse quella da cui era fiorita tutta la nostra storia. Qualche volta sentivo ancora ante che sbattevano alle finestre, o porte socchiuse con prudenza di fronte al mio passaggio, come se i pochi rimasti fossero in costante allerta per la paura che ogni sconosciuto rappresentasse una minaccia. Avevo fatto molta attenzione a non essere riconoscibile, perché ero sicuro di non avere molti amici in quelle strade melmose.
La casa dei Cecil era poco oltre la piazza della Spina. A differenza di pochi giorni prima, anche quel luogo ora era silenzioso e deserto. Scorsi solo da lontano la sagoma del campanile, ma fu abbastanza per notare che finalmente la porta era stata murata, e ogni drappello di sorveglianza era stato ritenuto superfluo.
Bussai alla porta della donna con qualche premura, perché sentivo due distinte voci all’interno. Mi aprì infatti una donna molto alta e corpulenta, coi capelli raccolti in un fazzoletto turchese di cui mi ricordai immediatamente.
– Ci siamo già visti… – mi accertai dopo le prime presentazioni.
– Siete stato al capezzale di mio marito, dottor Calvert. Poco prima che spirasse.
– Lo ricordo… mi dispiace.
– Dottore, fate qualcosa per Maria, vi prego. Non lasciate che si portino via proprio lei. È rimasta sola… e ha ancora quella creatura che non ha visto la luce… l’unica cosa che le ricordi suo padre…
La pregai di condurmi dalla malata, che dalla stanza attigua si sforzava di guidarmi con una voce sofferente ma non ancora troppo debole.
– Dottore, e così è venuto, sia ringraziato Iddio.
La trovai distesa sul letto duro e basso dove avevo assistito suo marito, e immediatamente sentii montarmi dentro una compassione infinita per quella donna pallida, magrissima, tenuta in vita solo dalla volontà di salvare la vita al figlio che portava in grembo. Non aveva coperte che le nascondessero la pancia gonfia, così si carezzava il ventre come per darsi coraggio.
Gli occhi, velati di scuro, parevano muoversi autonomamente, cercandomi alla cieca in giro per la camera. Non c’era speranza che la diagnosi fosse diversa. Era peste, ancora una volta.
– Signora Cecil, sono venuto appena ho saputo… Come si sente?
Alludevo al bambino, ovviamente. Era implicito che tutto quello che la donna mi chiedeva era mantenerla in vita un tempo appena sufficiente a permetterle di strappare lui alla morte.
– L’ombra ha raggiunto anche me, dottore. Come Tom. Ma lui, non lo prenderà. Non è vero? Non lo prenderà il mio bambino, dottore.
Allungò le braccia e cercò la mia mano, che posi nelle sue sperando di darle qualche conforto.
– Purtroppo è un momento terribile per la nostra città, signora. Io stesso mi trovo quasi impreparato di fronte a un’epidemia così diversa dal solito…
– Non ci sono cure?
Ammisi la mia impotenza. Lei mi strinse la mano fino a scaldarmela con la febbre che le coloriva le guance.
– Io so che devo morire, al posto di mio marito. Ma lui…
– Signora Cecil, mi permetta di dirle che nessuno sa quando la morte subentra, in questi casi. Dobbiamo sperare, soprattutto quando la medicina non può aiutarci. E lei ha una ragione in più. Suo marito…
– Mio marito è in manicomio, dottore. Gli ha portato via il senno, ci ha distrutto la vita… il suo futuro…
Sgorgarono dai suoi occhi due lacrime, grosse e nere, di cui lei stessa sembrò accorgersi con imbarazzo. Attirò l’attenzione dell’altra in modo che questa le offrisse un fazzoletto già macchiato, e tamponò quelle scie come d’inchiostro.
Chiesi alla donna che l’accompagnava di aiutarmi a spogliarla, ma potei solo constatare che la malattia era in stato già avanzato. Grosse chiazze violacee coprivano le braccia, i piedi, ampie zone dell’addome e della schiena.
– Quanti mesi ha il feto? – mi informai, aiutandola a ristendersi.
– Quasi otto.
Restai in silenzio, senza trovare altre parole. Ma fu sufficiente perché capisse.
– Un solo mese… devo farcela. Mi aiuti, la prego.
– La malattia ha un andamento irregolare, signora Cecil. Nulla è certo. Posso lasciarle una polvere che la aiuterà a far scendere la febbre, e qualche unguento per le macchie. Purtroppo una cura diretta non è stata ancora trovata…
– Ma sarà sufficiente? Ce la farò?
– Continuiamo a sperare… le ho spiegato che non ci sono casi accertati in passato. Ci sono alcuni sopravvissuti nei lazzaretti…
La signora Cecil si alzò di scatto, e non faticò a trovare un mio braccio al quale si aggrappò con tutte le sue forze:
– Non lo dica a nessuno, dottor Calvert. La prego! Non dica a nessuno che sono qui, malata. O mi porteranno via. Non lo dica… così lo uccideranno!
Le diedi la mia parola, anche se per me fu molto più difficile mentirle sul suo stato. Era improbabile che resistesse a lungo in quelle condizioni, e ancor meno che riuscisse a portare a termine la gravidanza.
Rimasi ancora qualche minuto per spiegare alla sua amica le dosi e il tempo di somministrazione delle droghe che le lasciai. Fu solo di ritorno nella prima stanza che la donna corpulenta ebbe il coraggio di chiedermi la verità:
– Ha davvero così poco tempo?
– Temo di sì. – confessai.
– Ma ce la farà…
– È da escludere. Mi dispiace.
Si morse le labbra per evitare di scoppiare in lacrime. Sarebbe stato inutile, d’altronde, illudere proprio lei che avrebbe dovuto assistere la moribonda alla fine delle proprie speranze.
– Negli ultimi momenti, datele questo. La aiuterà a non pensare troppo a questa disgrazia.
Le avevo appena passato la busta con del composto di valeriana, quando dalla camera della signora Cecil giunse un suono innaturale, disumano. Sembrava una risata, troppo simile a quella che avevo udito a casa dei Maugham.
– È meglio che vada via… – sussurrò in fretta la donna che mi stava di fronte, gettando occhiate preoccupate verso la porta alle sue spalle.
– Che succede?
Ma non ebbe il tempo di rispondere. La risata continuò e assunse toni così alti da assomigliare a un grido straziante. La donna si precipitò nella stanza con un bacile di acqua e delle bende.
– Vattene via! Lascialo venire! Lo voglio! Lo amo!
Ero a un passo dall’ingresso, ma quelle urla mi trattennero, e decisi di dare un’occhiata a quello che stava succedendo. Non era la prima volta che assistevo a simili comportamenti da parte degli appestati. Questa era dopotutto una delle ragioni per cui io personalmente non ero affatto propenso a classificare quella epidemia come una comune forma di peste.
Ciononostante, quello che vidi nella camera di Maria Cecil durante quei pochi secondi mi gelò il sangue nelle vene.
Mentre la sua assistente faticava a legarle i polsi alla testiera del letto, le gambe e il busto della donna erano completamente sollevati verso l’altro, come tirati da funi invisibili verso il soffitto. Il ventre premeva verso l’alto in una posa quasi grottesca e deforme; pareva che fosse scosso da brividi come una cosa a sé stante.
– Introibo ad altare Domini Inferi! Ave Spiritus Veneni!
Fu quello che riuscii a ricordare delle sua urla animali. Se fossi stato certo di essere loro utile in qualche modo, avrei offerto il mio aiuto, nonostante avessi avuto l’impressione che per nulla al mondo le due donne avrebbero accettato una mia intromissione.
Dal ventre gonfio di Maria Cecil esplose un fiotto di liquido nerastro che colpì la parete di fronte, tra le urla della donna che la teneva stretta e la risata sghignazzante della vittima, che aveva perso ogni freno. Prima che il corpo teso si rilassasse e ricadesse sul letto ormai lercio, un tuono assordante colpì i vetri della finestra, provocando uno scoppio di schegge di vetro nella stanza.
La vedova urlò e corse a nascondersi in un angolo, mentre alla luce di in altro lampo l’ombra della signora Cecil sembrò mutarsi in quella lunga e affusolata di un rettile. Non mi diedi la possibilità di osservare meglio qualsiasi altro fenomeno. Scappai in preda al terrore, senza neanche lo scrupolo di accostare piano la porta d’ingresso.
La notizia della morte di Maria Cecil mi raggiunse solo qualche giorno più tardi, ma non furono riportate altre informazioni riguardo allo stato in cui fu seppellito il suo corpo. Io stesso, d’altronde, mi astenni dal fare alcuna indagine.
Troppo forti erano state, in quella circostanza, le affinità col caso di Barbara Maugham, nonostante durante la visita dell’ultima vittima non avessi trovato alcun segno che tradisse un’appartenenza dei Cecil alla Crusversa.
Perché allora era stato fatto ancora una volta il nome del quarto spirito? Una spiegazione che rientrasse nei tradizionali canoni scientifici appariva ormai insufficiente.
– Questa sera ci sarà una breve processione, dalla chiesa alle mura, dottore. Mi chiedevo se lei volesse partecipare. Pregheremo insieme… – mi raccontava una sera Mrs. Gershwin, mentre congedavo l’ultimo paziente.
Il bambino che mi stava appollaiato su una gamba doveva aver fatto di corsa tutta la strada da casa, e con la scusa di un mal di pancia mi aveva chiesto delle medicine per qualche parente ammalato.
– Ti ho già detto che devi pagare. Non posso comprarne altre se ti do tutto senza denaro… – cercavo di spiegare al moccioso, che pretendeva di non capire mentre fingeva il più assurdo dei mal di pancia.
Mrs. Gershwin sbuffava con le braccia incrociate:
– Gli dia almeno qualcosina… è da stamattina che gira qui intorno.
– Un’altra trovata di quel sacerdote? – chiesi alla mia governante mentre il bambino veniva liquidato con un paio di pasticche per la cattiva digestione.
– È per invocare la grazia di Dio. Dovremmo andarci tutti. L’ha detto lei stesso che la medicina non può fare quasi niente in questo caso.
– La medicina può fare poco, e la superstizione ancor meno. – le risposi riappendendo il camice e apprestandomi a chiudere lo studio per quella sera.
– Ma lei è credente, dottore. Voglio sperare…
– Non sono sicuro che credente sia quel padre Ephraim che tutti volete seguire a ogni costo, ultimamente.
– Dottor Calvert! – esplose lei come se avesse sentito una bestemmia.
Era vero, non le avevo raccontato tutto sul mio incontro col sacerdote e il suo sacrestano. Non volevo che quelle notizie circolassero ancora liberamente, perché in quei momenti così delicati sarebbe stato rischioso compromettere la fede di tante persone, e ancor più la fiducia in valori millenari che purtroppo la maggior parte dei cittadini confondevano ancora con le persone che la rappresentavano.
E ciononostante, il pensiero che proprio quell’uomo organizzasse una processione “canonica” per supplicare il Signore Iddio di purificarci dalla peste, mi lasciava dentro un senso di nausea. Era completamente lusingato dalle false leggende del campanile, dalla storia dei demoni e dalle promesse di quella menzogna; e benché io avessi scelto di essere prudente nel mio giudizio, mi pesava molto che la mia governante potesse essere così attratta dalla sua figura.
– Lo ammetto, ho esagerato. Ma quell’uomo non mi ha mai ispirato fiducia. Cosa la spinge a fare quasi ogni giorno tutta quella strada per ascoltare le sue omelie? Potrebbe ritornare alle sue vecchie abitudini, e qui vicino c’è l’altra chiesa…
– Forse lei lo disprezza perché è stato uno dei pochi a mantenere una fermezza straordinaria di fronte alle piaghe che ci hanno colpito di recente. Lui conosce i voleri di Dio, e ha detto che finirà tutto, presto.
– Lui lo dice? Sembra sicuro di sé…
– Lo siamo tutti noi! – continuò la donna, che si interruppe a malincuore a causa di alcuni colpi alla porta. Corse ad aprire ancora rossa in volto per l’agitazione.
– Il dottore non riceve più visite. Se non è un caso molto grave, la prego di tornare domani, grazie. – la sentii sbraitare dall’ingresso.
Ma la porta non si chiuse. Ci fu qualche contrattempo, perché dai bisbigli che mi arrivavano il misterioso ospite doveva avere una ragione valida per togliermi al mio riposo serale. Stavo già per andare a prendere la borsa, rassegnato a seguire chicchessia al capezzale di un ammalato, quando una voce familiare mi fece tornare sui miei passi.
– Dottor Calvert, conosce un certo signor Joel Maugham? – corse a dirmi Mrs. Gershwin, abbastanza confusa.
– Lo faccia entrare, subito.
Non mi aspettavo davvero di ricevere la visita di quell’uomo, non a così pochi giorni di distanza dalla nostra discussione davanti ai suoi figli. Ripensai al delirio terrificante della moglie, e rabbrividii mio malgrado.
– Dottor Calvert, mi scusi. Ho riflettuto molto se dovessi chiedere anche a lei. Dopotutto…
– È per sua moglie? – chiesi sforzandomi di sembrare il più freddo possibile, mentre gli offrivo un posto a sedere accanto al camino. Sembrava infreddolito e straordinariamente pallido.
– No… mia moglie è rinchiusa in uno di quei capanni. Non la vediamo più da quel giorno. Sono solo io, e i miei bambini.
– E Becky?
Colsi nel segno. Si alzò in piedi, incapace di trattenere l’agitazione, e mi si avvicinò aprendo e serrando a scatti i pugni enormi.
– È questo il motivo, dottore. Sono venuto per lei, per Becky! Non è più tornata a casa, dallo stesso giorno in cui sua madre è stata portata via.
– Ma sono passate più di due settimane!
– Lo so bene. Li ho cercati a lungo… Lei è la mia ultima speranza. Io so che lei l’ha vista, che lei è venuta qui!
Esitai nella risposta, perché la sua figura enorme mi torreggiava davanti come una montagna pronta a franarmi addosso. Riuscii a spostarmi verso le fiamme con una certa disinvoltura, mentre cercavo di riacquistare la lucidità:
– Becky è stata qui lo stesso giorno in cui mi ha accompagnato a casa sua, signor Maugham. Dopo non ho avuto più occasione di incontrarla.
– Ma qualcuno le avrà detto… Lei conosce tanta gente. Conosce i Davies!
– I Davies?
Chiamai Mrs. Gershwin per una tazza di tè, e non accettai di aiutarlo finché il mio interlocutore non mi avesse raccontato tutto di quella faccenda. Lui non volle entrare nei particolari, ma mi parlò di una sorta di relazione sentimentale tra Becky Maugham e il primo figlio dei Davies, Alexis.
– È stato lui a rapirla! Si è sempre creduto così superiore, il pezzente! Ha approfittato della situazione disperata in cui ci troviamo… Ora che sono rimasto solo…
Per la rabbia incrinò la tazza che gli riversò addosso la bevanda bollente, ma lui non parve nemmeno accorgersene. Mi guardava con gli occhi scuri, incavati come quelli di un insonne.
– Che certezze ha che l’abbia portata via con la forza?
– Perché è un delinquente! Un mercenario! Si crede migliore, ma è solo il peggiore dei farabutti! Lei dovrebbe saperlo!
Faticai a calmarlo ancora una volta, ma in segreto riuscivo a capire parte del suo risentimento. Alexis… non avevo mai sentito quel nome, eppure credevo di sapere chi fosse quel giovane. E il ricordo non era nient’affatto piacevole. Rividi il ragazzo all’ombra della torre, la sera stessa in cui ero riuscito a sfuggire alle grinfie di padre Ephraim. Le campane suonavano, e tra un gruppo di rivoltosi che sfidavano le guardie per introdursi nel campanile c’era lui. Alexis Davies.
Il ragazzo che un attimo dopo aveva rischiato di uccidermi per un colpo di randello alla testa. Benché evidentemente agitato, il mio disagio non sfuggì a Joel.
– Dovrebbero tenerlo chiuso in cella. È un violento, un assassino.
– Non credo che abbia ucciso nessuno. Ho scelto io stesso di non denunciarlo.
– E ha sbagliato! Ha fatto un errore imperdonabile!
Di nuovo minacciava di perdere il controllo. La tazzina gli sfrigolò tra le dita finendo in pezzi, e fu solo perché quel gesto inconsulto lo distolse dalla sua ira, che forse evitai un’aggressione diretta.
– Lei cosa avrebbe fatto? Suo padre è morto da poco, e la vedova Davies ha parecchi figli a cui badare. Se gli togliessimo anche lui per portarlo in prigione… che fine farebbero tutti?
– E a me non pensa? I bambini sono soli, senza madre e senza sorella. Chi vuole che badi a loro!
– Signor Maugham, le ripeto che non credo affatto che Becky sia stata rapita!
Lui sembrò scurirsi in volto, e rimuginò a lungo qualcosa di qui colsi solo le ultime parole:
– Lo costringerò a venire allo scoperto.
– Che intende?
– So dove abita, la sua cara famiglia…
La sua minaccia mi sbalordì, nonostante avessi dovuto aspettarmela da un carattere come il suo. C’era una grande differenza tra l’uomo collerico che avevo di fronte, e il padre affettuoso che avevo lasciato l’ultima volta, circondato dai suoi figlioletti accanto al letto della moglie.
– Lasci che parli io ai Davies. Domattina presto. Le prometto che farò di tutto per avere informazioni su Becky, se è fuggita con lui.
All’istante la sua espressione mutò, e sparì il cipiglio di minaccia con qui mi aveva estorto la promessa. Forse aveva pensato a tutta la messa in scena per arrivare a quella conclusione, ma ormai era troppo tardi per tornare sui miei passi.
– Parlerà con la vedova? La avverto che troverà solo lei. Le guardie lo stanno già cercando… a quanto pare si è dato alla macchia…
– Come? Fuggito? Ma per quale accusa?
Lo stato d’animo del signor Maugham era così mutato che la sua risata tuonò per tutta la casa:
– Tentato omicidio, dottore.
– Ma io… non l’ho affatto denunciato…
– Ci avrà pensato qualcun altro. Tanto tipi come lui, andranno in galera lo stesso, prima o poi.
Rimase a fissarmi con un’aria di sfida, come per invitarmi a tenere fede al mio impegno il prima possibile. Lo rassicurai ancora e lo lasciai andare via senza togliermi di mente quell’ultima rivelazione. Se sapeva che Alexis era già ricercato per causa mia, perché aveva lasciato che gli confermassi che non gli volevo alcun male? Se alcuni avevano usato la mia aggressione come pretesto per una vendetta, si sarebbe fatta giustizia prima o poi. Dovevo trovare Becky anche per questo; e di sicuro sarebbe bastata la mia testimonianza per scagionare il giovane.
L’istintiva simpatia che da quel giorno nutrii per Alexis Davies non era solo legata alla mia ostilità per Maugham, ma anche alla breve preghiera che il giorno dopo l’aggressione mi rivolse la piccola Sarah, sua sorella:
“Dottore, non fare niente a mio fratello, non voleva farti male. Non voleva.”
Il giorno dopo partii di buonora verso casa Davies, a non più di cinque minuti di distanza da quella dei Maugham. Per qualche strana coincidenza, anche i Davies avevano scelto di non allontanarsi da Quartiere Vecchio; forse sua madre aspettava ancora che il figlio tornasse a casa, da un giorno all’altro. Anche di nascosto.
Quando la donna mi chiese di entrare, sembrava si aspettasse si vedermi da un momento all’altro. E dalla sua espressione capii che non sarebbe stata lieta di aiutarmi come l’ultima volta.
– Ce ne stiamo in casa tutto il giorno, dottore. Uscire è pericoloso, e al contrario degli altri che se ne sono andati, noi non abbiamo un altro posto dove stare. – mi disse allontanando un ragazzino capriccioso dalla sedia che mi offrì senza molte cerimonie.
– Se anche voleste spostarvi, nessun luogo è completamente libero dal contagio, signora. Credo che abbiate fatto la scelta giusta.
– La ringrazio… se siete venuto solo per complimentarvi della nostra decisione, allora sarete ancora il benvenuto.
Mi guardò tradendo il sospetto con cui già mi aveva accolto qualche minuto prima, poi prese a imboccare a forza il monello che mi stava accanto, con del pane duro che il bambino sembrava pronto a sputare da un momento all’altro.
Mi accorsi solo allora che Sarah era entrata nella stanza, e mi osservava coi suoi occhioni tristi, quasi nascosti dalla sua caratteristica nuvola di capelli rossi.
Le offrii un pezzo di pan di zucchero che avevo portato apposta per lei, ma aspettò il consenso di sua madre per avvicinarsi.
– Dov’è mio fratello? – mi sussurrò quando strinse la manina intorno al dolce.
– Che vuoi che ne sappia il dottore? Ti ho già detto che è col papà. E non se ne deve parlare!
Dopo il rimbrotto della madre, la bambina riprese la sua aria costernata e si ritirò nella stanza accanto. Mi sorprese che fosse già abituata a considerare suo fratello come morto. Se non lo era ancora…
– Come se non fosse già abbastanza difficile… – continuò la signora Davies scostandosi alcune ciocche disordinate dalla fronte. Ebbi l’impressione che cercasse di nascondere una lacrima, ma un attimo dopo urlò all’altro bimbo di raggiungere la sorella, e riprese la pulizia del focolare che evidentemente avevo interrotto col mio arrivo.
– Mi dispiace… so che lo stanno cercando. – cominciai, sperando che la gravità della situazione le fosse abbastanza chiara.
– Se vuole sapere dove si trova, ho già parlato con le guardie del governatore. Non ne ho idea.
– Quando l’ha incontrato l’ultima volta?
– Quando… è successo quell’incidente. Gli ho detto che non doveva preoccuparsi, che lei, dottore, stava bene. Ho forse sbagliato? C’era motivo di denunciarlo?
– Io non mai parlato con le autorità, signora Davies. Non ho mai neanche pensato a denunciare suo figlio.
La donna restò immobile per un secondo, evitando il mio sguardo. Poi alzò le spalle e si riscosse, come per cancellare quel banale imprevisto.
– Non importa. Lo vogliono morto, e se il governatore è d’accordo, lo manderanno… alla forca.
– Ha qualche idea di chi lo stia cercando?
La scosse qualche singhiozzo, prima che riuscisse a dominarsi, e a rispondermi semplicemente:
– È stato uno stupido. Si è messo contro di loro. Voleva che la smettessero con quelle cerimonie… e solo perché volevano costringere quella ragazzina a prendervi parte…
– Becky Maugham?
– Lei. È lei la causa delle nostre sventure… e se io sono rimasta sola, adesso. Da sola!
Non poté più frenarsi, e scoppiò a piangere lasciandosi cadere su uno sgabello, il volto coperto con un grembiule. Entrò un altro figlio, di poco più giovane di Alexis, che prese a consolarla, come di fronte a una scena già troppo comune.
– Io… se me lo permettete, vorrei aiutarla. Ho visto il signor Maugham…
Non appena feci quel nome, il ragazzo mi rivolse uno sguardo d’ira, mentre sua madre alzò il capo, impreparata a una notizia del genere.
– Che voleva da lei? Perché…?
Dopo che ebbe ascoltato la breve storia che avevo da raccontarle, sembrò che la consolasse il solo fatto che anche Joel provasse in quel momento la sua stessa sofferenza, la perdita degli affetti più cari a causa della Crusversa:
– Se la portasse pure via, quella zingarella. Ma se vuole il mio parere, avrebbe fatto meglio a sacrificarla subito al loro demonio. Avrebbe lasciato libero anche Alexis, era il solo modo.
Non risposi alla sua provocazione, ma per la mia ricerca ebbi la fortuna di poter contare su un indizio che mi offrì lo stesso fratello di Alexis. Ostacolato da sua madre nella sua volontà di mettersi sulle tracce del fratello maggiore, mi suggerì di provare a chiedere informazioni alla locanda dei Quattro Diavoli.
– Ci bazzica gente strana… e Alexis incontrò quella ragazza proprio là… Ma dottore… – mi chiamò mentre stavo per ringraziarlo e congedarmi.
– C’è qualcos’altro?
– Non si mostri mai contrario alle loro idee, in quell’ambiente…
E mi sorrise in modo alquanto malizioso. Davvero non capii se si trattasse di un avvertimento o piuttosto di un’altra grossolana istigazione.
Mettermi sulle tracce di un ricercato non rientrava nelle mie abitudini, tanto più che a quell’ora avrei dovuto compiere il mio dovere di medico. Salvare vite umane, però, era un pretesto più che legittimo per proseguire su quella strada, nella speranza di trovare i due ragazzi il prima possibile.
Se il signor Maugham avesse avuto il minimo pretesto per vendicarsi della fuga di Becky, avrebbe pagato quella donna, o anche suo figlio, e non me lo sarei mai perdonato. Certo l’idea di fermarmi ancora in quella locanda non mi allettava, e cercai di girare ancora per un po’ per il quartiere deserto, aspettando che il sole fosse abbastanza alto per non trovarmi seduto da solo al bancone, di fronte all’oste indiscreto.
La via principale del nucleo storico, quella rimasta quasi immutata nei secoli e che correva in linea retta dalla piazza della Spina al vecchio municipio, aveva perso le tinte vivaci e il vocio chiassoso da cui era stata animata per secoli. Le botteghe erano chiuse, le porte sprangate, solo qualche trattoria era ancora aperta, per ospitare i piccoli drappelli di guardie che occasionalmente ancora pattugliavano la zona.
All’entrata di un modesto giardino, circondato da un muro quasi sgretolato, stava seduto un vecchio cieco, uno dei miei pochi pazienti che vivevano in quella zona. Lieto del piacevole diversivo, mi fermai per chiedergli notizie sulla sua salute. Era quasi del tutto cieco, ma potrei dire con certezza che mi aveva riconosciuto dal rumore dei passi e dal bastone che avevo portato con me quel giorno.
– Ha nostalgia di questo luogo dimenticato da Dio, dottore? – mi chiese a mo’ di benvenuto. Mostrò le gengive nude per sorridermi, e il suo viso, prima impassibile e coperto di rughe profonde, acquistò una giovialità inaspettata che mi contagiò subito.
– Forse sono qui per rendermi conto di che sta succedendo, Manuele. Sembra che questa malattia abbia fatto più vittime di quanto ce ne siano negli ospedali.
– Le vittime siamo tutti noi, qui dentro, – rispose senza perdere l’allegria, e segnandosi il petto.
– Nel cuore?
– Nell’anima. Abbiamo perso la fede, dottore.
Sospirò, e notai la piega amara nel suo sorriso. Adoravo parlare con il vecchio Manuele; prima che l’artrite gli immobilizzasse quasi del tutto le gambe, trascorrevamo ore intere a parlare nel mio studio, tutte le volte che veniva a farmi visita.
– Se non ascoltassimo le voci sbagliate, non la perderemmo. Credo che la fede non va presa dall’esterno… mi sbaglio?
Il vecchio scosse il capo affermativamente, e girò il capo nella mia direzione, come per osservarmi attraverso la nebbia:
– Sbagliano quelli che hanno chiamato i monaci neri di Oberhof. Presto arriveranno a Dhursindam, e porteranno la loro Inquisizione.
Inutile chiedergli spiegazioni. Avevo già letto i proclami del governatore e del vescovo di Torrevega, capo della nostra diocesi. Le notizie della rinascita dell’eresia della Crux Inversa avevano oltrepassato i confini di Dhursindam, e presto gli esponenti di un nuovo clero, più rigido e senza dubbio più agguerrito, sarebbero giunti a riportare l’ordine tra i fedeli impauriti.
– Arriveranno presto?
– Hanno paura della peste. Aspetteranno. – disse riprendendo il suo tabacco da fiuto, e assaggiandolo come fosse una leccornia.
Mentre risalivo la strada deserta, ripensai a quello che avrebbero trovato i monaci forestieri. Ci sarebbero stati ancora cristiani disposti a seguire il dogma ufficiale? O la peste avrebbe minato quel che restava della loro osservanza? Ripensai a Mrs. Gershwin, una delle donne più devote che avessi mai conosciuto, e ora in procinto di affidarsi completamente alla follia di un visionario…
Già in vista dell’insegna dei Quattro Diavoli, fui sorpassato da una figura minuta e curva, un’anziana donna senza dubbio, che s’introdusse nella locanda girandosi appena per squadrarmi. Mi sembrò di riconoscere i suoi occhi velati, quasi sicuramente neri un tempo, e le ciocche bianche tirate sulle tempie.
Mi ero scontrato con lei l’ultima volta che ero venuto in quel posto, e poi l’avevo incontrata ancora dopo, di fronte alla torre, circondata dal sangue di decine di vittime di quella superstizione.
Sperai di incontrarla dentro, ma quando varcai la soglia mi accolsero solo i soliti avventori, vestiti di stracci e con un’espressione già alticcia, accasciati sui tavoli di fronte ai loro boccali di birra. Già vuoti, stavolta.
Data l’assenza dell’oste, intuii che la donna doveva essere entrata per lui, così mi avvicinai incuriosito al bancone, per cercare di scoprire qualcosa dalla porticina che dava alla cucina.
Il silenzio era ancora più profondo e inquietante della scorsa volta. Ora che l’epidemia si era portata via i rumori delle strade intorno, in quella sala semibuia regnava un’atmosfera cupa e minacciosa. Ero sicuro che a uno dei tavoli, quello più vicino alla finestra (di sicuro mi aveva visto arrivare), ci fosse seduto lo stesso uomo misterioso dell’ultima volta, quello che si era alzato senza pagare durante la mia discussione con il proprietario.
Portava una sorta di berretto floscio che gli nascondeva gli occhi, e una sciarpa dietro la quale masticava qualcosa, ma non dubitai un solo istante che in quel momento io ero la cosa che lo interessava maggiormente. Temendo si avvicinasse o tentasse qualche approccio da un momento all’altro, mi sedetti all’estremità più lontana del bancone, e aspettai l’arrivo dell’oste.
– Ti dico che devi. Stupido! Ti dico che devi! Sei un idiota! Una bestia!
Dalla cucina giunsero all’improvviso delle grida così distinte che nessuno dei clienti doveva aver fatto fatica ad ascoltare. Era una donna che urlava, forse la stessa anziana che era entrata poco prima.
Un attimo dopo l’oste in persona, ancor più grasso e rubicondo, sfondò quasi la porticina e si riposò esausto con le mani sul banco. Aveva le maniche della camicia tirate su fino ai gomiti, e respirava forte come se avesse appena litigato furiosamente. Strano che non avessi neanche percepito la sua voce, che ricordavo così fastidiosa.
Si guardò attentamente intorno come se cercasse qualcosa, poi i suoi occhi miopi mi incrociarono appena a qualche passo da lui, e si illuminarono all’istante:
– Dottor Calvert! Lei qui! che gioia! L’aspettavo, la stavano aspettando tutti!
Mi strinse la mano con una stretta un po’ troppo energica, e non mi lasciò quasi il tempo di replicare:
– Mi aspettavano? Chi? Non ne avevo idea…
– Lasci prima che le offra qualcosa…. Dopo un così lungo viaggio…
– Sapeva che sono arrivato a piedi?
Lui mi fissò con un lampo di diffidenza mentre mi versava del vino nuovo da un’enorme caraffa.
– Ci sono rimaste più persone di quello che pensa, dottore, in questa zona E sa com’è, ci si dice tutto.
– In tempo brevissimo…
Non raccolse la mia ironia e gettò un’altra occhiata preoccupata alla cucina. Ero lieto di condurre io la conversazione, stavolta.
– Saprà anche da dove vengo, allora.
– Io… ma non posso sapere tutto. So che ultimamente ha molto da andare in giro, con questi malati, e la piaga della peste, e tutto il resto… – balbettò, sempre più a disagio.
– Sono stato dalla vedova Davies. Siamo tutti preoccupati per il giovane Alexis.
Come mi aspettavo, non batté ciglio:
– Alexis Davies… mi hanno già chiesto di lui.
– Le guardie cittadine?
– Loro. Lo stanno cercando… e vuole il mio parere? Farebbero bene a mettergli le mani addosso il prima possibile. Se chiederanno la mia testimonianza, aggiungerò una bella accusa di rissa. Qui, nel mio locale. E più volte…
Mi versò un altro bicchiere, colmo come il primo, con aria offesa.
– Frequentava questo posto, allora? Per via di una certa Becky? Becky Maugham?
Finalmente rischiò di strozzarsi a forza di deglutire, e si lanciò in una serie di giustificazioni un po’ troppo energiche.
– Qui non entrano ragazzine, signor Calvert. Non possono, è vietato. Ci sarà capitata col padre, ma i Maugham non sono più accetti, può chiedere qui intorno se vuole, lo dico io….
– Il dottore è già stato messo al corrente, deficiente! – gli strillò contro la stessa voce di prima. Era quasi troppo squillante e chiara per appartenere a una vecchia, ma proprio lei, dopo qualche secondo, apparve alle spalle dell’oste intimorito.
– È mia madre, – bofonchiò lui scusandosi, – forse le potrà spiegare meglio. Io bado soltanto alla locanda, lo sa bene…
– Tamara Nordlingen, sono felice di incontrarla. – si presentò lei, ignorando completamente il figlio che si dileguò ancora una volta senza fiatare.
– Credo di aver già avuto occasione di incontrarla…
– Oh, certamente, mi perdoni, ma i miei poveri occhi fanno fatica a distinguere tanti visi, ogni giorno. Soprattutto in questi momenti difficili, in cui dobbiamo adoperarci per il meglio… di tutti.
Portava ora lo scialle appoggiato sulle spalle esili e curve, e il collo sottile, la pelle del viso avvizzita ma straordinariamente chiara, parevano essere appartenuti a una donna straordinariamente bella in giovane età. I capelli, raccolti a onde fino a una grossa crocchia sul capo, erano sistemati con perfetta minuzia.
Restava ancora un mistero il motivo per cui mostrasse per il figlio un disprezzo così marcato.
– Segue anche lei le processioni di padre Ephraim? – chiesi con estrema naturalezza, ricordandomi di averla vista tra le donne che frequentavano spesso la vecchia chiesa accanto al campanile.
Lei prese un po’ di tempo per riflettere, poi sospirò con un sorriso così apparentemente innocente da farmi pentire di esser stato appena malizioso.
– Chi non segue la Chiesa, di questi tempi? A noi povere donne non resta che pregare, e aspettare che il cielo torni chiaro di nuovo…
– Lei sa perché sono qui, mi pare?
– Ma certo. Mio figlio è troppo precipitoso, e non ha saputo spiegarle quanto noi tutti teniamo alla sua salute, dottore.
– Ma la mia salute…
– Il signor Davies è pericoloso, dottor Calvert. Da quando suo padre è morto si è messo in testa strane idee.
Il tono della sua voce si era fatto duro, e aveva ripreso a fissarmi con la strana crudeltà negli occhi che mi aveva colpito la prima volta, più di un mese prima.
– Se andare contro una setta demoniaca si chiama essere pericolosi, signora…
Inaspettatamente scoppiò a ridere. Era una risata cristallina, come venuta da lontano, per nulla sgradevole. Paragonata a quella di Maria Cecil, poteva dirsi addirittura un suono angelico.
– Demoniaci… Ma le sembra che siamo cultori del diavolo, noi?
– Voi?
Stavolta fui io a fissarla e a ritrarmi in preda alla costernazione. Ci doveva essere un segno, un aspetto particolare, qualcosa insomma che avrebbe dovuto mettermi in guardia… O forse ero ancora troppo ingenuo per sapere che non sempre gli adepti della Crusversa erano così fanatici e boriosi come padre Ephraim. Cosa nascondeva questa donna serena e dall’aspetto così innocuo?
– Facciamo il possibile per non lasciarci andare alla disperazione, tutto qui. Non facciamo del male a nessuno. Cerchiamo… altre strade.
Ricollegai solo a tratti il lungo discorso che mi fece l’oste a proposito dell’eresia, le leggende, la superstizione… Non era stato lui a suggerirmi di tenermi alla larga da tutta questa storia? Come se fosse una cosa estremamente pericolosa?
– Mio figlio è un tonto, purtroppo. – rispose alle mie osservazioni, – È riuscito a tenere il segreto per tutti questi anni, e siamo lieti che almeno non abbia fatto troppi errori… Anche se ora qualsiasi segreto sarebbe inutile. Il tempo è vicino, ormai.
Sospirò ancora, ma stavolta si voltò verso l’angolo in cui era seduto ancora il misterioso avventore. Strano che avesse potuto origliare tutto da quella distanza. Non sembrò sorpreso, tuttavia, quando la signora Nordlingen gli fece un cenno, e lo invitò ad avvicinarsi.
L’uomo si alzò lentamente, si levò il cappello che lasciò sul tavolo e ci raggiunse in pochi passi. Quando si sedette accanto a me, al banco, notai la barba che portava pettinata accuratamente a punta, le sopracciglia folte e due occhi dal taglio obliquo, che davano un’espressione raggelante al suo sguardo. Abbassai istintivamente il mio per evitare di osservarlo più del necessario. Sono ancora oggi convinto che sopra il capo di quell’uomo pendesse un’aura malvagia, che tuttora mi perseguita in sogno, o quando ripenso a quei giorni.
– Utreg Levi, dottore. Aspettavo da tempo di fare la sua conoscenza. Tamara mi ha convinto a illuminarla riguardo a… alcuni errori in cui pare che lei si sia lasciato trascinare…
Cominciava ad essermi chiaro che a quelle persone non interessava affatto che io stessi cercando Alexis, o che potessi salvare la vita a una ragazza. Ero caduto di nuovo in trappola… loro cercavano me.
– Riguardo a cosa? Io sto solo chiedendo qualche informazione… per conto della signora Davies. – lo interruppi, disperando ormai di trovare una qualsiasi via di fuga. Le poche persone che restavano nella locanda parevano completamente disinteressate a noi, e dell’oste non c’era traccia. L’avvertimento del fratello di Alexis era molto più realistico di quanto supponessi.
– E io sono qui per risponderle. Noi non abbiamo nulla contro il povero Alexis. Gli chiediamo solo di non confrontarsi… con persone che non hanno tempo da dedicare a lui.
– E di non immischiarsi con la nostra gente. – aggiunse la signora Nordlingen, che si era spostata accanto a Utreg per ascoltarci.
– Non credo di capire. Quindi considerate Becky Maugham parte della vostra confraternita?
– Lo è sempre stato, come sua madre. – assentì l’uomo, spostando i suoi occhi obliqui dal mio volto alle mani che nascondevo in grembo, per paura che mi tremassero.
– Ma non credo che lo volesse… suo padre l’avrebbe lasciata andare, se non fosse stato per l’insistenza di qualcuno… Io…
Utreg represse a stento un sorriso che gli increspò le labbra vermiglie.
– Dottore, perché trae conclusioni affrettate? Becky è stata solo plagiata. Esiste uno stretto patto tra di noi, e nessuno lo viola se prima non è stato avvertito, e non ha preso le sue responsabilità. Proprio ora, poi, sarebbe un atto estremamente avventato abbandonare la confraternita della Crux Inversa. Se ne renderà conto, molto presto.
Associai la sua minaccia col presentimento che qualcosa di orribile fosse in serbo per chi come Becky avesse abbandonato la setta, per qualsiasi ragione. Non ero per nulla convinto dal tono rassicurante che aveva assunto il mio interlocutore.
– Perché non possiamo lasciare che gli eventi seguano il loro corso? La peste finirà, prima o poi. Stiamo prendendo tutte le precauzioni necessarie. Il fenomeno è già sotto controllo… – ribattei ingenuamente.
– Se è convinto che finirà, si sbaglia. Se lei avesse accettato di divenire uno di noi di sua spontanea volontà, forse sarebbe stato già al sicuro, dalla vendetta.
Borbottai qualcosa, supplicando in silenzio la vecchia madre dell’oste di lasciarmi andare. Dunque sapevano del tentativo fallito di padre Ephraim, della mia ribellione, della scelta di non denunciarli?
– Io mi limito solo ad aiutare persone innocenti, che a mio parere non meritano di soffrire per le devianze altrui. – trovai il coraggio di aggiungere. Anche se quelle persone mi intimorivano, avevano pure avuto mille occasioni di uccidermi. Forse il signor Levi aveva ragione. Non volevano passare per assassini. Non ancora, almeno.
– Innocenti… ma dottore… – sospirò lui scoprendo i denti lunghi e bianchi, la cui perfezione strideva con il difetto degli occhi.
Continuò versandosi del vino dalla bottiglia lasciata dall’oste, assaporandolo a lungo prima di deglutire:
– Non ci sono innocenti né colpevoli, qui a Dhursindam. Ci sono quelli che vanno avanti per la propria strada, e chi invece cerca di fuggire. Nessuno sa chi sia il più buono, o il più giusto. È così che va il mondo. Ci sono predatori, e conigli.
Sorrise ancora e mi fissò per qualche secondo alzando il bicchiere come per brindare a qualcosa. Non avendo io avvicinato il mio, concluse il brindisi con la vecchia, che però non bagnò neanche le labbra.
– E chi sarebbero, per lei, i conigli? – chiesi, stuzzicato. “Sarei io?”, avrei voluto aggiungere, ma per il momento giudicai opportuno non provocarlo. Almeno fino a quando mi fosse stato più chiaro quale era il suo ruolo all’interno della setta. Conosceva padre Ephraim, la maggior parte degli adepti, e persino la vecchia Nordlingen faceva affidamento su di lui come se fosse un capo, o qualcuno di potente.
– Il coniglio è chi scappa, o colui che aspetta di essere preso. Vede, dottore, si può scegliere di essere dentro o fuori, ma alla fine il giudizio ci sarà comunque.
– Questo è certo…
Ma di che giudizio parlava? Quello dei condannati in base alla fede, o una sorta di punizione molto più completa, come quella che aveva colpito Herbert Davies e le vittime delle altre stragi?
– Maugham è un coniglio.
– Se è per causa di sua figlia… le assicuro che è stato proprio lui che mi ha pregato di aiutarlo a ritrovarla…
– Rivolgendosi a lei? Lui voleva coprirla! Voleva portarcela via, impedire che compissimo il sacrificio!
Sbatté il boccale sul banco e si prese la fronte tra le mani, in preda a un attacco d’ira che la donna frenò solo accarezzandogli la nuca, e facendo degli strani gesti con le dita. Le sue labbra si muovevano in silenzio, ma non potei capire cosa stesse cercando di dire. Notai per la prima volta che il collo di Utreg era coperto di piccole chiazze violacee, che ora, dato il pulsare violento delle vene del collo, stavano prendendo colore, diventando simili a grossi lividi. Erano i segni che avevo riscontrato nella maggior parte dei pazienti che avevo assistito in quei giorni.
– Lei è ammalato! – gridai alzandomi in piedi, e cercando di allontanare la vecchia, – Eviti di toccarlo, per favore. Dovrebbe…
– Malato? Io lo sono sempre stato, prima che le campane iniziassero a muoversi. E la ruota a girare. – disse senza scostarsi le mani dagli occhi. Parlava con un certo sforzo, inspirando a fatica.
– Sta delirando. Non dovrebbe essere in giro.
– Moriranno tutti, uno dopo l’altro. E dopo il Velenoso la ruota ricomincerà a girare, di nuovo. Finché non saranno tutti purificati, e la sua sete estinta.
Quando rialzò il capo il suo volto aveva qualcosa di diverso. Si era raggrinzito, il colorito era completamente violaceo, e gli occhi avevano un unico colore bianco spento, come quelli di un cieco.
– Posso sapere chi è lei? Che cosa vuole da me, e da Becky!
Lui scoppiò a ridere, stavolta senza più trattenersi, e scoprì ancora la fila di lunghi denti candidi.
– È il campanaro che vi chiama! Il campanaro!
La vecchia Tamara, che si era fatta indietro quando l’avevo respinta, annuì gravemente, e la sua serietà contrastava con l’ilarità immotivata dell’altro.
Persi il sangue freddo che ancora mi rimaneva, e mi voltai per raggiungere l’uscita. Le sue parole mi seguirono anche quando respirai finalmente l’aria pura, in strada.
– Non è convinto, dottore? Non è convinto?
Fuori era già pomeriggio inoltrato, ma il sole sembrava essere velato da uno strato invisibile di nubi. Tra i palazzi lugubri e abbandonati, il cielo si era fatto livido, e benché cominciasse a fare molto freddo, si era fermato anche il vento.
“Non li hanno ancora trovati.”, mi dicevo, “Forse fanno ancora in tempo a fuggire. È molto meglio se riusciranno ad allontanarsi da qui, per sempre”. E facevo di tutto per allontanare il pensiero dall’ultima minaccia dell’uomo.
La ruota ricomincerà a girare…
Il pazzo, la bestia, il macinatore… il velenoso. E già fino ad allora, le vittime erano aumentate in modo esponenziale ad ogni rintocco. Cosa avevano in mente? Cacciare le prede? Uccidere finché tutti non avrebbero abbracciato la loro assurda fede?
Avevo appena imboccato la strada principale del nucleo antico, quando il cielo si oscurò ancora e l’aria divenne irrespirabile: ancora il fumo che le finestre buie e senza imposte soffiavano fuori, e le esalazioni di corpi senza vita che i familiari avevano abbandonato nelle loro case prima della fuga.
La mia ombra, curva e tremolante, mi precedeva sulla polvere secca della via, insolitamente lunga e delineata per quell’ora del giorno. C’era qualcuno alle mie spalle. O qualcosa.
Forse mi aveva seguito dalla locanda, ma ne dubitavo perché non avevo sentito alcun rumore di passi. Avevo quasi timore di voltarmi, e scoprire di non essere solo in quel posto desolato. Tutto, dal silenzio assoluto alla luce fioca che illuminava a stento i vicoli più stretti, cominciava a mettermi ansia. Avrei quasi voluto cominciare a correre, in qualunque direzione, purché via da Quartiere Vecchio.
Raggiunsi le vecchie mura del giardino di Manuele, ma lui non era più seduto fuori. C’era ancora la sua seggiola vuota, e il cancello socchiuso del giardino. Picchiai a lungo col bastone alla porta della sua abitazione.
– Vattene via! Questa casa è benedetta! Non c’è posto per te! – rispose una voce familiare.
– Manuele? Apri, ti prego. Sono il dottor Calvert.
Urlavo più del dovuto, e mi resi conto di aver paura. Per la prima volta stavo fuggendo da qualcosa che mi rifiutavo di comprendere, o di accettare.
– Dottore! Non deve più stare qui. Lui è là fuori. È uscito dal nascondiglio.
– Chi? Chi è uscito?
Ma non ebbi il tempo di aspettare una risposta. Accanto alla mia era apparsa un’altra ombra. Allungata, serpentina, esattamente come quella che avevo visto proiettata nella camera della signora Cecil.
Il panico ebbe il sopravvento, e gettai a terra il bastone senza guardarmi indietro. Iniziò una corsa folle contro un’ombra che rimase a lungo accanto alla mia. Come se l’avessi attaccata addosso, e avesse deciso di perseguitarmi. Ricordo che chiusi gli occhi alla fine, e continuai a correre con la sola idea di sfuggire a un mostro.
Rischiai infine di essere investito da una carrozza che sbucò a velocità folle da una delle strade laterali, e che per fortuna udii appena in tempo. Mi slanciai di lato scivolando sulla ghiaia aguzza, e il dolore per le escoriazioni alle mani mi permise di ignorare le imprecazioni del vetturino.
Riaprii gli occhi; ero inaspettatamente fuori dalla “zona maledetta”. Finanche la luce era tornata quella di un qualsiasi freddo pomeriggio di dicembre; il cielo era limpido e sgombro dal fumo. Arrossii vergognandomi della mia codardia, e attribuii alla suggestione quello che un attimo prima mi aveva fatto temere per la mia vita.
Mrs. Gershwin fu la sola con cui condivisi quell’assurda esperienza. Sarebbe stato impossibile nasconderle l’accaduto, quando mi trovò nello studio, rovesciato sulla poltrona dove facevo stendere i pazienti.
– Cosa le è successo? Dove è stato fino a così tardi?
– Ho visto delle persone. Qualcuno che ha a che fare con questa storia di… di demoni.
Lei mi lasciò continuare, e mi risparmiò una delle scenate di panico che mi sarei aspettato.
– Conosce una certa Tamara Nordlingen?
– Tamara? – ripeté lei come se quel nome non le fosse affatto nuovo. Restò un attimo in silenzio, come in dubbio.
– Se la consoce, farebbe meglio a dirmi tutto quello che sa su di lei. L’ho vista oggi, e credo che lei e suo figlio frequentino persone pericolose.
– Tamara è una brava donna, dottore. Non farebbe mai qualcosa che potesse andare contro i voleri di padre Ephraim…
– E questo le sembra rassicurante?! Non vuole capire cosa nasconde quella gente? Che progetti ha per tutti noi?
Avrei voluto parlarle di Utreg, della sua classificazione in predatori e conigli. Di quale categoria faceva parte Mrs. Gershwin? Avrebbe mai potuto diventare una di loro? O sarebbe stata solo una preda da sacrificare?
– Capisco quello che prova, dottore. È un periodo duro per tutti. Per noi fedeli, per la Chiesa, e anche per le anime… deboli, me lo permetta, come la sua.
– Debole a tal punto da non distinguere il bene dal male? Un assassino dalla sua vittima?
– Tamara aiuta i poveri che sono rimasti senza casa, dopo che i soldati gliel’hanno bruciata. Lei aiuta a diffondere la Parola, guida chi ha perso la fede…
– Con le parole, Mrs. Gershwin? Con lo strumento più ambiguo e inutile di cui si dispone in questi casi?
Lei gettò un sospiro di rassegnazione e fece per ritirarsi. Ma subito tornò indietro, e mi disse in tono più pacato:
– È venuta qui una ragazza, stamane.
– Mi dispiace. Credo che per oggi dovrò interrompere il mio giro di visite. Non credo…
– Penso che la conosca. È già stata qui una settimana fa. Diceva di chiamarsi Maugham.
– Becky! – gridai, rovesciando quasi la poltrona per lo scatto.
– Che le prende? Le avrei detto di aspettare, ma sembrava fosse troppo agitata. Ha chiesto di lei, poi è andata via.
– C’era qualcuno con lei? Un ragazzo?
– Era sola. Purtroppo non ha voluto darmi nessuna informazione. Neanche perché fosse venuta.
– Non avrebbe dovuto lasciarla andar via… Quella ragazza è in pericolo.
Non badai alla sorpresa e alle altre domande che mi rivolse la governante. La cosa che mi stava più a cuore era riuscire a immaginare cosa avesse spinto Becky a chiedermi aiuto. A cercare proprio me che ero sulle sue tracce. Sapeva che qualcuno la stava inseguendo, perché non era restata con suo padre. Ma perché il giovane Davies non era con lei, a proteggerla? Ripensai alle parole di Utreg Levi, e rabbrividii. Se la ragazza avesse continuato ad andare in giro, da sola, avrebbe corso il serio rischio di finire ancora tra le grinfie degli eretici.
I giorni seguenti cercai di restare nel mio studio il più possibile, ricevendo i pazienti e mandando Mrs. Gershwin a sbrigare le commissioni più urgenti, nella speranza di ricevere un messaggio, o la visita di qualcuno dei Maugham. Di sera, dopo che la governante era tornata da quelle che chiamava “funzioni religiose”, mi permettevo di svolgere alcune visite a domicilio. Di solito erano casi estremi di peste violacea, ma già una settimana dopo i morti divennero più rari.
In breve, già sotto controllo, i focolai epidemici si restrinsero fino a scomparire. Il Natale fu più malinconico degli anni precedenti, ma ci accompagnò almeno la speranza, per noi sopravvissuti, che le cose finalmente potessero tornare alla normalità.
Neanche le oscure minacce di Levi potevano scalfire l’ottimismo di gente leale, abituata ad una quotidianità fatta di lavoro e fiducia in ideali semplici e onesti. Pian piano le botteghe riaprirono, i locali rimanevano aperti fino a tarda ora, e le strade della maggior parte dei quartieri ripresero la vita e il brusio antichi.
Solo a Quartiere Vecchio molte delle strade rimasero senza nome, e nessuno tornò più alle case degli appestati, miseri scheletri bruciati che non furono più ricostruiti. La sorveglianza della zona rimase stretta, e fu solo grazie a questo che si venne a conoscenza di un ritrovamento che, a metà gennaio, gettò di nuovo una vecchia ombra nel cuore della maggior parte di noi.
Il corpo senza vita di Joel Maugham fu rinvenuto inchiodato alla porta murata del campanile, a testa in giù, simulando la posizione di un crocefisso. Quattro chiodi trapassavano le caviglie e ciascuno dei polsi, ma non furono riscontrate altre lesioni o ferite. L’uomo pareva essere spirato dopo ore di agonia, dissanguato o spaventato fino a farsi scoppiare il cuore, come lasciava immaginare l’espressione terrorizzata del suo viso, impietrito dalla morte.
Quando mi giunse la notizia, pensai immediatamente a una vendetta della setta di sua moglie. Evidentemente non erano riusciti a mettere le mani su Becky, e avevano voluto fargliela pagare. Una parte di me fu persino sollevata perché Joel era stato fermato prima che potesse vendicarsi, in qualche modo, sulla vedova Davies.
Il lavoro non mi permise di visitare il luogo del ritrovamento fino al giorno dopo, quando ormai il cadavere era stato seppellito. Non si avevano più notizie della signora Maugham, e non pare che avesse neanche partecipato al funerale. Lei e i suoi tre bambini erano barricati in qualche abitazione nelle vicinanze, che purtroppo mi fu impossibile individuare.
Raggiunsi il vecchio campanile senza timore di essere fermato dalle guardie. C’era finanche una piccola folla di curiosi che esaminava i fori sul muro, a debita distanza. Quello che più attirava la loro attenzione non erano però i segni dei chiodi. In corrispondenza dei piedi del crocefisso, c’era infatti una scritta, a caratteri grandi, rosso sangue: i tuoi fratelli, dopo di me.
Perché non ero arrivato prima? Mi ero sbagliato ancora una volta. Quella non era una vendetta, ma un ultimo, estremo tentativo per ritrovare Becky. Avevano ucciso pubblicamente suo padre per minacciarla; se non fosse uscita allo scoperto, avrebbero usato anche i suoi fratellini, i bambini che durante la malattia di Barbara aveva accudito come una seconda mamma. Forse era ancora in colpa per averli abbandonati.
Ritornai a casa di corsa, col presentimento che Becky potesse avermi cercato ancora. Ma non ci furono più notizie di lei. Fino al suo ultimo, spaventoso giorno.
Il sabato successivo mi scontrai con una Mrs. Gershwin piuttosto nervosa. Era tornata dai suoi raduni spirituali piuttosto presto, e stringeva nelle mani un piccolo crocefisso di legno, lo stesso che usava spesso anche nelle sue orazioni in casa.
– Che succede? – le chiesi mentre posava l’ombrello e si levava lo scialle zuppo di pioggia. Fuori il temporale rombava per le strade, e la sera sembrava esser scesa prima del previsto.
La donna prese in silenzio un asciugamano e se lo premette sul viso senza raggiungere la sua camera. Sembrava fosse combattuta tra il desiderio di comunicarmi ciò che la faceva stare in pensiero, e l’abitudine che da giorni ormai la spingeva a rivolgermi la parola solo per lo stretto necessario.
– È strano… io non so che pensare. Non so che fare. – disse solo, mormorando come a se stessa.
– È andata in chiesa? Come sempre, no?
– Non proprio. È da tempo che la cerimonia non si svolge lì, ormai.
Mi alzai e l’aiutai a prendere dei nuovi asciugamani, sperando di sembrarle gentile e poco indiscreto. Il suo tono misterioso mi aveva incuriosito.
– E dove? Se posso saperlo…
Lei mi guardò, e stranamente notai sul suo viso un’aria affaticata e indecisa. Era evidente che quella sera aveva assistito a qualcosa di forte, a cui non era ancora abituata. Qualcosa che riguardava padre Ephraim e Tamara Nordlingen? Il gruppo di pseudo religiosi che frequentava?
Come in risposta ai miei dubbi, scoppiò a piangere e si afferrò alla mia camicia con le mani ancora umide:
– Dottor Calvert, hanno preso la ragazza! Vogliono farle qualcosa…
– La ragazza?
Conoscevo già il nome che stava per pronunciare. Allora erano riusciti a braccarla, non c’erano più speranze. Senza lasciarmi i polsi, Mrs. Gershwin continuò a balbettare, come sopraffatta da un senso di colpa.
– Durante la preghiera del vespro, padre Ephraim ha mandato via Tamara, perché diceva che doveva prepararci a una svolta, al primo passo verso la liberazione dalle piaghe che ci hanno tormentato fino ad ora. Quando ha fatto riferimento al sacrificio di Nostro Signore per liberarci dal male, ci ha fatto capire che avevamo bisogno di un sacrificio anche noi, qui a Dhursindam… e che dopo…
– Sacrificio! È solo altro sangue, e di un’innocente! – gridai, sopraffatto dalla rabbia. Lei fu costretta ad allontanarsi e a ritirarsi accanto alla porta, impaurita dal gesto con cui avevo minacciato di scansarla.
Il disegno di Utreg Levi si compiva. E così la morte del padre era servita a richiamare la figlia, ad attirarla nella trappola. Cosa le avrebbero fatto? Mi riavvicinai a Mrs, Gershwin: tremava ancora mentre scioglieva la crocchia di capelli grigi che continuavano a gocciolare.
– Mi dica che almeno è ancora viva. Non ha mica osato…
– No, no. – continuò lei senza guardarmi, – Mentre il sacerdote ci spiegava, è entrata Tamara con la giovane. La riconobbi subito, era Becky Maugham, ma in uno stato anche peggiore di quello in cui la vidi la prima volta. Ha guardato a terra tutto il tempo, metteva addosso una pietà, dottore. Una mortificazione…
– Che le hanno fatto?
– Alcuni del gruppo sembravano felici di vederla. La cercavano da tempo. Altri come me si chiedevano perché una ragazzina così insignificante fosse paragonabile alla figura di Cristo, e al suo sacrificio. Padre Ephraim le ha fatto delle domande, ma lei continuava a tacere. Alla fine è stato lui a… condannarla.
– Condannarla! Ma si rende conto che è completamente fuori la legge? Chi è quell’uomo per…
– Non credo sia lui. Forse c’è qualcuno che lo influenza. Il suo sacrestano non mi e mai piaciuto.
– Rudolf è una bestia. Ma non è lui a comandare..
Mi fermai, indeciso. Era prudente mettere Mrs. Gershwin a conoscenza del ruolo di Levi nella setta? Rudolf era solo una pedina, come il suo prete invasato.
– Ad ogni modo, padre Ephraim è riuscito a convincere alcune delle donne più in vista. C’era anche la moglie del governatore con noi. Lei gli ha dato il suo sostegno. E se suo marito chiuderà un occhio…
– Disgustoso! Ma non ha risposto alla mia domanda. Sta bene?
– È lì da qualche parte, rinchiusa. Nel sotterraneo.
– Ma dove vi riunite? Dove si reca ogni sera?
Lei riuscì a fissarmi per un attimo, con un residuo d’orgoglio. Poi si alzò scuotendosi la lunga veste da cui schizzarono gocce di pioggia gelata.
– C’è un passaggio, sotto la chiesa della Spina. Un corridoio buio che alla fine si apre in una sala. È lì che ci riuniamo ultimamente.
– Che motivo c’è di nascondersi? Perché non me ne ha parlato prima?
– Lui ci diceva che è un posto per gli eletti, per essere in salvo dal male che sta invadendo i cuori di tutti! La peste non ci avrebbe toccato… le maledizioni ci avrebbero evitato…
– Lavate col sangue di un’adolescente? – le rinfacciai, desiderando che in quel momento ci fosse padre Ephraim, o lo stesso Levi, di fronte a me.
– Ci ha detto che il sangue di quella ragazza era impuro. Che aveva provocato la morte di suo padre, e la pazzia di sua madre. Era stata promessa al Signore fin dalla nascita, ma si era sottratta al suo destino. Poi l’ha fatta spogliare di fronte a tutti.
– Spogliare? – chiesi incredulo. Avevo quasi paura che continuasse, e che mi rivelasse altri particolari raccapriccianti. Quello che seppi in seguito sconvolse tutte le conclusioni a cui ero giunto un po’ troppo precipitosamente.
– Becky aveva un segno sul ventre, che è cresciuto con lei sin dalla nascita. Una specie di voglia, rosso rubino, che il prete chiamò “la ruota dei demoni”. Se la ruota non viene squarciata, la furia di queste piaghe non abbandonerà la città.
Le feci un segno perché si fermasse, incredulo che l’ignoranza di alcuni uomini potesse spingersi a delle assurdità del genere. Per fortuna la donna che mi stava davanti mostrava di essersi pentita, e il fatto che me ne avesse parlato mi dava una possibilità di fermare un omicidio prima che fosse troppo tardi.
– Mi ascolti, Mrs. Gershwin. Occorre che Becky sia portata via da quella prigione al più presto. Se sua madre è uscita di senno, e Alexis non è più con lei, significa che è completamente sola. Forse nessuno a parte voi sa dove si trova.
– È per domani, alle tre del pomeriggio. Vogliono che assistiamo tutti. – aggiunse lei giungendo le mani, sulla crocetta di legno.
– Potremmo avvisare le guardie. Sono sicuro che…
– Non credo che la moglie del governatore lo permetterà. Se anche suo marito decidesse di intervenire, lei li avviserebbe, ne sono sicuro. E la porterebbero via.
Non aveva tutti i torti. Che restava da fare, allora? Se solo avessi l’opportunità di mettermi in contatto con Davies, o con qualcuno di cui potessi fidarmi. Ma chi restava a Dhursindam, in quel periodo, in cui poter riporre qualche speranza? Forse feci un altro errore, quando decisi di intervenire da solo, senza nessun aiuto.
– Domani verrò con lei, spero che mi diano ascolto.
La governante accettò quasi rincuorata. Forse sperava proprio questo, in qualche modo si era convinta che le mie critiche a padre Ephraim e alle sue superstizioni avevano colto nel segno, ma solo quando quest’ultimo aveva oltrepassato il limite. Finalmente stava uscendo allo scoperto, e avevo ancora troppa fiducia nei cristiani di questa città per dubitare che avrebbero evitato di farsi complici di un assassinio.
Il giorno dopo, approfittando di un minor numero di casi gravi rispetto ai giorni precedenti, bazzicai per ore intorno al quartiere centrale. Non c’erano segni evidenti di qualcosa di strano, o di nuovo. La casa dei Maugham era ridotta a un rudere disabitato, mentre la signora Davies si era persino rifiutata di ricevermi.
– Mio figlio non è qui. Non si è fatto più vedere! Mi lasci in pace. – mi disse socchiudendo appena la porta, e non rispondendo neanche alle notizie che le portavo sul conto di Becky. Certo, era stata proprio lei ad augurarle la morte pochi giorni prima, ma non posso immaginare che facesse sul serio. Ora capivo perché suo padre aveva lasciato che sua moglie impazzisse, purché la primogenita fosse salva. E perché poi avesse ceduto, braccato di fronte all’inevitabile, a qualcosa in cui erano coinvolte troppe persone senza più un’anima.
Quando quel pomeriggio mi recai in chiesa accompagnato da Mrs. Gershwin, sapevo che non sarei passato inosservato. Forse avrei stupito molti, in primo luogo quel padre Ephraim che solo per un soffio non era riuscito a marchiarmi con la sua eresia. Avrebbe tenuto, vedendomi, che smascherassi pubblicamente i suoi piani, proprio davanti alla sua comunità? E poi, sarebbe stato presente il misterioso Levi?
Mentre mi sedevo ancora una volta sotto l’alta navata, tra i banchi poco affollati, tentai più volte di ripetere a memoria i nomi di quei volti. “I seguaci di Ephraim”, li definivo tra me. Quanti avevano già il marchio? Quanti avevano già capito cosa si nascondeva dietro quei riti apparentemente canonici?
La messa si celebrò regolarmente. I soliti chierichetti assistevano il sacerdote che zoppicava, le donne in nero intonavano i canti, e un intenso aroma d’incenso si diffondeva dall’abside.
Quando per la comunione quasi tutti mi sfilarono accanto per ricevere l’ostia benedetta, incrociai lo sguardo per la prima volta con la signora Maugham. La riconobbi immediatamente dagli occhi neri incavati, e le guance sempre scarne che evidenziavano il mento appuntito e un naso adunco, quasi grottesco.
Possibile che non fosse neanche preoccupata per sua figlia? Chissà dove si trovava, in quel momento. Se si preoccupavano di nutrirla. Quel Rudolph non doveva essere affatto un carceriere clemente.
Seduta qualche banco più avanti, intravidi la sagoma paffuta dell’oste, e accanto a lui la signora Nordlingen, completamente coperta dal suo scialle nero. Mi preparavo per l’ultima volta a passare in rassegna tutti i presenti, quando la persona che più cercavo apparve dal nulla e mi si sedette silenziosamente accanto.
– Sono contento che sia venuto. È un giorno molto importante per noi. – mi disse all’orecchio una voce decisa e carezzevole al tempo stesso. Mi voltai temendo di trovarmi di fronte ancora una volta i suoi strani occhi obliqui.
– Signor Levi…
– Oh, mi chiami pure Utreg, come l’ultima volta. – mi pregò con una voce appena percettibile, – Terrei tanto alla sua amicizia.
– Non ci conosciamo. – obiettai.
– Pensavo avesse riflettuto alle mie parole.
– Sa bene perché sono qui. Per la ragazza.
Il suo tono si fece di nuovo freddo.
– La ragazza non la riguarda. Non potrà fare nulla per lei. La avverto solo di non disturbare il rito.
Non risposi a quella minaccia implicita, eppure era scontato che la mia coscienza mi avrebbe obbligato a fare qualcosa. Qualcosa per impedire che tra poco più di un’ora si commettesse un vero e proprio assassino.
Quando ebbi il coraggio di voltarmi ancora per guardarlo negli occhi, Utreg Levi era già scomparso. La messa si stava concludendo, e dopo il canto di chiusura, come mi aspettavo, solo alcuni lasciarono i propri banchi per avviarsi al’uscita. La maggior parte delle vedove in nero, e molte altre persone che già conoscevo, rimasero in silenzio mentre il prete spariva nel passaggio dietro l’altare. L’oste si era voltato già più volte nella mia direzione, e scambiava qualche parola con sua madre, che tuttavia restava impassibile.
Da una porta laterale apparve la figura alta e barbuta del sacrestano. La sola vista dell’uomo che mi aveva tenuto prigioniero qualche mese prima mi fece rabbrividire, e sperai che la mia governante non avesse notato il gemito che mi lasciai sfuggire.
Bastò solo un cenno di Rudolf, e la signora Nordlingen, seguita da suo figlio e le vedove della prima fila, si alzò per avviarsi dietro il sacrestano.
– È il segnale, – mi avvertì Mrs. Gershwin sottovoce, – adesso bisogna che li seguiamo.
In breve si formò una piccola fila che cominciò a incamminarsi per lo stretto passaggio che un tempo avevo percorso per recarmi in sacrestia. Lo stesso corridoio attraverso il quale ero scappato all’annuncio della quarta profezia di Dhursindam. Stavolta la luce era molto più fioca, e notai che era prodotta esclusivamente dalle candele che alcuni dei nostri compagni avevano acceso, come doveva essere loro abitudine.
Udii uno stridore di cardini, e all’estremità del corridoio, molto al di là della porta della sacrestia, si aprì una cavità buia, da cui provenne un soffio di aria gelida: il passaggio sotterraneo.
La temperatura scese notevolmente, e per un quarto d’ora non facemmo altro che camminare. Di tanto in tanto qualcuno inciampava, ma si rialzava senza che gli altri lo sostenessero o lo aspettassero. Nessuno parlò fin tanto che l’oscurità ci avvolgeva, così preferii imitarli, stringendomi al fianco di Mrs. Gershwin.
La sala che infine si aprì davanti a noi fu annunciata da un’esplosione di luci che in un primo momento mi ferì la vista. Era circolare, scavata nella nuda roccia, e le mura irregolari erano coperte di strani simboli esoterici. Non cristiani, e diversi da qualsiasi altra tradizione avessi conosciuto o studiato fino ad allora. In fondo era allestito un altare simile a quello di una chiesa, ma senza alcun paramento sacro.
Tra le panche su cui ci venne chiesto di accomodarci e l’altare, c’era una grossa piattaforma di legno, con delle assi che dapprima non riuscii ad individuare correttamente. Preferii restare indietro, sperando che coloro che mi avevano riconosciuto prima, non prestassero più attenzione a me.
I più parevano nervosi, e anche quando fece il suo ingresso padre Ephraim in persona, non smisero di borbottare, volgendo gli sguardi preoccupati in direzione di una stretta scala a chiocciola seminascosta accanto all’altare, che saliva fino a una sorta di botola nella volta di pietra.
– Sono felice di ritrovarvi tutti qui, oggi, per quest’occasione del tutto particolare. Lieto soprattutto per la presenza di chi si è sottratto a lungo alla fede, e infine ha scelto di credere.
Così esordì il sacerdote, senza la tradizionale veste talare, ma con una strana tunica, lunga e nera, che lo rendeva molto simile al suo fidato sacrestano. Mi accorsi solo allora che sull’altare improvvisato, alla sua destra, stava poggiata una scatola nera. Quella che mi aveva mostrato al nostro appuntamento, quella per cui era pronto a uccidere.
Stavo per attirare l’attenzione di Mrs. Gershwin, incapace di trattenere ancora a lungo l’agitazione, quando mi resi conto che avevo addosso gli occhi del piccolo oste, ancora più insignificante, curvo e sottomesso accanto alla madre. Di nuovo non sapevo cosa volesse da me, e non risposi al suo cenno di saluto.
Lui sembrò non capire la mia irritazione, e arretrò addirittura di qualche posto per potermi parlare indisturbato:
– Non faccia sciocchezze, dottore. Ho parlato con mia madre. Sa che lei non vuole permetterlo.
– Dipende da cosa. Cosa non dovrei permettere, in nome di Cristo? – risposi stizzito.
Un sussulto di Mrs. Gershwin mi vece voltare meccanicamente in direzione della scala a chiocciola. Rudolph scendeva piano, passo dopo passo, portando tra le braccia il corpo inerme di una ragazza. Stentai quasi a riconoscere Becky, dimagrita e quasi nuda. Si guardava intorno, come se conservasse le sue ultime energie negli occhi sbarrati che ci fissavano tutti; impauriti e apparentemente incoscienti di cosa stesse succedendo intorno a lei.
– Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. – l’accolse il prete, che non sembrava per nulla inquietato dal fantasma (a questo si era ridotto il corpo di Becky Maugham) che era lentamente disceso dal soffitto.
– Sicut erat in principo, et nunc, et semper: et in sæcula sæculorum. Amen. – risposero tutti. Mi guardai intorno. Sia la mia governante che l’oste importuno mi incoraggiavano con lo sguardo. Temevano quasi che mi lasciassi andare da un momento all’altro, e lo temevo anch’io. Cosa sarebbe successo se mi fossi alzato, avessi tentato di strappar via la povera ragazza dalle braccia di Rudolf, e fossi scappato via di nuovo, verso la luce?
Poi iniziò il rituale che alcuni temevano, altri accettavano come una cosa indispensabile al bene comune, e pochi addirittura esaltavano, pieni di un macabro entusiasmo per una cerimonia a lungo attesa. Rudolf, aiutato da due altri uomini dal volto coperto (in uno di loro mi sembrò di riconoscere uno degli avventori della locanda) stese adagio il corpo scheletrico di Becky sulla piattaforma. Fu solo quando il silenzio d’attesa, che si era impossessato della piccola assemblea, fu rotto da un grido straziante, che mi resi conto di cosa stava succedendo. Scattai in piedi; non fui l’unico, così ebbi il tempo di osservare il sacrestano nell’atto di inchiodare una mano della giovane all’asse.
Sulla piattaforma era posata una grossa croce di legno, e Becky Maugham, sotto gli occhi indifferenti di sua madre, era in procinto di essere crocifissa per soddisfare le folli credenze di una setta eretica.
– In nome di Dio! Fermatevi! – gridai al colmo dell’orrore. Anziché sostenermi, la maggior parte degli spettatori si voltò verso di me. Mi resi conto che il volto di alcune donne era già rigato di lacrime; Barbara Maugham aveva stampato sulle labbra il suo sorriso inespressivo, una debole eco di quello che l’aveva accompagnata nel suo delirio.
Padre Ephraim mi gettò un’occhiata, ma fece un gesto ai suoi tre aiutanti, perché non intervenissero. L’oste fu l’unico che mi rivolse la parola, sempre mormorando per evitare che lo udissero in fondo:
– Non può evitarlo, le ripeto. Riuscirà solo ad attirarsi la loro persecuzione. Non sarebbe dovuto venire, mi dispiace.
Sentii i singhiozzi di Mrs. Gershwin, che mi tratteneva e cercava di bloccarmi sulla sedia, implorandomi con parole spezzate dal pianto.
– Lei voleva che l’aiutassi… lei voleva che la salvassi… – ripetei, stordito dalle ultime, deboli grida di Becky.
Quando la croce fu innalzata, e l’asse superiore piantato in un foro della piattaforma, il corpo denudato della ragazza fu visibile all’intera assemblea. Come già suo padre, era capovolta, col le mani e i piedi straziati dai chiodi che la bloccavano al legno.
Tentai un ultimo gesto avventato nel momento in cui mi liberai dalla presa di Mrs. Gershwin e cercai di raggiungere il luogo del supplizio. Mi aspettavo di essere bloccato, ma non riuscirono a impedirmi di gridare:
– Siete tutti colpevoli! La state uccidendo voi, assassini!
La moglie del governatore, una donna bruna dai lineamenti forti, non si voltò neanche a guardarmi, ma fissava un punto davanti a sé. Come se tutto quello che stava accadendo non la riguardasse. La signora Maugham, al contrario, scoppiò di nuovo in quel suo riso convulso:
– Lei è il demonio. È incinta del demonio!
Puntò il ventre di Becky, che sembrava aver perso i sensi, perché tutti potessero osservare la strana voglia a forma di cerchio che aveva poco sopra l’ombelico.
– Straziare una ragazza così, solo per un segno… insignificante!
Il pungolo di una lama tra le scapole mi bloccò nel mezzo della frase. Levi era apparso fra gli uomini che mi tenevano fermo, e mi sussurrò a pochi centimetri dall’orecchio:
– Se si rifiuta di essere dei nostri, glielo ripeto, ne stia fuori.
Poi alzò la voce e si staccò da me per raggiungere padre Ephraim dietro l’altare. Visto da quella distanza, il suo aspetto inquietante pareva addirittura magnetizzare l’attenzione comune:
– Fedeli di Dio! È giunto il momento di provarci degni servi di colui che vince, e dà la pace. Il circolo del male sta per spezzarsi, e lo sarà quando sarà distrutto il suo simbolo. Il ventre di Rebecca Maugham è stato profanato dal demonio!
L’eco di decine di esclamazioni d’orrore riempì la sala. La moglie del governatore, con le guance piene e rosse per l’eccitazione, sussurrò qualcosa alla vecchia Tamara che le sedeva accanto, scuotendo il capo.
– Chi più di una madre può capirlo? Chi più di lei che è pronta a superare l’affetto umano per offrire il suo sangue alla volontà divina?
– È dannata! Sia sacrificata al nostro signore! – l’appoggiò la donna con gli occhi sgranati e il viso distorto in una smorfia di rabbia. Non era più neanche la creatura estatica che avevo visitato con suo marito alcune settimane prima. Ai miei occhi aveva abbandonato tutto ciò che di umano ancora le restava.
Utreg continuò raccogliendo consensi con un semplice sguardo:
– Un esterno non potrà mai comprendere la forza delle nostre preghiere, e la potenza dell’urlo che leviamo al Signore, perché accetti il nostro sacrificio!
– Accettalo! – gridarono le donne in nero della prima fila, e subito furono seguite da tutti gli altri, che imporvvisarono un macabro coro d’incitazione.
Mi districai a fatica dalla stretta dei miei sorveglianti, e feci qualche passo indietro per rassicurarli delle miei intenzioni. Ormai ogni tentativo di salvare la vita di Becky sarebbe stato vano. Cercai addirittura di consolarmi in qualche modo, dicendomi che in qualche modo la creatura scheletrica e svenuta che giaceva a testa in giù su quella croce, non era quella che mi aveva chiesto aiuto tanto tempo prima. Forse Becky Maugham era morta nel momento in cui la Crusversa aveva messo le mani su di lei. Forse non c’era mai stata nessuna vita da salvare: quella di Becky Maugham era completamente asservita alla volontà di Utreg e di padre Ephraim sin dalla nascita, e persino a quella corrotta di sua madre.
Cosa potevo mai fare io, un estraneo, solo tra centinaia di persone che stavano gettando il panico a Dhursindam?
Padre Ephraim consegnò a Utreg un astuccio intarsiato, da cui furono estratti un panno rosso e il coltello che un giorno mi vidi puntato contro. Levi si avvicinò alla ragazza, e mostrò a tutti il segno della maledizione sulla sua pelle, un’ultima volta.
Come facevano tutti a non distogliere lo sguardo? Pareva che quell’uomo li costringesse ad assistere alla spaventosa cerimonia con la sola forza del pensiero. Quanto a lungo aveva lavorato sulle loro menti con la forza della persuasione, durante quegli ultimi mesi?
Non resistetti di fronte ai gemiti estremi della ragazza torturata; raggiunsi l’uscita senza trattenere le lacrime, con impressa nella mente l’immagine del coltello che il carnefice avvicinava al ventre scarno della povera ragazza. Cosa sperava di ottenere? Che senso avrebbe avuto quell’omicidio?
– Mi aspetti, la prego… – mi chiamò Mrs. Gershwin quando avevo appena raggiunto l’entrata del corridoio buio. Reggeva una candela che aveva recuperato da qualcuno dei suoi compagni, e mi guardava con tutta l’angosciata mortificazione del giorno precedente, quando mi aveva rivelato il segreto delle macabre riunioni:
– Mi dispiace, non avrei dovuto coinvolgerla. Io non sapevo che fare, se fosse giusto…
Aspettai di introdurmi con lei nella gelida oscurità del passaggio sotterraneo, prima di esternarle le mie intenzioni.
– L’unica cosa che mi sento di fare ora, è denunciare quest’omicidio alle autorità.
– Non sarà facile… Il governatore…
– Prima di essere il marito di una complice, quell’uomo ha delle responsabilità verso la sua città. È l’ora di mettere fine a questa pazzia. – conclusi a malapena, col cuore che mi balzava in petto al pensiero che forse non eravamo liberi ancora; magari qualcuno si era insospettito, ci avrebbe seguito ed eliminato per nascondere il segreto il più a lungo possibile.
Ma la cerimonia aveva turbato troppi cuori. Malgrado la presenza di molti eretici, quell’atto era ancora velato di un’ipocrita giustificazione cristiana, e i più erano rimasti così sbigottiti dalla scena a cui avevano assistito, che la cattura mia o di Mrs. Gershwin avrebbe rischiato di rompere il fragile equilibrio che Utreg era riuscito a creare. Era meglio non forzare troppo la corda, o l’acquisizione di nuovi adepti avrebbe potuto essere compromessa.
Eppure, forse c’era un’altra spiegazione. Allora non immaginavo neanche fino a che punto la Crux Inversa fosse penetrata in città. Non solo erano coinvolte le più diverse classi sociali, ma il potere stesso dava un suo tacito consenso.
Dopo una notte insonne, e ore che mi erano parse secoli, nel timore di qualche visita sgradita, mi decisi a recarmi al palazzo del governatore per fare la mia denuncia alla pubblica autorità. Se come temevo nessuno aveva osato ribellarsi a quel crudele assassinio, e preferivano seguire una superstizione che aveva passato il limite, non mi restava altro che tentare l’ultima strada “legale” a mia disposizione per spostare l’attenzione della giustizia sulla setta di Utreg Levi.
Quando raggiunsi il palazzo del governo, intuii dall’elevato numero di soldati appostati ai cancelli, che l’atmosfera non era delle migliori. C’erano stati scontri in città, e la fine della pestilenza non era servita a tranquillizzare gli animi di coloro che credevano di aver perduto i propri cari, vittime dell’epidemia, per un’assurda storia di punizioni divine e rintocchi di campane.
La carrozza mi fermò all’ingresso della piazza del Governo, gremita di popolani in agitazione. Chiesi in giro il motivo di quella tensione, e un vecchio stalliere mi spiegò che la maggior parte di loro chiedeva la demolizione del vecchio campanile, mentre altri tenevano semplicemente a che venisse rispettato l’ultimo editto di Torrevega, con cui si autorizzava l’ingresso a Dhursindam della nuova inquisizione dei monaci neri.
– Cosa ci si aspetta dai monaci di Oberhof? – chiesi allo stalliere, che masticava e sputava un filo d’erba guardando le guardie con aria di sfida e disprezzo.
– I monaci neri faranno ragionare il governatore. Sembra che abbia paura degli eretici; è loro interesse che le campane non vengano distrutte, e lui non fa niente per opporsi.
Al grido di “Viva l’abate Albino di Oberhof”, un gruppo più audace si staccò dalla calca e tentò di forzare i cancelli, prima di essere respinto dagli spari delle guardie. I più restarono a debita distanza ad aspettare che gli si concedesse udienza.
Passarono un paio d’ore, e disperavo già di portare a termine il mio compito, quando il portone del nuovo edificio di mattoni rossi in cui risiedeva il governatore si spalancò, e un suo portavoce lesse una dichiarazione ufficiale, nel silenzio sbigottito degli astanti:

Nell’attesa della delegazione di Torrevega, e per comune richiesta dei cittadini di Dhursindam, è abolito qualsiasi culto estraneo alla dottrina cristiana cattolica. Qualsiasi eresia sarà punita con la pena capitale, le superstizioni bandite come illegali, e i culti festivi nelle chiese cittadine temporaneamente sospesi.
Si riterrà autorizzato il solo culto nella chiesa di Quartiere Vecchio, prospiciente la piazza della Spina, e celebrato da padre Ephraim Tabasco.
Dette disposizioni resteranno valide sino alla prima settimana di Quaresima.

Questa la parte più importante del proclama, ambigua per la maggior parte dei nostri concittadini, ma sorprendentemente chiara per me che ero a conoscenza delle trame degli eretici nelle più alte sfere sociali.
Sarebbe bastata una condanna formale per tenere a bada la popolazione in tumulto? E chi avrebbe creduto all’estraneità di padre Ephraim ai fatti?
Se addirittura il governatore l’aveva messo momentaneamente a capo del clero cittadino, c’era da sospettare che sua moglie avesse molto più potere su di lui di quanto credevo in principio. Che senso aveva cercare di persuaderlo dell’assassinio di una povera giovane, senza nessuno disposto a testimoniare eccetto la mia povera, paurosa governante?
Proprio in conseguenza della dichiarazione, il mese che seguì segnò l’inizio di un periodo d’attesa per la popolazione. La setta proseguì i suoi culti indisturbata sotto la tacita protezione delle autorità, e per la prima volta l’annosa questione della sopravvivenza della Spina passò in secondo piano.
Si cercava e si temeva un nemico apparentemente invisibile, che solo l’intervento della nuova inquisizione poteva sperare di stanare ed estirpare.
Il martedì prima dell’inizio della Quaresima, giorno di carnevale, le porte di Dhursindam si aprirono all’abate errante Albino e ai monaci neri di Oberhof. I ragazzini e i più curiosi erano corsi ad aspettarli di mattina presto, e si erano spinti fino al ponte sul Tilavento per vederli arrivare dal cammino di Torrevega. La compagnia giunse quando il sole era ormai alto, e pareva un lungo serpente nero, sbucato da un punto imprecisato dell’orizzonte.
La cappa bruna dell’abate Albino precedeva la processione di circa cinquanta monaci, interamente coperti di lunghi sai neri. I più camminavano scalzi; solo l’abate e alcuni dei più anziani indossavano sottili sandali di cuoio.
Quasi soffocato dalla calca, faticai persino a guardare qualche volto. L’anziano Manuele, che si era trovato accanto a me quasi per caso, mi chiedeva tutti i particolari che non poteva distinguere.
– Brutto segno, che siano arrivati oggi. Carnevale non è una festa molto gradita alla Chiesa… – borbottò in risposta a una delle mie brevi descrizioni.
– Beh, ma chi vuoi che ci rinunci? Oggi è un giorno di festa, forse l’arrivo dei monaci servirà a rendere l’atmosfera più gioiosa.
In verità quel giorno l’intera città sembrò aver ritrovato l’antica prosperità, e per la prima volta dopo lungo tempo le campane furono dimenticate. Le uniche che sonarono a festa furono quelle delle chiese della città, che a partire da quel giorno ripresero le proprie celebrazioni liturgiche.
La processione sfilò per le strade principali, diretta al nuovo palazzo municipale, sede del governatore. La precedeva una grande croce d’argento, retta da quattro ragazzi, seguita dall’abate tra due dei monaci più anziani. Il volto di Albino mostrava i segni profondi di una vecchiaia saggia e serena, straordinariamente immune ai timori e alle sofferenze della vita mortale. C’era qualcosa nei suoi occhi celesti quasi sempre socchiusi, che ricordava l’ambiente austero e quieto dell’antico monastero di Oberhof. Lo chiamavano l’errante perché dalla fondazione del libero ordine della Nuova Inquisizione, era spesso in giro per l’Europa con i suoi monaci, salvo i mesi di meditazione che trascorreva nella sua città.
– Non avranno mica fatto a piedi tutto il percorso dalla capitale… – sentivo commentare intorno a me.
– Ma no, hanno lasciato le cavalcature nelle stazioni di posta fuori città. È per fare più impressione che sono entrati scalzi…
Mi voltai verso Manuele per conoscere le sue impressioni, ma lo vidi ridacchiare sottovoce: in tutta quella storia dava l’impressione di vedere molto più chiaramente di tutti noi.
Nelle celebrazioni profane del carnevale, che seguirono quello stesso pomeriggio, le maschere sfilarono per ogni quartiere, e in molti casi cercarono di parodiare la processione dei monaci neri della mattina.
Nessuno avrebbe immaginato che solo un mese prima la peste violacea aveva mietuto quasi un centinaio di vittime. I locali restarono aperti fino a notte fonda servendo vino e birra gratuitamente a tutti i forestieri che erano arrivati dalle campagne intorno per assistere al duplice evento di quel giorno. In molti cortili vennero allestiti veri e propri banchetti, dove decine di commensali brindavano all’inizio di un nuovo periodo per la vecchia Dhursindam.
C’erano giovanotti che indossavano vestiti di cortigiane per burlarsi delle spose, bambini vivaci che si divertivano a rimbrottare i genitori, persino rispettabili devoti che giravano con piviali e stole sacerdotali per imitare una messa improvvisata.
– Introìbo ad altàre Dei. – ripetevano alcuni, quelli che meglio masticavano latino.
– Ad Deum qui laetìficat iuventùtem meam! – rispondeva chi fingeva di seguire il finto prete.
La novità di quel carnevale furono tuttavia le decine di presunti monaci che poco a poco cominciarono a sbucare per tutti i vicoli e le osterie della città, chiedendo elemosine e beffandosi alla fine delle persone di buon cuore che erano cadute nella burla. Era impossibile distinguerli dagli autentici monaci neri, perché il loro saio era perfettamente identico al loro, e chi se li trovava davanti aveva sempre paura di essere villano se provava a svelare la beffa.
Successe anche a me, di ritorno a casa dopo aver accompagnato Manuele al suo giardino. Da un gruppo di maschere che avevo avuto cura di oltrepassare senza dare nell’occhio, si staccò una delle solite figure incappucciate di nero, in perfetto stile Oberhof.
– Il Signore la benedica. – mi disse accelerando il passo per stami dietro.
– Benedica anche lei.
E cercai inutilmente di scrutargli il volto nascosto. Mi preparavo già a dargli qualche spicciolo per togliergli il pretesto di seguirmi ancora, quando la mano di uno scheletro si posò sulla mia, bloccandomi nel mezzo della strada. Pensai a un ridicolo scherzo, anche se ritrovai il sangue freddo solo dopo qualche istante. Rimisi nella giacca la borsa con gli spiccioli e guardai il cappuccio severamente:
– Un vero burlone, non c’è che dire.
– La morte non si burla mai di nessuno. – rispose il monaco con la stessa voce profonda e un po’ ironica.
– E lei rappresenterebbe la morte?
– Non la rappresento, io lo sono.
Originale anche in quella risposta. A quale ragionamento voleva condurmi? Aspettai che continuassi, ma si limitò solo a nascondere le ossa dell’arto sotto l’ampia manica.
– La morte?
– La ruota riprenderà a girare, presto. Dal ventre della donna sono nate altre quattro creature, più forti e affamate. Le campane suoneranno ancora.
Sparì dalla mia vista, strisciando lungo i muri a velocità quasi innaturale, e lasciandomi interdetto. Era una minaccia, un avvertimento, o un altro scherzo di pessimo gusto? Arrivai a casa ripentendomi a voce alta le ultime parole dello sconosciuto.
E dopo il Velenoso la ruota ricomincerà a girare, di nuovo. Finché non saranno tutti purificati, e la sua sete estinta, erano state le parole di Utreg Levi. Era forse lui, celato da quella maschera? Impossibile, avrei riconosciuto la voce.
Porsi il cappotto a Mrs. Gershwin, e per quella sera decisi solo di dedicarmi all’ultima, lauta cena prima dell’astinenza quaresimale.

Laura Miller. Le lettere. – XXXI

gennaio 13th, 2011

Eravamo appena arrivati al cancello del condominio, quando le grida di Giada ci giunsero dal balcone del nostro appartamento.
Doveva esserci mia madre con lei, così pensai a una delle sue crisi, anche se non erano mai arrivate al punto da spaventare i vicini, che proprio allora si stavano affacciando per guardare verso le nostre finestre.
– È Giada… – esclamò Francesco, e mi precedette verso l’ascensore lasciandomi il braccio per evitare di spingermi.
Non riuscivo ancora a rendermi conto che forse a casa stava accadendo qualcosa di grave. L’incontro drammatico con Gabri, e poi la discussione con la mia amica, mi avevano dato colpi troppo duri perché potessi riprendermi in così poco tempo.
– Pare stia male, poverina. Chissà cos’ha. Ma mi senti? Non farti vedere così anche tu, non la aiuterai, se ha bisogno… – mi diceva Franci cercando di scuotermi dal torpore.
– Che posso fare per lei, ormai? Non so più a chi rivolgermi.
– Se sta facendo una terapia, ha bisogno di avere tutto l’appoggio della sua famiglia… anche il tuo.
– Il mio…
E chi ci avrebbe pensato a me? Se questo male si stava allargando come una macchia d’inchiostro, non ci sarebbe stato nessuno in grado di fermarlo. Né dottori, né preti.
Sul pianerottolo mi accorsi appena della porta della vicina di casa che si richiudeva piano. In effetti, aveva tutte le ragioni per spiare. La voce di mia madre era disperata, e si udiva distintamente:
– Chi sei? Lasciala in pace! Lasciala!
Mi risvegliai come da un incubo, per piombarne in uno ancora più spaventoso. Frugai nella tasca del cappotto in cerca della chiave, la inserii rischiando di spezzarla, e spalancai la porta.
Un grido acuto, che pareva quello di un animale, forse di un uccello, mi guidò verso il soggiorno. Mia madre era in ginocchio, con le mani sul volto, come se avesse paura. Era rivolta verso la cristalliera, sulla quale stava accovacciata Giada in lacrime. Era difficile stabilire chi avesse paura dell’altra: erano entrambe scioccate, in preda a un attacco isterico.
Cercai di chiedere a mia madre cosa fosse successo, ma lei si limitò a scuotere la testa senza neanche alzarla a guardarmi.
– L’ha trascinata, lì. Vuole portarmela via.
– Chi?
– Il diavolo! Non voglio più stare qui, voglio andare via! Aiutami, ti prego, tirala giù!
Francesco era già ai piedi della cristalliera, ma il vetro incrinato sembrava stesse per esplodere dai un momento all’altro, sotto il peso di Giada che continuava a contorcesi senza ragione.
– Stai ferma, per piacere. Ora provo a farti scendere, non muoverti… – provò a dirle Franci, ma come sempre pareva che lei neanche lo riconoscesse. Iniziò a emettere suoni bassi, gutturali come dei ringhi prolungati.
Intorno a noi, l’intera stanza era stata messa a soqquadro; il tavolo era ribaltato, le sedie spinte in un angolo, e il grande specchio accanto era andato in frantumi. Era inutile che cercassi di dire a mia madre che quella ormai non era più la nostra Giada; era successo qualcosa dentro di lei, perché non riuscivo più a vedere nulla di mia sorella in quegli occhi prima freddi, ora rossi d’ira. Aiutai la mamma a rialzarsi, ma lei resistette quando cercai di accompagnarla in cucina.
– Dobbiamo portarla fuori di qui! Può farsi del male, Laura. Ti prego…
– Ma cos’è successo? Perché fa così?
– Ha cominciato a distruggere tutto, stamattina, e non sono riuscita a fermarla. Era come impazzita, all’improvviso.
– Perché hai detto che l’ha presa?
– Me la sono vista strappare dalle braccia…
– L’hai visto? – le chiesi costringendola a guardarmi negli occhi, senza sapere cosa aspettarmi. Una parte di me era felice addirittura che “lui” fosse uscito allo scoperto, che finalmente anche mia madre fosse consapevole del pericolo, e non mi credesse impazzita.
– Io… non so come abbia fatto ad arrampicarsi lassù. Ha quasi volato… e poi ho sentito come il ringhio… di una bestia.
– Hai visto un grosso cane? Un lupo?
Ricordai le zampe che avevo intravisto quando ero rimasta nascosta in camera mia, sotto la scrivania; la notte in cui Giada era caduta.
– Non lo so, non sono riuscita a vedere niente.
Intanto, per non peggiorare la situazione e non rischiare che la vetrinetta cedesse, Francesco indietreggiò e mi si avvicinò, impotente.
– Dov’è tuo padre?
– L’ho già chiamato. Sta arrivando. – rispose la mamma, che si sedette in un angolo, e rinunciò a chiamare ancora mia sorella, tenendola d’occhio solo perché non cadesse.
Quando mio padre arrivò, la situazione era già meno critica. Mia sorella era ricaduta nel suo torpore, e fu piuttosto facile per lui prenderla tra le braccia e riportarla in camera sua. La mamma tentò più volte di spiegargli l’accaduto, ma fu più difficile essere sincera come lo era stata con me.
– Sta male, dobbiamo portarle via di qui. Lei e Laura, entrambe.
Mio padre oppose qualche resistenza, dovuta anche alle pessime condizioni di mia sorella. La cullò a lungo prima di lasciarla sola, addormentata e apparentemente ignara di quello che era accaduto durante l’ennesima crisi.
– Continuiamo le sedute ancora per un po’, Nora. Hai sentito anche tu, la dottoressa ha detto che c’erano stati dei miglioramenti… Consulteremo altri medici, se ce ne sarà bisogno.
– Ma non voglio stare qui… ti prego. Mi fa paura…
– Cosa, esattamente?
– Questa situazione, questa casa…
Ma non aggiunse altro. Io per prima non avrei osato aggiungere altro dolore a quello che mio padre già sopportava a causa mia e di mia sorella. E poi, dove saremmo potuti andare, abbandonando la nostra casa da un giorno all’altro? E non era neanche detto che lui non ci avrebbe seguiti, e si sarebbe vendicato di noi, com’era successo con Gabri.
Avevo ancora la scena di quella mattina impressa nella mente, e non fui di gran conforto per i miei, né di compagnia a Franci, che restò con me ancora un po’, tentando invano di consolarmi.
I giorni seguenti la situazione a casa rimase tesa. Frequento la scuola come una specie di zombie, e non presto più attenzione ai commenti dei miei compagni, né agli insegnanti, che non prendono provvedimenti nei miei confronti solo perché i problemi che ho in famiglia sono abbastanza conosciuti a scuola.
Lory non è più troppo riservata o imbronciata come quando litighiamo di solito. Deve aver parlato con Franci, o forse sono io a farle pena, perché già il giorno dopo mi disse che aveva reagito così solo perché era nervosa, e perché la scena di Gabri l’aveva spaventata.
– Anche Vale stava male, Laura. Vedrai che andrà meglio. Qualsiasi cosa sia, finirà e non tornerà più. Bisogna solo essere forti… credere che andrà tutto bene. Tu hai la tua famiglia, e i tuoi amici dalla tua parte.
Eravamo da sole ieri mattina, poco prima che suonasse la campanella per l’inizio delle lezioni. Non so davvero perché mi sentissi così in vena di prestarle attenzione. Con tutta la mia vita scombussolata, lo studio a rotoli, i miei genitori così impotenti con Giada che non fa progressi.
– Con la differenza che a Helel non importa nulla. Lui vuole solo distruggermi, a cominciare da chi amo di più.
Lei mi prese la mano e si avvicinò come se volesse leggermi negli occhi:
– Ma Laura… tu ci credi davvero?
– Io sì, ormai ci credo.
La campanella suonò, ma ero troppo in ansia per capire di cosa trattasse la lezione di storia dell’ultima ora. Mentre uscivo il signor Gustavo mi fermò al cancello:
– Laura, un momento.
Lo guardai con aria interrogativa.
– Mi dispiace per quello che stai sopportando, in famiglia intendo.
– Grazie. – mormorai accelerando il passo.
– Vedrai, andrà tutto bene!
Ma non mi voltai più. Che possono saperne, loro? Siamo completamente soli, Giova. e se in questa solitudine viene a visitarci il demonio, non serve a nulla gridare a squarciagola o aggrapparci a qualche speranza. Non ci resta che aspettare che finisca tutto, in qualche modo.
Spero di mandarti presto notizie positive su Giada. Ormai viviamo solo per lei. Pensami e prega per me, se hai fede almeno tu. Ti voglio bene,

Read the rest of this entry »

gennaio: 2012
L M M G V S D
« mar    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  
ADV

Il miglior sito sulla computer grafica!